Marina e Ester Fan Fiction
Fan Fiction – Marina e Ester
Terapia d’Urgenza è una serie televisiva italiana che andava in onda il venerdì sera su Rai Due. Trasmessa dal 29 Agosto 2008 e che è stata sospesa dopo otto puntate il 24 Ottobre 2008 a causa dei bassi ascolti.
Terapia d’Urgenza nasce dal format spagnolo Hospital Central. Prodotto da Rai Fiction e da Videomedia Italia. La regia è curata da Gianpaolo Tescari, Lucio Gaudino e Carmine Elia.
Terapia d’Urgenza è una fiction di genere medico ospedaliero che narra le vicende di un gruppo di medici alle prese con le loro storie private e professionali all’interno di un grande ospedale pubblico di Milano, il Morandini. Il reparto di pronto intervento rappresenta il centro vitale dell’intera serie dove vengono affrontati i nuovi casi di puntata in puntata.
Tra i personaggi della fiction troviamo Marina Ranieri del Colle (37 anni) interpretata da Alessia Barela, pediatra neo assunta al Morandini ed Ester Bruno (33 anni) interpretata da Elisabetta Rocchetti, infermiera che lavora da molti anni nel pronto soccorso. Dopo un inizio burrascoso tra le due, Marina e Ester si scoprono sempre più attratte una dall’altra.
La serie purtroppo è stata interrotta dalla Rai subito dopo la trasmissione dell’ottava puntata nella quale Marina e Ester si baciano all’interno di uno degli ascensori del Morandini sotto gli occhi sbigottiti di Rocco un collega di Ester.
P.S. Per ulteriori informazioni sulla fiction Terapia d’Urgenza visitare il sito Rai:
http://www.raifiction.rai.it/raifiction2006fiction/0,,3724,00.html dove è possibile vedere le puntate della fiction trasmesse su Rai2.
L’improvvisa quanto inaspettata interruzione della fiction ha portato alcune fan a riunirsi nel Forum di Terapia D’Urgenza http://terapiadurgenza.forumfree.it/?t=33447410 dove alcune di loro hanno iniziato a scrivere una fan fiction per dare un seguito alla storia tra Marina Ranieri del Colle e Ester Bruno.
Io mi ero iscritta da poco al Forum di Terapia d’Urgenza quando mi sono ritrovata a leggere i primi interventi della fan fiction anch’essa però, improvvisamente interrotta dalle autrici.
Una volta superata la sorpresa e dopo l’ennesima delusione, ho atteso di vedere se le autrici della fan fiction postavano dei nuovi capitoli ma con il passare del tempo ho realizzato che la storia tra Marina e Ester si era interrotta proprio lì. A quel punto mi sono detta, perché non continuare a scrivere la loro storia? E così ho iniziato a scrive i capitoli che seguono.
Proseguimento della Fan Fiction a quanto pare, sedotta ed abbandonata nel forum di Terapia d’Urgenza.
Capitolo 1
“Accidenti!” esclamò Marina raggiungendo l’uomo.
“E’… è morto?” le chiese Lucrezia terrorizzata.
“No ma… se non ci sbrighiamo a portarlo in ospedale, lo sarà molto presto!”
“Oh mio Dio!”
“Lascia stare Dio dov’é e… chiama un ambulanza!”
Lucrezia però rimase a fissarla in silenzio.
“Lucrezia!” le urlò Marina.
“Cosa!”
“Maledizione! Chiama subito un ambulanza!”
“Non… non posso!” balbettò Lucrezia in preda al panico.
“Dammi quel maledetto telefono!” le urlò Marina strappandole il cellulare di mano e mentre stava uscendo dalla stanza le disse. “Intanto… controllagli il respiro e le pulsazioni!”
Lucrezia allora, si inginocchiò accanto al suo amico e prendendo un respiro profondo, fece come le aveva detto Marina.
“Come sta?” le chiese Marina rientrando nel bagno.
“Credo… credo sia solo svenuto.” rispose Lucrezia
“L’ambulanza è in arrivo!” la informò Marina prima di inginocchiarsi a sua volta. “Cosa gli è successo?” le chiese tornando a guardarla confusa.
Lucrezia non rispose.
“Non vedo… alcuna ferita d’arma da fuoco o tagli.” mormorò Marina osservando perplessa l’uomo che giaceva privo di sensi, sul pavimento del suo bagno.
“Credo che… che lo abbiano picchiato.” Mormorò Lucrezia.
“Chi?” le chiese Marina affrettandosi a sbottonargli la camicia.
“Dei tipi…”
“E’ allora… è probabile che abbia un emorragia interna.” mormorò Marina notando alcuni lividi sul torace di quell’uomo. “E forse… anche un paio di costole fratturate.”
“Oh mio Dio!” esclamò Lucrezia gli occhi sempre più lucidi.
In quel momento, sentirono suonare il campanello.
“Vai ad aprire!” le disse Marina.
Lucrezia si alzò dal pavimento e allontanandosi andò ad aprire la porta.
Capitolo 2
I paramedici raggiunsero Marina nel bagno e dopo un attento controllo delle funzioni vitali dell’uomo, lo caricarono su una lettiga per trasportarlo al pronto soccorso del Morandini.
Intanto, Marina e Lucrezia seguivano l’ambulanza con la loro auto.
“Si può sapere chi accidenti è quell’uomo?” le chiese Marina.
“Un amico…”
“Però… begli amici che hai!”
“Sempre meglio dei tuoi!”
“Vera… è stata qualcosa di più di una semplice amica.” le fece notare Marina fulminandola con lo sguardo.
“Fino a li c’ero arrivata!”
“Perché lo hanno picchiato?”
“Volevano i loro soldi indietro…”
“Di quanti soldi stiamo parlando?”
“Diecimila euro!”
Marina scosse leggermente la testa. “E tu… che cosa c’entri con quell’uomo?”
Lucrezia non rispose.
“Stanno cercando anche te?” le chiese Marina cominciando seriamente a preoccuparsi per la sua incolumità.
Lucrezia distolse lo sguardo e si fermò a fissare l’ambulanza davanti a lei.
“Fa come vuoi…” le disse Marina. “Vorrà dire che… che quando ti avranno ammazzata, perché è questo che succederà, non è vero?”
Lucrezia tornò a guadarla con il terrore dipinto negli occhi.
“Che ti faremo un bel funerale!” finì di dirle Marina. Lo sguardo fisso sulla strada.
“No… se gli do i soldi, hanno detto che non mi faranno niente!”
“Quindi… è per questo che sei venuta? Non per me ma… per i soldi?”
Lucrezia non rispose.
“Senti Lucrezia io non ho tutti quei soldi ma… ma anche se li avessi, non te li darei!”
Lucrezia la fulminò con lo sguardo. “Sei la solita! Sempre controllare tutto e tutti!”
“Veramente Lucrezia… sei tu quella che cerca sempre di controllare tutto e tutti! Anche in questo momento… stai cercano di farmi sentire in colpa per convincermi a darti quei soldi ma con me non funziona più! Sono stanca di te e dei tuoi capricci. Io non ti devo proprio niente quindi… perché non la smetti di fare la bambina e cominci a crescere!”
“E allora, secondo te che cosa dovrei fare?! Farmi ammazzare da quei tipi?!”
“Non credo Lucrezia che gli convenga molto ucciderti… non se rivogliono i loro soldi indietro!”
“Si da il caso però, che io quei soldi non li ho!”
“Chiedi un prestito in banca.”
Lucrezia scoppiò a ridere.
“Mamma e papà ti hanno lasciato l’appartamento… puoi sempre usarlo come garanzia.”
“E poi come restituisco i soldi alla banca?!”
“Potresti cercarti un lavoro.”
“Si! Come no?! Magari… in un McDonald!”
“Perché no anche sé… credo che tu possa trovare di meglio.”
Lucrezia non rispose.
Capitolo 3
Una volta arrivate al Morandini, Marina e Lucrezia seguirono i paramedici all’interno del pronto soccorso.
Nel vederle entrare Ester andò loro incontro. “E’ successo qualcosa?” chiese loro sorpresa di trovarla lì.
“Un amico di Lucrezia ha avuto un incidente.” rispose Marina.
“Ma… ma voi state bene?” le chiese guardandola sempre più preoccupata.
“Si. Si. Noi stiamo bene.” le confermò Marina.
“Ester?!” la chiamò l’infermiera che si trovava dietro al banco dell’accettazione.
“Si?” rispose Ester voltandosi a guardarla.
“In sala operatoria 2 hanno bisogno di un infermiera.”
“Di loro che sto arrivando!” rispose Ester.
“Va bene.”
“Devo andare…” disse loro Ester tornando a guardarle.
“Si… Certo… Vai pure.” rispose Marina.
“A dopo.” mormorò Ester prima di allontanarsi da loro.
“E quella chi é?” le chiese Lucrezia una volta rimaste sole.
“Nessuno!” tagliò corto Marina in imbarazzo.
“A me non sembra proprio…”
Marina la guardò confusa.
“Ho visto come la guardavi.” continuò Lucrezia. “E’ per lei che hai lasciato quella Vera della segreteria telefonica?”
Marina non rispose.
“E’ una cosa seria?”
“Cosa?”
“La storia tra di voi?”
“Adesso che fai… ti preoccupi per me?!”
“Sono solo curiosa, tutto qui! Prima scopro che sei gay e adesso… ti trovo circondata da donne che fanno a pugni tra loro pur di averti.” ironizzò Lucrezia.
“Tra me e Ester non c’è proprio niente!” tagliò corto Marina addentrandosi con lei all’interno del pronto soccorso.
“Ne sei certa?”
“Si! Ester ha lasciato da poco il suo fidanzato e… e comunque, tra noi c’è stato solo un bacio. Un bacio innocente e questo è tutto!” le confessò Marina per niente convinta delle sue stesse parole.
“Ma… ma ti piacerebbe se tra voi due ci fosse qualcosa di più, non è vero?” insistette Lucrezia.
“Quello che mi piacerebbe o non mi piacerebbe non ha importanza! Ester non è interessata a me quindi, il discorso si chiude qui!”
“Veramente… da quello che ho visto, a me non sembra proprio.”
“Che vuoi dire?” le chiese Marina tornando a guardarla sorpresa.
“Mah… non so… direi che… che dal modo in cui ti guardava, a me sembrava molto interessata.”
“Mah… ma non dire sciocchezze, Ester è etero!”
Erano appena arrivati fuori dalla sala operatoria 2 quando il professor Danieli uscì fuori.
“Mi dispiace…” disse loro scotendo leggermente la testa.
“E’ morto?!” esclamò Lucrezia incredula.
Il professor Danieli annuì.
“Oh… oh mio dio! No! Non è possibile!” urlò Lucrezia scoppiando a piangere.
“Mi dispiace…” le disse il professor Danieli e salutata Marina si allontanò da loro.
Marina la circondò con le sue braccia e la strinse forte a se.
“Non… non ci posso credere.” mormorò Lucrezia. Le lacrime che le scendevano copiose dagli occhi.
Marina la fece sedere su una delle sedie che si trovavano fuori dalla sala operatoria. “Mi dispiace tanto…” le disse accarezzandole dolcemente la testa.
In quel momento anche Ester uscì dalla sala operatoria e nel vederle andò loro incontro. “Abbiamo fatto del nostro meglio ma… ma aveva già perso troppo sangue.” disse loro sedendosi accanto a Marina.
Marina annuì. “Grazie lo stesso.”
“Volete che vi porti, qualcosa di caldo da bere?”
“Lucrezia?”
“Si?” rispose lei tornando a guardarla con gli occhi arrossati.
“Vuoi bere qualcosa di caldo? Un te, un caffè?” le chiese Marina.
“No.” rispose Lucrezia e guardando Ester aggiunse. “Grazie.”
Ester accennò un sorriso. “E tu Marina?” le chiese tornando a guardarla.
Marina scosse la testa. “No. Grazie Ester.”
“Voglio tornare a casa…” mormorò Lucrezia.
“Si… Certo.” rispose Marina facendola alzare dalla sedia.
“Vi accompagno…” disse loro Ester seguendole lungo il corridoio.
Una volta raggiunta l’uscita del pronto soccorso.
“Ci vediamo.” mormorò Ester.
“Si e… e grazie ancora di tutto.” rispose Marina prima di allontanarsi con Lucrezia.
Ester si lasciò andare ad un sospiro seguendole con lo sguardo fino a quando sparirono dalla sua visuale.
Capitolo 4
Il giorno seguente Marina non si presentò a lavoro.
Ester provò a chiamarla per tutto il giorno al cellulare senza però riuscire a parlare con lei.
“Si può sapere che ti prende oggi?” le chiese Teresa lanciandole un occhiata perplessa.
“Perché?” le chiese Ester soprappensiero.
“Ma… non so… è da questa mattina che mi sembri un po’… come dire, con la testa da tutt’altra parte.” Le disse Teresa.
Ester scosse leggermente la testa. “E solo che… che sono un po’ preoccupata.”
“Questo lo avevo intuito… non starai mica ripensando ad Aldo, vero?”
“No. Aldo non c’entra niente è… è Marina… cioè… la dottoressa Ranieri.” si corresse arrossendo imbarazzata.
“Mm… pare che oggi non sia venuta a causa di problemi familiari. Tu ne sai qualcosa?” le chiese Teresa.
“Ieri… è venuta con sua sorella ed un loro amico che però, è morto in sala operatoria.”
“Oh…” mormorò Teresa. “Mi dispiace…”
Improvvisamente, vennero interrotte dalla suoneria del cellulare di Ester.
Ester recuperò il cellulare dalla tasca dei pantaloni. Controllò il nome sul display e quando lesse il nome di Marina tornò a guardarla e ritrovando il sorriso le disse. “Scusami Teresa ma… devo proprio rispondere a questa telefonata.”
“Si.” rispose Teresa ricambiando il suo sorriso.
Ester si allontanò dal banco dell’accettazione e rispose. “Marina?”
“Si. Ciao Ester.”
“Va tutto bene? Ho provato a chiamarti ma…”
“Lo so. Mi dispiace ma… non potevo proprio rispondere.”
“Dove sei?”
“A casa dei miei genitori.”
“Oh… e… e Lucrezia… come sta tua sorella?”
“Male. Questa volta l’ha combinata davvero grossa.”
“Perché? Cos’ha fatto?”
“Lei e quel suo amico ti ricordi… il tipo che abbiamo portato ieri al pronto soccorso?”
“Quello che poi è morto?”
“Si. Proprio lui. Beh… è successo che lui e Lucrezia hanno chiesto dei soldi ad uno strozzino per iniziare un progetto insieme purtroppo però, non sono più riusciti a restituirgli i soldi.”
“E adesso?” le chiese Ester preoccupata.
“Beh… ho convinto Lucrezia a denunciare lo strozzino ma… ho dovuto portarla a casa dei miei genitori. Le hanno già procurato un avvocato e nel frattempo, si prenderanno cura di lei fino a quando non si saranno sistemate le cose.”
“E tu… quando pensi di tornare?”
“Sto partendo ora e se tutto va bene, sarò a Milano per questa sera. Domani ho il turno di mattina.”
“Capisco… allora… ci vediamo domani.”
“Vuoi dire… che anche tu… hai il turno di mattina?”
“Si.” mentì Ester arrossendo imbarazzata.
“Allora va bene… tra l’altro… volevo anche parlarti di una cosa.”
“Di cosa?”
“Non ora. Preferisco che ne parliamo di persona.”
“Come vuoi…” rispose Ester cominciando a preoccuparsi.
“Ester?”
“Si?”
“Mi raccomando… quello che ti ho appena detto di Lucrezia è una confidenza.”
“Tranquilla Marina. Le mie labbra sono cucite.”
“Grazie. A domani.”
“Si. A domani e… e guida con prudenza.”
“Si. Lo farò. Grazie.” rispose Marina.
Riposto il cellulare nella tasca Ester fece ritorno dietro al banco dell’accettazione.
“Tutto bene?” le chiese Teresa nel vederla tornare.
“Si. Grazie Teresa. E’ tutto al posto. Senti…”
“Dimmi?”
“Domani pomeriggio ho appuntamento con il dentista e… e ho bisogno di trovare qualcuno con cui fare il cambio di turno, puoi darmi la lista delle infermiere che lavorano di mattina?”
“Scusa Ester ma… se ti fa male un dente perché invece di cambiare il turno con un altra infermiera non te ne stai a casa?”
“No. Grazie Teresa ma… non mi fa così male.” rispose Ester abbassando lo sguardo imbarazzata.
“Tieni!” le disse Teresa allungandole il foglio con la lista dei turni. “Io però, proprio non ti capisco… sei sempre pronta a farti in quattro per gli altri e quando si tratta di te, niente! Non starai mica cercando di diventare una santa, vero?”
Se solo sapessi Teresa, pensò Ester tra se in preda ai sensi di colpa poi, tornò a guardarla e le disse. “Ti faccio avere la lista non appena ho trovato un cambio. Va bene?”
“Fa come vuoi Ester ma… se poi uccidi un paziente io non ne voglio sapere niente!” le urlò Teresa mentre lei si allontanava.
Intanto, una donna anziana che aveva appena raggiunto il banco dell’accettazione, sentendola dire quelle parole, rimase a fissarla preoccupata.
“Stavamo solo scherzando…” provò a dirle Teresa abbozzando un sorriso imbarazzato.
“Credevo… credevo di stare poco bene ma… ma mi sbagliavo. Grazie lo stesso.” Le disse la donna prima di avviarsi verso l’uscita del pronto soccorso.
“Davvero! Era solo uno scherzo!” le urlò Teresa.
“Terry? Adesso… fai anche scappare i pazienti dal pronto soccorso?!” le disse Rocco sorridendo sotto i baffi.
“Teresa! E comunque… è stato solo un malinteso!” rispose lei stizzita.
“Si. Certo…” mormorò Rocco allontanandosi anche lui dal banco dell’accettazione.
Capitolo 5
L’indomani Marina ed Ester si incontrarono davanti all’entrata del pronto soccorso.
“Buon giorno.” la salutò Marina felice di rivederla.
“Ben tornata.” rispose Ester. Il sorriso che le illuminava il volto. “Dormito bene?” le chiese.
Insomma pensò Marina tra se, non ho fatto che pensare a te per tutta la notte ma, a parte questo, diciamo di si.
“Marina?” le disse Ester guardandola confusa dopo aver atteso in vano una sua risposta.
“Si?”
“Allora? Hai dormito bene?” le chiese nuovamente Ester guardandola sempre più confusa.
“Oh… Scusa.” mormorò Marina tornando con la mente al presente. “Si ho dormito molto bene grazie.” mentì lei.
Ester però, rimase a fissarla perplessa.
“Ester… Dottoressa Ranieri…” le salutò Rocco precedendole all’interno del pronto soccorso.
“Ciao Rocco.” rispose Ester distrattamente.
“Buon giorno Rocco.” le fece eco Marina.
“Di cosa volevi parlarmi?” le chiese Ester una volta rimaste sole.
Prima però che Marina avesse il tempo di risponderle, un ambulanza si fermò lì davanti.
Franco ed Eva uscirono dall’ambulanza con un giovane disteso sulla lettiga.
“Cosa abbiamo?” chiese loro Marina.
“Diciassettenne! Caduto dal motorino! Probabile trauma cranico!” rispose Franco.
“Era senza casco?” gli chiese Marina.
“Lo abbiamo recuperato a qualche metro di distanza dall’incidente. E’ probabile che lo abbia perso durante la caduta ma… non sappiamo se prima o dopo aver sbattuto la testa!” rispose Franco.
“Va bene, portatelo di la. Io vado a cambiarmi e vi raggiungo!” disse loro Marina e tornando a guardare Ester. “Ne riparliamo più tardi?”
“Si. Certo Marina… a dopo.” rispose Ester rimanendo a guardarla imbambolata.
Marina si precipitò all’interno del pronto soccorso. Salutò rapidamente Teresa dietro al banco dell’accettazione e si addentrò nei corridoi del Morandini.
“Ester?” le disse Teresa richiamando la sua attenzione.
“Si?” rispose Ester raggiungendola.
“Sbrigati a cambiarti. Stanno arrivando degli operai caduti da un’impalcatura!”
“Si!” rispose Ester affrettandosi a sua volta, all’interno del pronto soccorso.
Capitolo 6
Le emergenze si susseguirono per tutta la mattina e così, solo verso l’ora di pranzo Marina e Ester riuscirono a rivedersi nella caffetteria.
“Ciao.” la salutò Marina raggiungendola con in mano un tramezzino. “Ho saputo degli operai. Come stanno?” le chiese.
“Uno è morto subito dopo il suo arrivo gli altri due invece, sono ancora sotto osservazione e a te invece com’è andata?”
“Allora… il trauma cranico è in via di ripresa… la frattura scomposta è stata ricomposta… il morbillo mi ha ricordato Pimpa e la laringite si è trasformata in una tonsillite ma… a parte questo, tutto bene.” Rispose Marina sorridendo.
Ester ricambiò il suo sorrise altrettanto divertita.
“Senti… stavo pensando… visto che qui non riusciamo a parlare per più di tre minuti senza che qualcuno ci chiami per una qualche emergenza, che ne dici di cenare insieme.” le propose Marina.
“Stasera?” le chiese Ester sorpresa ma allo stesso tempo felice di quel suo invito.
“Si. Sempre se ti va e… e se sei libera.” le disse Marina un po’ in imbarazzo.
“Aspetta che controllo l’agenda degli appuntamenti.” Le disse Ester fingendo di avere un agenda tra le mani poi tornò a guardarla e sorridendo divertita rispose. “Sei fortunata… questa sera non ho impegni.”
“Perfetto!” esclamò Marina ritrovando il sorriso. “Che ne dici, se passo a prenderti alle otto?”
“Si.” rispose Ester annuendo. “Come ai vecchi tempi.”
“Già. In effetti…è da un po’ che non usciamo insieme.” mormorò Marina con una nota nostalgica nella voce. Improvvisamente, la suoneria del suo cellulare, la riportò al presente.
“Si?” rispose lei distrattamente.
Ester rimase a guardarla. Intanto, il cuore aveva preso a batterle nel petto a ritmi incalzanti.
“Va bene Ettore. Si. Sto arrivando!” rispose Marina e tornando a guardarla le disse. “Che ti avevo detto?!”
Ester sorrise. “Un emergenza?”
Marina annuì. “Posso offrirti un tramezzino al tonno?” le disse lei porgendole la confezione ancora chiusa.
“E tu?”
“Devo correre da Ettore. Un bambino di tre anni ha deciso di emulare Icaro gettandosi dal balcone del secondo piano.” le disse Marina alzandosi dallo sgabello.
Ester rimase a guardarla a bocca aperta.
“Scusami. Spero di non averti fatto passare la fame.” le disse Marina e accennando un sorriso si allontanò da lei.
Ester la seguì con lo sguardo. Confusa dalle sue parole, non capendo bene se avesse scherzato o fosse stata seria.
Capitolo 7
In quel momento, Malosti e la Gandini fecero il loro ingresso nella caffetteria.
“Sai che ti dico? Che se non la smetti… presto uno di noi due, dovrà lasciare il Morandini!” gli urlò la Gandini raggiungendo il distributore di caffè.
Ester fece finta di non vederli.
“Se qualcuno lascerà il Morandini di certo quello non sarò io, questo è poco ma sicuro!” le urlò dietro Malosti per tutta risposta.
“Fossi in te… io non ne sarei tanto sicuro!”
“Che vuoi dire?”
“Se non sbaglio… sei tu ad avere problemi a lavorare con me e non il contrario!” gli fece notare lei recuperando il bicchiere di caffè appena fatto.
“Non dire scemenze. Io non ho alcun problema a lavorare con te è… è con quell’idiota che ti porti dietro che non riesco a lavorare!”
“Si da il caso… che quell’idiota è uno specializzando e che è qui per imparare! Che la cosa ti piaccia o no!”
“E… e proprio con te deve lavorare?!”
“Ah! Allora è per questo… che mi stai rendendo la vita un inferno!”
“Tranquilla Cristiana… ci stai riuscendo benissimo da sola!” ironizzò Malosti. “Non mi sembra proprio, che tu abbia bisogno del mio aiuto!”
“Quando fai così io… io.”
“Io cosa?”
“Lascia perdere!” rispose la Gandini raggiungendo il cestino dell’immondizia vi gettò il bicchiere di caffè ancora pieno e se ne andò.
Ester finì di mangiare il suo tramezzino evitando il suo sguardo così come tutti quelli che si trovavano lì in quel momento.
Malosti si guardò intorno. Imbarazzato. Confuso e quando i brusii tornarono a coprire il silenzio che si era creato intorno a loro, prese un respiro profondo e con i nervi a fior i pelle si precipitò fuori dalla caffetteria.
Capitolo 8
Quella sera, dopo essere andata a prendere Ester a casa, Marina la portò in un piccolo ristorante che si trovava vicino ai navigli e una volta lì cominciò a raccontarle di come Lucrezia aveva scoperto della sua omosessualità ascoltando il messaggio che Vera le aveva lasciato in segreteria.
“Oh… Vera.” mormorò Ester come se le avessero appena dato, un pugno allo stomaco.
“Già. Non poteva scegliere momento peggiore per chiamarmi!” continuò Marina scotendo la testa contrariata. “Ti lascio immaginare la reazione di Lucrezia. E’ andata fuori di testa!”
Ester però, aveva smesso di ascoltarla già da un po’ presa com’era dalle domande che si erano fatte largo nella sua testa. Perché Vera l’aveva chiamata e che cosa voleva da lei? E Marina. Come aveva reagito Marina dopo aver sentito il suo messaggio? Possibile che fossero tornate insieme? Si chiese lei, sempre più turbata.
Improvvisamente, la voce di Marina la riportò al presente.
“Avevo detto ai miei genitori, che era meglio parlargliene subito ma loro no! Per paura di traumatizzarla hanno preferito tacere e così, è venuta a saperlo nel peggiore dei modi!”
“E… e adesso che lo sa, come va tra di voi?” le chiese Ester con la poca voce che riuscì a trovare.
“Credo… credo che stia metabolizzando la cosa ma… con lei è difficile dirlo. Chissà se riuscirà mai a perdonarmi o ad accettarmi per quella che sono.” le confessò Marina demoralizzata.
Ester annuì dispiaciuta per lei. Intanto però, il nome di Vera continuava a martellarle nella testa con una certa insistenza.
“Va tutto bene?” le chiese Marina.
“Perché?” rispose Ester tornando a guardarla confusa.
“Non hai toccato la tua pasta.” le disse Marina facendole notare il piatto di tagliatelle ancora intatto. “Credevo che ti piacessero?”
“Infatti! Solo che… che improvvisamente… non so perché ma… ma mi si è chiuso lo stomaco.” mormorò Ester imbarazzata.
“Avanti Ester. Cerca di fare uno sforzo. Non fa bene saltare i pasti. Prova ad assaggiarla e… e se poi non ti piace, puoi sempre farti portare qualcos’altro.” insistette Marina.
“Va bene.” rispose Ester e accennando un sorriso afferrò la forchetta. Vi arrotolò un paio di tagliatelle e se le portò alla bocca.
Marina rimase a guardarla in attesa.
“Mm… sono buonissime.” le disse Ester piacevolmente sorpresa. Ritrovando il sorriso e la fame.
“Scusami Ester… non ho fatto altro che parlarti dei mie problemi e di tutti i casini della mia famiglia ma ti prometto, che d’ora in poi parleremo solo di cose futili e banali il fatto è… che se non parlo di queste cose con un amica con chi posso parlarne e al momento, tu sei la persona che sento più vicina a me.” le confessò Marina.
Un amica, pensò Ester tra se, quindi è questo quello che sono per te, solo un amica? Si chiese in un misto di amarezza e delusione.
“Stavo pensando che…” continuò Marina. “Se ti va, dopo cena potremmo andare a casa mia. Sai… non abito molto lontano da qui.”
Ester per poco non si strozzò con il boccone di pasta che stava mandando giù.
“Ho comprato una bottiglia di vino rosso…” continuò Marina. “Che mi hanno detto, è la fine del mondo e… e così, pensavo di assaggiarlo con te.” Le disse guardandola dritta negli occhi.
“Oh… un vino rosso.” mormorò Ester un po’ delusa.
“Si… mah… se sei troppo stanca… finito di cenare posso anche riaccompagnarti a casa.” si affrettò a dirle Marina notando la sua espressione delusa.
“No! Non sono stanca e poi… domani ho il turno di notte quindi… ho molto tempo per recuperare.”
“Ma non mi dire… anch’io domani ho il turno di notte.”
“Davvero?!” le chiese Ester sorpresa e felice allo stesso tempo.
“Si.” le confermò Marina ricambiando il suo sorriso.
Capitolo 9
Marina aprì la porta del suo appartamento e dopo aver acceso la luce, la fece entrare.
“Wow!” esclamò Ester una volta dentro.
“Ti piace?” le chiese Marina accennando un sorriso soddisfatto.
“Si. Molto.” Rispose Ester facendo una panoramica del posto.
“Devo comprare un paio di quadri ma… sono un po’ indecisa e poi… un altra libreria da aggiungere a quella che si trova la.” le disse indicandole la parete in fondo alla stanza.
“E’ da molto che abiti qui?” le chiese Ester.
“Un paio d’anni ma… il meglio deve ancora arrivare.”
Ester la guardò confusa.
“Oltre quella porta a vetri c’è la terrazza. Vai a vederla. Io intanto vado ad aprire la bottiglia di vino e ti raggiungo.” le disse allontanandosi per raggiungere la cucina.
Una volta rimasta sola, Ester andò ad aprire la porta a vetri e uscì in terrazza. Rimase per qualche secondo a bocca aperta per la sorpresa e raggiunta la ringhiera si affacciò per dare un occhiata sotto di lei. Le calde luci dei lampioni che si riflettevano sulle acque dei navigli.
Ester rimase senza parole, colpita dalla bellezza e dalla magia di quella vista. Chissà come deve essere quando c’è la luna piena? Pensò lei tra se.
“Se in questo momento, mi vedesse mio padre…” le disse Marina raggiungendola con in mano due bicchieri di vino rosso. “Sono certa che mi disconoscerebbe come figlia.”
“Perché?” le chiese Ester voltandosi a guardarla confusa.
Marina sorrise e allungandole uno dei due bicchieri continuò. “Versare del vino in un bicchiere, direttamente dalla bottiglia e senza nemmeno farlo riposare? Un crimine!”
“Perché, non si fa?”
“Sei pazza! Che non sia mai detto! E comunque no nella famiglia Ranieri Del Colle. Mai!” rispose Marina accennando un sorriso divertito.
Ester ricambiò il suo sorriso altrettanto divertita.
“Beh… allora… che te ne pare?” le chiese Marina fissando lo guardo oltre la terrazza e sui navigli.
“E’… è magnifico.” mormorò Ester.
“Ho sempre voluto vivere vicino all’acqua…” le confessò Marina.
“Sei forse, un segno d’acqua?” le chiese Ester.
Marina la guardò confusa.
“Il tuo segno zodiacale… è forse un segno d’acqua?”
“Non ne ho la più pallida idea.”
“Quando sei nata?”
“Il 13 Giugno.” (*)
“Allora… sei dei Gemelli.”
“Ed è un segno d’acqua?” le chiese Marina sorpresa ed incuriosita allo stesso tempo.
“No. D’aria.”
“Vuol dire… che come segno d’aria dovrei preferire un appartamento all’ultimo piano di un grattacielo, circondato dall’azzurro del cielo?” le chiese Marina sorridendo sempre più divertita.
Ester scoppiò a ridere. “No! Non funziona così ma… lascia perdere è… è una stupidaggine.” si affrettò a dirle imbarazzata, distogliendo lo sguardo da lei.
“Perché dici così? Io non ne capisco niente di segni zodiacali ma… non mi dispiacerebbe saperne qualcosa di più. Per esempio, il mio segno… i Gemelli, che segno è? E’ un segno buono o cattivo?”
Ester sorrise. “Beh… veramente… non ci sono segni buoni o cattivi semplicemente, ognuno di loro ha una sua caratteristica specifica. Per esempio, i nati sotto il segno dei Gemelli tendono ad avere un intelligenza brillante…”
“Mm… mi piace…” mormorò Marina ritrovando il sorriso. “E poi?”
“Sono uno spirito libero e sempre in movimento…”
“Continua…”
“Beh… sono molto curiosi, eclettici ed ironici ma…”
“Ma cosa?” le chiese Marina accigliata.
“Beh… faticano ad instaurare rapporti affettivi profondi e duraturi perché sempre alla ricerca di nuove esperienze.”
“Non è vero!” protestò Marina.
Ester sorrise. “Tranquilla… queste sono solo le caratteristiche generali associate al segno dei Gemelli ma… ci sono altri fattori che possono influenzare un individuo.”
“Ad esempio?”
“Beh… l’ascendente, per citarne uno e poi… la posizione degli altri pianeti al momento della nascita.”
“Quindi… c’è speranza?” le chiese Marina accennando un sorriso ironico.
“Oh… si. Decisamente si!” rispose Ester ricambiando il suo sorriso.
“Meno male… e tu… di che segno sei?”
Ester sorrise. “Indovina?”
“Non saprei.” rispose Marina stringendosi nelle spalle.
“Gemelli.” (*)
“No! Anche tu? Non ci credo!”
“E invece si. Come vedi però, non è detto che due persone nate sotto lo stesso segno abbiano le stesse caratteristiche. Guarda noi due…”
“In effetti…” mormorò Marina poi tornando a guardarla le disse. “Però… ne sai molto sui segni zodiacali?”
“Beh… mi ha sempre affascinato l’influenza che hanno i pianeti sugli esseri umani. Pensa per esempio… alla luna e all’influenza che ha sulle maree.”
In quel momento, i loro sguardi si persero uno in quello dell’altra.
“Ester?”
“Si?”
“Devo confessarti una cosa.” Le disse Marina seria.
“Cosa?”
“Ho una gran voglia di baciarti.” le confessò Marina.
Ester rimase a fissarla immobile. Il cuore intanto, che sembrava volerle uscire dal petto.
Marina le tolse il bicchiere di mano. Lo appoggiò sulla ringhiera della terrazza accanto al suo e tornando a guardarla, le prese il volto tra le mani e avvicinando le labbra alle sue la baciò con trasporto.
Ester ricambiando il suo bacio con altrettanta passione.
“Ti voglio.” le disse Marina tornando a guardarla negli occhi.
Ester avvicinò le labbra alle sue e tornò a baciarla.
Rimasero a baciarsi per un po’ poi, Marina la prese per mano e facendole strada la fece rientrare nell’appartamento per poi condurla nella sua camera da letto.
Una volta dentro, Marina si chiuse la porta alle spalle lasciando che il mondo e tutti i suoi pianeti continuassero a girare senza di loro.
(*) Data di nascita di Alessia Barela. Ho pensato di usarla perché, nella scheda del personaggio, di Marina Ranieri non è riportata alcuna data.
(*) In realtà la Rocchetti è nata il 25/1/75 (Acquario) solo che, a differenza del personaggio di Marina Ranieri, il personaggio di Ester nella fiction TDU risulta nata sotto il segno dei Gemelli. Ricordate la scena in cui Laura dice ad Ester, tu sei dei Gemelli, io dei Pesci e la Gandini
aggiunge ed io del Leone?
Capitolo 10
la mattina dopo al suo risveglio, Marina trovò Ester distesa accanto a lei che la guardava con un ampio sorriso sulle labbra.
“Buon giorno.” le disse Ester.
“Buon giorno anche a te.” rispose Marina stirandosi.
“Dormito bene?”
“Si e tu?” le chiese Marina tornando a guardarla. “Tu come stai?”
“Mai stata meglio.” rispose Ester.
“Sicura? Non è che… che sei pentita?” le chiese Marina ripensando con terrore a quello che era successo la sera prima tra di loro.
Ester però, la raggiunse e allungandosi verso di lei la baciò con trasporto poi, lasciandosi andare ad un sospiro tornò a guardarla e sorridendo rispose. “Secondo te?”
“Vieni qua!” le disse Marina stringendola a se.
E per un po’ rimasero una tra le braccia dell’altra poi, Marina le disse. “Ester?”
“Si?”
“Devo confessarti una cosa.”
“Cosa?”
“Ti ricordi quando… quando ieri sera ti ho invitata a venire qui?”
Ester annuì.
“In realtà.” Continuò Marina. “Sapevo già che oggi avevi il turno di notte.” Le confessò arrossendo imbarazzata.
“E con questo?” le chiese Ester sempre più confusa.
“Il fatto è… che… che quando ti ho invitata a venire, volevo vedere se avresti usato la scusa del lavoro per farti riaccompagnare a casa quando io invece… speravo che tu accettassi il mio invito e una volta qui, succedesse quello che poi è successo.” le confessò coprendosi gli occhi con le mani. “Sono un mostro, non è vero?” gemette sempre più imbarazzata.
Ester sorrise poi, allontanandole le mani da davanti al volto le disse. “Marina?”
“Mm?”
“Se tu sei un mostro… allora… io che cosa sono?”
Marina la guardò confusa.
“Ti ricordi… quando stavi tornando in città e mi hai detto che il giorno dopo avevi il turno di mattina?” le disse Ester.
“Si.” rispose Marina.
“E ti ricordi anche, che… che ti ho fatto capire, che anch’io avevo il turno di mattina?”
Marina annuì.
“Beh… non era vero! In realtà… io… quel giorno avevo il turno di pomeriggio e… e ho dovuto inventarmi una visita dal dentista per riuscire a trovare qualcuno con cui cambiare il turno.”
“Perché?” le chiese Marina. Sorpresa e confusa allo stesso tempo.
“Perché? Perché morivo dalla voglia di rivederti.” le confessò lei arrossendo imbarazzata.
“Davvero?”
Ester annuì incerta però, su come lei avrebbe reagito a quella sua confessione.
Marina sorrise e stringendola a se la fece rotolare sulla schiena e la baciò con trasporto poi, tornò a guardarla e le chiese. “E adesso… come va con il dente?”
Ester la guardò da prima confusa poi, sorridendo divertita rispose. “Adesso dottore?”
Marina annuì.
“Decisamente… molto meglio.” rispose lei.
Marina la baciò sulle labbra poi, si staccò da lei. Afferrò la vestaglia da terra e alzandosi dal letto per indossare la vestaglia le disse. “Devo assolutamente, andare a farmi una doccia!”
Ester la guardò confusa. “Ti sei già stancata di me?” le chiese cominciando a preoccuparsi.
Marina la raggiunse e dopo averla baciata sulle labbra tornò a guardarla negli occhi e le disse. “No ma… ho un appuntamento.”
Il tempo di baciarla nuovamente sulle labbra e Marina si precipitò in bagno.
Ester la seguì con lo sguardo e stava meditando di raggiungerla sotto la doccia quando sentì suonare il campanello.
“Ester?!” le urlò Marina dal bagno.
“Si?” rispose lei.
“Ti dispiace, andare a vedere chi è?!”
“Vado subito!” rispose Ester e afferrato il lenzuolo dal letto se lo avvolse intorno al corpo e si precipitò fuori dalla stanza e verso l’ingresso.
Una volta raggiunto l’ingresso aprì la porta e con sua grande sorpresa si trovò davanti ad una bambina di circa dieci anni che la guardava dalla testa ai piedi con due grandi occhi verdi.
“Ciao.” le disse la bambina.
“Ciao e… e tu chi sei?” le chiese Ester sorpresa.
“Vanessa. E tu?”
“Ester…”
“Dov’è Marina?” le chiese Vanessa facendosi strada nell’appartamento.
“Di là. Si sta facendo la doccia…” rispose Ester guardandola sempre più confusa.
“Tipico di Marina… ha la fissa dell’igiene!” esclamò Vanessa scotendo leggermente la testa. “Mah… sarà per via del lavoro che fa?!”
Ester sorrise.
“Avete già fatto colazione?” le chiese Vanessa tornando a guardarla.
“Veramente… ci siamo appena svegliate.” Rispose Ester un po’ imbarazzata.
“Se vuoi… posso aiutarti a prepararla.” le disse Vanessa dirigendosi verso la cucina.
Ester la seguì con lo sguardo poi accennando un sorriso si chiuse la porta alle spalle e la seguì in cucina.
“Quando può… a Marina piace fare colazione.” continuò Vanessa tornando a guardarla.
“Oh…” mormorò Ester.
“Dice che… che è un miracolo se con i turni che ha al pronto soccorso non le è ancora venuta un ulcera o una gastrite.”
Ester sorrise sempre più divertita.
“Se vuoi Ester… puoi andare di là a cambiarti e indossare qualcosa di un po’ più comodo, di quel lenzuolo.” le disse prendendo la macchinetta del caffè da uno degli scaffali della cucina e aggiunse. “Io ti aspetto qui.”
“Credo proprio… che seguirò il tuo suggerimento.” Rispose Ester accennando un sorriso. “Vado a cambiarmi e torno.” Aggiunse prima di lasciare la cucina.
Una volta raggiunta la camera da letto. Ester recuperò tutte le sue cose. Si vestì in fretta e furia e quando fu pronta fece ritorno in cucina.
Vanessa intanto, aveva finito di preparare la macchinetta del caffè ed era passata a scaldare un paio di fette di pan carré nel tostapane.
“Hai già fatto colazione?” le chiese Ester.
“Si. Tieni.” rispose Vanessa allungandole un paio di arance, un coltello e lo spremi agrumi. “Marina… non vuole che usi i coltelli affilati.”
Ester annuì e mentre tagliava in due le arance le chiese. “Non dovresti essere a scuola?”
“Il sabato non ho scuola.”
“Oh e… e i tuoi genitori sanno che sei qui?”
“Si ma… a loro non dispiace che io venga qui anzi… così possono litigare tra loro senza doversi preoccupare di me.” Le disse e lasciandosi andare ad un sospiro aggiunse. “Uno di questi giorni, sono certa che gli verrà un infarto a forza di urlare tra loro.”
“Mi dispiace…”
Vanessa alzò le spalle e tornando a guardarla le chiese. “E tu… tu sei di passaggio oppure… tra te e Marina è una cosa seria?”
Ester arrossì imbarazza e schiaritasi la voce rispose. “Non lo so… a dire il vero è ancora troppo presto per dirlo.”
“Però?! E poi dicono… che noi bambini siamo confusi ma anche voi grandi non è che siate messi tanto meglio di noi o sbaglio?”
“In effetti…” mormorò Ester sorridendo.
“Comunque sia…” continuò Vanessa. “Vedi di non farla soffrire come quella Vera.” le disse e guardandola dritta negli occhi aggiunse. “Marina può sembrare una persona forte ma… in realtà è molto sensibile e anche lei ha dei sentimenti!”
Ester rimase a fissarla a bocca aperta ma non appena si fu ripresa le disse. “Grazie. Lo terrò a mente.”
“Prego.” rispose Vanessa spalmando il burro sul pancarré ancora caldo.
“Ciao Vanessa.” la salutò Marina raggiungendole in cucina con i capelli ancora umidi. “Hai già conosciuto Ester?” le chiese lanciando un sorriso ad Ester.
“Si. Guarda. Ti abbiamo preparato la colazione!” rispose Vanessa eccitata.
“Grazie Vanessa.” le disse Marina baciandola sulla testa poi raggiunse Ester. La baciò sulle labbra e perdendosi nei sui occhi le disse. “Grazie.”
Vanessa le guardò divertita poi le disse. “Marina?”
“Si?” rispose lei tornando a guardarla.
“Se non hai più voglia di uscire con me… non importa.” le disse Vanessa tornando a farsi seria. Lo sguardo fisso su Ester.
“Ma cosa dici!” rispose Marina. “Una promessa è una promessa!”
Vanessa allora, tornò a guardarla ritrovando il sorriso.
“Ester?” le disse Marina.
“Si?”
“Abbiamo in programma di fare un giro tra le bancarelle qua sotto, ti va di venire con noi?” le chiese Marina.
“Perché no? Sempre… se per voi va bene?” rispose Ester guardando prima una e poi l’altra.
Marina tornò a guardare Vanessa in attesa della sua risposta.
“Per me va bene!” rispose Vanessa sorridendo.
“Bene… allora… è tutto sistemato!” esclamò Marina. Il sorriso che le illuminava il volto.
“Si però, voi sbrigatevi a fare colazione!” disse loro Vanessa.
“Si signora!” rispose Marina portandosi una mano sulla tempia. Imitando il saluto militare.
Vanessa ed Ester scoppiarono a ridere divertite.
Capitolo 11
Quando lunedì mattina Ester entrò al Morandini, si sentiva come se camminasse con i piedi a due centimetri da terra.
“Buon giorno Teresa.” la salutò lei raggiungendo il banco dell’accettazione.
“Ciao Ester.” la salutò Teresa ricambiando il suo sorriso.
“Tieni. Questa è la lista dei miei turni.” le disse allungandole il foglio che aveva in mano.
“Che ti è successo?” le chiese Teresa fermandosi a guardarla sorpresa.
“Niente. Perché?”
“Ma… non so… hai… hai come una strana luce negli occhi.”
“Che luce?”
“Come che luce? Quella lì!” le rispose Teresa indicandole i suoi occhi.
“Mah! Non so che dirti Teresa… non sarà, che stai avendo delle allucinazioni?”
“E invece… non sarà che mi stai nascondendo qualcosa?”
“Perché, c’è forse qualcosa che ti si può tenere nascosta?”
“Lascia perdere…” mormorò Teresa prendendole la lista dei turni di mano.
“Bene… se è tutto io vado a cambiarmi.” le disse Ester in procinto di allontanarsi.
“Ester?!” la richiamò Teresa.
“Si?” rispose lei tornando a guardarla.
“Dopo esserti cambiata, passa di qui, devo dirti una cosa.” le disse Teresa facendole l’occhiolino.
“Va bene.” rispose Ester confusa.
Dopo essersi cambiata Ester raggiunse Teresa dietro al banco dell’accettazione.
“Allora… che cosa volevi dirmi?”
Teresa si avvicinò a lei e controllando che nessuno le stesse ascoltando le disse. “Giulia e il professor Danieli hanno litigato!”
“D’avvero?!” esclamò Ester sorpresa.
“Si! Ancora non sono riuscita a scoprire il motivo ma… ma sembra che… che non si parlino più se non per scambiarsi comunicazioni di lavoro.”
“Oh…” mormorò Ester turbata da quella notizia.
“Non è che tu ne sai qualcosa, vero?”
“No. E’ da un po’ che non vedo Giulia ed il professor Danieli insieme. Chissà cos’é successo? Speriamo solo, che non sia niente di serio?”
“Secondo te, cosa può essere successo tra loro?”
“E lo chiedi a me? Sei tu quella che sa sempre tutto di tutti.” le rispose Ester allontanandosi dal banco dell’accettazione.
“Aspetta!” la richiamò Teresa.
Ester tornò indietro. “E adesso che c’è?” le chiese alzando gli occhi al cielo, scotendo leggermente la testa.
“Ho dato un’occhiata alla lista dei tuoi turni e… e sai che ho scoperto?”
“Cosa?” le chiese Ester confusa.
“Non ci crederai ma… ma sono uguali a quelli della dottoressa Ranieri!”
“Co.. cosa?” balbettò Ester sentendosi mancare.
“Si! Anche la dottoressa Ranieri quando è arrivata questa mattina, mi ha lasciato una copia dei suoi turni…”
“E tu… hai pensato bene di dargli un’occhiata, non è vero?”
“Beh… era così calmo qui.” provò a giustificarsi Teresa ammiccando un sorriso.
“Teresa?”
“Si?”
“Se un giorno decidessi di cambiare lavoro… sono certa che ti accoglierebbero a braccia aperte nella redazione di un giornale scandalistico!” ironizzò lei scotendo la testa contrariata.
“Dici sul serio?”
“Oh… si. Sono molto seria!” rispose Ester accigliata.
Teresa prendendo le sue parole come un complimento sorrise ingalluzzita poi, tornando a guardare i fogli che aveva in mano le disse. “Guarda tu stessa! Sembra quasi che… che tu e la Ranieri vi siate sedute a tavolino e le abbiate scritti insieme!” esclamò mostrandole i fogli.
“Ma… ma cosa dici!”
“E allora guarda tu stessa?!” insistette Teresa. “Sono identici! A saperlo… potevate fare una copia, fotocopiarla e firmarne ognuna con il proprio nome. Facevate prima, no?”
“Ma… ma non dire sciocchezze!” rispose Ester prendendo i fogli dalle sue mani anche se non aveva bisogno di leggerli per sapere che erano identici. Prese un respiro profondo e tornando a guardarla le disse. “Eh si… hai proprio ragione Teresa… si assomigliano davvero.”
“Ma se sono uguali!” esclamò Teresa.
“Appunto! E… e io che ho detto?! Senti Teresa io… io adesso devo proprio andare!” tagliò corto Ester e dopo averle restituito i fogli si allontanò dal banco dell’accettazione.
Teresa rimase a guardarla a bocca aperta. In mano, i suoi turni e quelli della dottoressa Ranieri.
Ester intanto, recuperato il cellulare dalla tasca dei pantaloni e con le mani che le tremavano, scrisse un SMS. “Devo parlare con te al più presto! Fammi sapere dove e quando!”
E finito di scrivere il messaggio lo spedì a Marina.
Più tardi.
Marina entrò nel bagno e dopo essersi chiusa la porta alle spalle controllando sotto le porte dei bagni le sussurrò. “Ester? Ester? Ester?”
Improvvisamente, sentì qualcuno aprire la porta dell’ultimo bagno.
“Vieni…” le disse Ester facendo capolino. “Sbrigati! Prima che ci veda qualcuno!”
Marina la raggiunse e sorridendo le disse. “Però… dagli ascensori ai bagni, che bel salto di qualità!”
“Si può sapere dove si stata?! E’ tutta la mattina che cerco di parlarti!” l’aggredì Ester.
“Ti sei forse dimenticata… che lavoriamo in un pronto soccorso?” scherzò Marina.
“Scusami ma… ma sono troppo nervosa!”
“Lo vedo ma… non preoccuparti, adesso ci sono io qui con te. Ci penso io a farti stare meglio.” le disse avvicinandosi a lei per baciarla.
“No! Ti prego Marina! Questo non è proprio il momento!” le disse Ester allontanandola da se.
Marina allora, cominciò a preoccuparsi. “Si può sapere che ti succede?”
“Ci ha scoperte!”
“Chi? Chi ci ha scoperte?” le chiese Marina sempre più seria.
“Teresa! E chi altri?!”
“Come ci ha scoperte? E’ impossibile! Siamo state troppo attente! Almeno che… che non abbia nascosto microfoni e videocamere in giro per il Morandini ma… non credo che sia arrivata a tanto?!”
“Ti prego Marina, non dirlo nemmeno per scherzo!” esclamò Ester guardandosi sopra la testa per controllare che davvero non ci fosse videocamere in giro.
Marina sorrise.
“Non mi sembra ci sia niente da ridere!” le disse Ester tornando a guardarla accigliata.
Marina si avvicinò a lei. Le prese il volto tra le mani e guardandola negli occhi le disse. “Ester?”
“Si?”
“Prendi un respiro profondo e poi, raccontami tutto quello che è successo.”
Ester annuì. Prese un respiro profondo e ritrovando un po’ del controllo perso le disse. “Teresa… ha scoperto che abbiamo gli stessi turni!”
Marina rimase in attesa di sentire il resto quando però, si rese conto che quello era tutto tornò a sorridere e le chiese. “Tutto qui?”
“E ti pare poco?!”
“No ma… ma non mi sembra nemmeno questo granché!” rispose Marina perplessa.
Ester la guardò confusa.
“D’accordo! Ammettiamo anche… che Teresa abbia scoperto che abbiamo gli stessi turni ma… ma da qui a dire che ci ha scoperte, mi sembra un po’ esagerato, non credi?”
“E quanto pensi le ci vorrà, prima di capire che uno più uno, fa due?”
“Spero per lei… non molto!” ironizzò Marina.
“Marina!” la riprese Ester per niente divertita dalla sua battuta.
“Ester?”
“Mm…?”
“Ho una gran voglia di baciarti quindi… perché non lasci Teresa dietro al banco dell’accettazione e vieni qui?”
Ester si lasciò andare ad un sospirò poi, ritrovando il sorriso l’afferrò per il camice e tirandola a se, appoggiò le labbra sulle sue e la baciò travolta dal desiderio di averla.
Stavano ancora baciandosi quando qualcuno entrò nel bagno. Ester e Marina si bloccarono e con il fiato sospeso, tornarono a guardarsi preoccupate.
“Maledizione!” imprecò una voce femminile seguita dal rumore dell’acqua che scorreva dal rubinetto del lavandino.
“Chi è?” le chiese Ester con un filo di voce per non farsi sentire.
“Credo… Giulia.” rispose Marina portandosi l’indice davanti alle labbra per farle capire di non parlare.
Improvvisamente, sentirono chiudere l’acqua del rubinetto. Giulia che prendere un paio di salviette di carta dal distributore. Tirare su con il naso e poi, a passi affrettati raggiungere la porta del bagno ed uscire.
Ester e Marina tornarono a respirare. In quel preciso istante però, la suoneria del cellulare di Marina si mise a suonare. Ester ebbe un tuffo al cuore per lo spavento.
Marina invece, prese il cellulare e rispose. “Si?”
Ester rimase a guardarla prendendo intanto dei respiri profondi per stabilizzare i battiti del cuore.
“Si Teresa. Arrivo!” le disse Marina e chiuso il cellulare lo ripose nella tasca del camice. “Devo andare!” le disse tornando a guardarla.
Ester rimase a guardarla confusa mentre Marina apriva la porta del bagno.
Marina aveva raggiunto il lavandino quando si voltò e con il sorriso sulle labbra le disse. “Ester?”
“Si?” rispose lei confusa.
“Prima di uscire… ti consiglio di sciacquarti la faccia con un po’ d’acqua fredda!”
Ester la guardò sempre più confusa.
“Sei così pallida, che sembra tua abbia visto un fantasma.” le disse Marina e sorridendo divertita se ne andò lasciandola lì da sola.
Ester scosse la testa incredula.
Capitolo 12
“Teresa?” le disse Marina raggiungendola al banco dell’accettazione.
“Ah… si… dottoressa Ranieri! Mi scusi se l’ho disturbata ma… tutti gli altri dottori sono già occupati con altre emergenze e…”
“Hai fatto bene a chiamarmi. Di che si tratta?” la interruppe lei.
“Vede quell’uomo laggiù.” Le disse Teresa indicandole un uomo di mezz’età, appoggiato alla parete vicino all’entrata.
“Sembra ferito…” mormorò Marina notando che l’uomo stringeva un asciugamano insanguinato su una mano.
“E’ per questo l’ho chiamata. E’ da un po’ che è li e… e mi sono un preoccupata, non vorrei che ci morisse dissanguato proprio davanti al pronto soccorso!” le disse Teresa.
“Preparami un cartella, io intanto… vado da lui.” le disse Marina allontanandosi dal banco dell’accettazione e raggiunto l’uomo gli disse. “Buon giorno. Sono la dottoressa Ranieri…”
“Buon giorno.” rispose lui alzando lo sguardo su di lei.
“Come si chiama?”
“Giuseppe.”
“Salve Giuseppe. Ho notato.. che ha una ferita alla mano. Se non le dispiace, vorrei dargli un occhiata.”
“Io… veramente… non vorrei disturbare. Avete già così tante emergenze…”
“Non si preoccupi… di loro se ne occuperanno gli altri dottori intanto… perché non mi fa vedere la sua ferita?”
L’uomo allora, alzò il piccolo asciugamano e le mostrò la mano.
Buona parte del palmo era stato reciso da parte a parte. La ferita non era profonda ma usciva ancora un po’ di sangue.
“Però!” esclamò Marina e ricoprendo la ferita con l’asciugamano gli disse. “Sarà meglio che andiamo di la. Non è grave ma… bisognerà metterci dei punti di sutura.”
L’uomo allora, la seguì senza protestare.
Mentre Marina passava dal banco dell’accettazione, Teresa le allungò la cartella. Marina la ringraziò poi facendo strada all’uomo lo accompagno al box 3.
L’uomo andò a sedersi sul lettino Marina invece prese un paio di guanti in lattice dalla scatola. Li indossò. Prese il flacone del disinfettante. Un po’ di cotone e avvicinando la sedia al lettino si sedette e cominciò a pulirgli la ferita.
“Le fa male?” gli chiese lei tornando a guardarlo.
“Un po’…”
“Come ha fatto a tagliarsi così?” gli chiese Marina tornando a disinfettargli la ferita.
“Oh… sa… uno di quegli stupidi incidenti di casa. Stavo gettando l’immondizia nel bidone sotto casa quando, afferrando il sacco mi sono tagliato con il coperchio di una lattina.”
“Ahi!” esclamò Marina immaginandosi la scena.
L’uomo sorrise. “E’ stato meno peggio di quel che può sembrare.” la tranquillizzò lui continuando a sorridere. “Avrò detto a ma figlia centinaia di volte, di premere i coperchi all’interno delle lattine ma lei… niente! E’ sempre così distratta… ultimamente poi… non fa che avere la testa tra le nuvole.”
“Chissà… magari è innamorata?” provò a dirgli lei accennando un sorriso.
“Lo credo anch’io anche sé, spero proprio di no!”
Marina tornò a guardarlo, confusa dalle sue parole.
“Beh… il fatto è.” continuò lui. “Che mia figlia è una bella persona solo che… che in amore… è proprio sfortunata.”
“Mi dispiace.”
Lui si lasciò andare ad un sospiro e continuò. “Tutte le sere… prego che trovi la persona giusta. Sa cosa voglio dire, no? Un uomo maturo abbastanza da prenderla sul serio ma… ma soprattutto, disposto a darle l’amore che si merita.”
“Sono certa… che un giorno sarà così. Mai perdere la speranza.” gli disse Marina accennando nuovamente un sorriso.
Lui annuì.
Marina prese l’occorrente per suturare la ferita e tornando a guardarlo gli disse. “Se dovesse farle troppo male, me lo dica e le faccio un anestesia locale, ve bene?”
“Si.” rispose lui annuendo e mentre lei gli suturava la ferita continuò. “Sa… mia figlia è un infermiera.” le disse con una punta d’orgoglio nella voce.
“Ah… davvero? E dove lavora?”
“Proprio qui!” rispose lui sorridendo.
“Oh… Davvero?”
“Si. Sono anni ormai che lavora qui, chissà… magari la conosce anche?”
“Veramente… non è da molto che lavoro qui ma mi dica il suo nome… chissà che senza saperlo non abbia lavorato con lei?”
Prima però, che lui avesse il tempo di risponderle, Ester si presentò al loro box.
“Che ci fai qui?!” esclamò con gli occhi fuori dalle orbite.
Marina alzò lo sguardo su di lei, come a dirle, guarda che io qui ci lavoro, vedendo però che il suo sguardo era fisso sull’uomo seduto sul lettino, alquanto confusa si voltò a guardarlo a sua volta.
“Ciao Ester.” la salutò l’uomo accennando un sorriso. “Non preoccuparti. Non è niente di serio.”
Ester si avvicinò a lui e dopo avergli controllato la ferita gli disse. “E tu… questo me lo chiami niente?!”
Marina tornò a guardarla perplessa.
“Sono ancora vivo, no?” rispose lui continuando a sorridere. “E poi… sono in buone mani… non è vero dottoressa?” le disse tornando a guardarla.
Marina annuì, ricambiando il suo sorriso.
Ester la guardò con il terrore dipinto negli occhi.
Marina allora, notando che Ester aveva la stessa espressione terrorizzata di poco prima quando pensava che Teresa le avesse scoperte, le rivolse un occhiata confusa.
Ester arrossì imbarazzata poi le disse. “Ci penso io dottoressa Ranieri!” e togliendole l’ago di mano cercò di frapporsi tra lei e l’uomo seduto sul lettino.
Marina la guardò sempre più confusa e preso un respiro profondo le disse. “Tranquilla Ester… posso continuare io.”
“No! Lei ha così tante cose da fare… mi occupo io di lui!” rispose Ester andando a sedersi sul lettino accanto all’uomo.
“Ester? Si può sapere che cosa ti prende? Trattare così una dottoressa…” provò a dirle l’uomo altrettanto confuso.
“Per favore papà!” lo riprese lei.
Marina tornò a guardare l’uomo. Sorpresa. In quel momento però, le fu tutto molto più chiaro e alzandosi dalla sedia gli disse. “Va bene lo stesso signor Giuseppe… non si preoccupi. Visto che adesso c’è qui sua figlia, io posso anche andare.”
Lui la guardò visibilmente imbarazzato.
Marina si tolse i guanti di lattice. Li gettò nel cestino e tornando a guardare Ester le disse. “Una volta finito… c’è da riempire la cartella!”
“Si dottoressa.” rispose Ester distogliendo lo sguardo da lei, sempre più imbarazzata.
“Piacere di averla conosciuta Giuseppe.” lo salutò Marina.
“Grazie ancora di tutto dottoressa.” rispose lui accennando un sorriso.
Marina ricambiò il suo sorriso poi, evitando di guardare Ester si allontanò dal box.
Marina aveva fatto pochi passi quando si fermò di colpo e voltandosi tornò a guardarli. Vide che discutevano animatamente. Improvvisamente, la sua espressione si fece dura. Granitica.
“Dottoressa?!” le disse Ettore raggiungendola da dietro.
“Si?” rispose Marina riemergendo dai suoi pensieri.
“C’è un emergenza!” la informò Ettore concitato.
“Si. Andiamo!” rispose lei e dopo aver dato un ultima occhiata ad Ester e a suo padre lo seguì.
Capitolo 13
A fine turno e dopo aver bussato alla porta della sala medici, Ester entrò nella stanza e nel vedere Marina davanti al suo armadietto le chiese. “Sola?”
Marina si voltò a guardarla e con un espressione seria sul volto rispose. “Si… per il momento sei al sicuro.” le disse e prendendo la giacca dal suo armadietto le chiese. “Come sta tuo padre?”
“Bene. Grazie.” rispose lei raggiungendola. “Ho parlato con lui poco fa e mi ha detto che la ferita non gli fa molto male.”
“Sono certa, che nel giro di qualche giorno riacquisterà la completa funzionalità della mano.” Aggiunse Marina indossando la giacca.
Ester annuì e le chiese. “Allora… cosa facciamo di bello questa sera?”
Maria chiuse l’anta dell’armadietto e tornando a guardarla le disse. “Mi dispiace Ester ma… questa sera proprio non posso. Ho un altro appuntamento.” mentì distogliendo lo sguardo da lei.
“Oh…” mormorò Ester un po’ delusa. “Beh… non importa. Sarà per un altra volta.”
“Si. Un altra volta…” mormorò Marina e tornando a guardarla le spostò un ciuffo di capelli da davanti agli occhi, glielo portò dietro l’orecchio e facendo scivolare la mano sul suo collo rimase a guardarla per alcuni secondi, persa nei suoi occhi. In quel momento avrebbe tanto voluto baciarla ma, si trattenne dal farlo e allontanando la mano da lei le disse. “Passa una buona serata.” e prima che Ester potesse rispondere si affrettò a raggiungere la porta e con gli occhi che si facevano sempre più lucidi se ne andò.
Ester rimase a fissare la porta. Perplessa. Confusa.
Nei giorni che seguirono, Marina fece di tutto per evitare di rimanere sola con Ester e a fine turno accampava scuse su scuse per non dover uscire con lei. Ester non sapeva più dove sbattere la testa. Sentiva che c’era qualcosa che non andava tra loro ma più cercava una risposta e meno riusciva a capire che cosa fosse successo. L’unica cosa però, che le divenne sempre più chiara, era che Marina non voleva più spendere del tempo con lei e così, piano, piano anche lei smise di cercarla e di proporle di uscire insieme. Erano tornate ad essere, la dottoressa e l’infermiera.
I loro colleghi avevano notato lo strano quanto improvviso cambiamento d’umore di entrambe. Niente più sorrisi sui loro volti e anche la strana luce che aveva fatto brillare i loro occhi fino a pochi giorni prima, era completamente sparita lasciando il posto ad espressioni tristi e malinconiche.
Un giorno come tanti altri, Ettore trovandosi da solo con Marina nella sala medici e notando la sua espressione assente timidamente provò a chiederle. “Va tutto bene dottoressa Ranieri?”
Marina si voltò a guardarlo senza però vederlo davvero.
Ettore arrossì imbarazzato ma allo stesso tempo, preoccupato per lei. Voleva aiutarla ad uscire da quel periodo particolarmente nero ma non sapeva come poi, improvvisamente ritrovando il sorriso le disse. “Voglio mostrarle qualcosa, che sono certo le farò tornare il sorriso.”
Marina lo guardò confusa mentre lui raggiungeva il lato opposto della stanza.
“Mi raccomando però… non lo dica a nessuno o posso scordarmi di finire il tirocinio in questo posto!” le disse Ettore prendendo una scatola da terra e tornando da lei l’appoggiò sul tavolino. L’aprì. Fece scivolare le mani al suo interno e quando le ritirò fuori le mostrò un gattino dai colori indefiniti.
Lo sguardo di Marina si illuminò alla vista del gattino. Si alzò dalla sedia per andare da lui e allungando una mano accarezzò il gattino sulla testa. “E’ tuo?” gli chiese.
“Non proprio. L’ho trovato vicino ad un cassonetto dell’immondizia mentre venivo a lavorare.”
“Com’è piccolo…”
“Si ma… non si faccia ingannare dal suo aspetto innocente in realtà è già una piccola tigre. Guardi cosa è riuscito a farmi!” le disse Ettore mostrandole il dorso delle mani con ancora i segni dei graffi e dei morsi che gli aveva dato.
Marina sorrise divertita.
Ettore arrossì imbarazzato poi le disse. “Tenga… chissà che con lei non si dia una calmata!” e prima che lei potesse protestare lo fece passare dalle sue mani a quelle di lei.
Marina accarezzò il gattino sulla testa e sotto il mento fino a raggiungergli il collo. In pochi secondi il gattino si mise a fare le fusa.
Ettore rimase a guardarli sorpreso.
“Come sei carino…” gli disse Marina e tornando a guardare Ettore gli chiese. “Cosa pensi di farne?”
“A casa mia non posso portarlo. Mio padre è allergico ai gatti anzi, a tutti gli animali. Stavo pensando… una volta finito il mio turno di portarlo in qualche centro d’accoglienza per animali randagi, almeno che…”
“Cosa?” gli chiese lei tornando a guardarlo.
“Beh… almeno che… che non voglia prenderlo lei?”
“Io?”
“Perché no?”
“Non ho mai avuto un gatto…”
“C’è sempre una prima volta per tutto, no?”
Marina lo guardò poco convinta.
“Scusi ma… lei non vive forse da sola?”
“Si.”
“E da quello che posso vedere, direi che non è allergica ai gatti se no, a quest’ora avrebbe già starnutito come mio padre…”
Marina annuì.
“E allora… dov’è il problema? E poi, i gatti non hanno bisogno di molte attenzioni. Basta dargli da mangiare, da bere e un po’ di coccole di quando in quando ed è fatta!”
“In effetti…” mormorò Marina. “Tra l’altro… ho anche una terrazza.”
“Hai sentito…” disse Ettore al gattino accarezzandolo sulla testa. “Avrai anche una bella terrazza dove poterti scatenare.”
Marina però, tornò a guardarlo seria e gli disse. “Ehi! Ancora non ho detto che me lo porterò a casa!”
Ettore allora, le indirizzò un espressione da cane bastonato. “E lei vorrebbe dirmi… che avrebbe il cuore di abbandonare questo piccolino a se stesso quando potrebbe benissimo salvarlo da una vita di stenti e sofferenze?”
“Così… però non vale!” protestò lei.
“Gliel’ho detto. Se potessi lo porterei volentieri a casa mia ma…”
“Tuo padre…” gli disse finendo la frase per lui.
Ettore annuì.
Marina allora, si fermò a riflettere accarezzando il gattino poi lasciandosi andare ad un sospiro tornò a guardarlo e accennando un sorriso gli disse. “Va bene. Lo porterò a casa mia.”
Nell’esultanza del momento, Ettore l’abbracciò quando però si ricordò di chi era lei, s’irrigidì e allontanandosi da lei arrossì imbarazzato. “Mi… mi scusi.” Mormorò distogliendo lo sguardo da lei.
Marina però, sorrise divertita e gli disse. “Tranquillo Ettore, non lo dirò a nessuno.”
Ettore tornò a guardarla e quando i loro sguardi si incontrarono, scoppiarono a ridere divertiti.
Improvvisamente, furono interrotti dalla suoneria del cellulare di Ettore.
Ettore prese il cellulare dalla tasca del camice e sorridendo rispose. “Pronto? Si. Si. Sto arrivando!”
“Un emergenza?” gli chiese Marina mentre lui riponeva il cellulare nella tasca.
“Già! Mi dispiace ma… devo proprio andare.” le disse avviandosi verso la porta.
“Ettore?” lo richiamò lei.
“Si?” rispose lui tornando a guardarla.
“Grazie.” gli disse lei accennando un sorriso mostrandogli il gattino che aveva tra le mani.
“Grazie a lei dottoressa.” rispose lui prima di precipitarsi fuori dalla stanza.
Capitolo 14
Un paio di giorni più tardi, Teresa e Rocco si trovavano dietro al banco dell’accettazione.
“Rocco?” gli disse lei seria.
“Si Terry?”
“Teresa!”
“Appunto!”
“Perché non vai a parlare con Ester?”
“E perché mai dovrei andare a parlare con lei?” le chiese Rocco sorpreso dalla sua richiesta.
“Perché non ce la faccio più a vederla in quello stato! So che c’è qualcosa che non va ma… ogni volta che provo a farla parlare, lei si chiude come un ostrica.”
“E ti sorprendi?” scherzò lui.
“Senti Rocco ma… ma tu credi davvero che io non abbia un cuore?!”
“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere a questa domanda!” rispose lui sorridendo.
Teresa lo incenerì con un occhiata poi gli disse. “Quando fai così io… io proprio non ti sopporto!” esclamò poi, lasciandosi andare ad un sospiro continuò. “Vorrei che Ester tornasse ad essere quella di una volta… quando era felice e aveva quella strana luce negli occhi.”
Rocco la guardò confuso. “E… e credi che anch’io non vorrei la stessa cosa? Ma… ma cosa possiamo fare?”
“Potresti parlare con lei…”
“Io?!”
“Si! Tu e Ester siete molto legati e chissà che con te non riesca a parlare e a dirti cosa la fa stare tanto male?”
“Oh… adesso ho capito il tuo gioco! Tu vuoi che io parli con lei per poi estorcermi qualche confidenza ma… io non ci casco!”
Teresa lo fulminò con un occhiata truce. “Non hai capito proprio niente! Non m’interessa sapere quale è il suo problema! Voglio solo che lo risolva al più presto e che torni ad essere quella di un tempo! E’ così difficile da capire?!” gli urlò lei esasperata.
Rocco rimase a guardarla a bocca aperta per la sorpresa e solo allora si rese conto che lei era veramente preoccupata per Ester. “D’accordo! Le parlerò!” le disse lasciandosi andare ad un sospiro.
“E’ appena andata alla caffetteria!” gli disse Teresa e distogliendo lo sguardo da lui si mise a trafficare con le carte che si trovavano sul banco dell’accettazione.
“Un caffè?!” le chiese lui scherzando, prima di allontanarsi dal banco dell’accettazione per raggiungere Ester nella caffetteria.
Intanto nella sala medici, la Dottoressa Gandini e Marina si stavano concedendo una breve pausa dal lavoro davanti ad una tazza di caffè.
La Gandini alzò lo sguardo dalla sua tazza e si fermò a guardarla preoccupata.
Marina fissava la tazza davanti a se con lo sguardo assente.
“Ti va di parlarne?” le chiese la Gandini.
Nel sentire la sua voce, Marina si scosse dai suoi pensieri e tornando a guardarla le chiese. “Di cosa?”
“Di qualunque cosa tu abbia voglia di parlare. Sai… sono una brava ascoltatrice e… mantengo i segreti anche sotto tortura!” le disse la Gandini accennando un sorriso.
Marina abbozzò un sorriso poi però le disse. “Veramente… non c’è niente di cui parlare.”
“Come vuoi. Se preferisci tenerti tutto dentro… fai pure. Infondo… siamo solo colleghe, no?”
Marina distolse lo sguardo imbarazzata poi tornando a guardarla accennò un sorriso e le disse. “Davvero hai voglia di ascoltare…?”
“Marina?” le disse lei interrompendola.
“Si?”
“In questo momento… sono aperta ad ascoltare di tutto! Anche i tuoi segreti più sordidi!” le confessò la Gandini sorridendo.
“Oh… davvero?” rispose Marina ricambiando il suo sorriso.
“Si. Tutto!” le confermò lei annuendo sempre più divertita.
Marina allora, si fece coraggio e dopo aver preso un respiro profondo cominciò a raccontarle di lei e Ester.
Rocco intanto, raggiunta la caffetteria andò al distributore di caffè per farsi un cappuccino e mentre aspettava che fosse pronto si fermò a guardare Ester senza che lei lo vedesse.
Ester sedeva ad un tavolino con l’espressione abbattuta.
Rocco si sentì stringere il cuore e quando il cappuccino fu pronto, recuperò il bicchierino di plastica e la raggiunse al suo tavolo.
“Un euro… per i tuoi pensieri!” le disse appoggiando una moneta da un euro sul piano del tavolo.
Ester guadò la moneta poi alzando lo sguardo su di lui accennò un sorriso e gli disse. “Sarebbe un euro sprecato!”
“Questo… lascialo decidere a me!”
Ester si lasciò andare ad un sospiro.
“Allora… credevo che le cose tra te ed una certa dottoressa, andassero bene?”
Ester lo guardò sorpresa.
“Beh… ho immaginato che… che dopo l’episodio dell’ascensore ne fossero seguiti altri, sbaglio?”
“In effetti…” mormorò Ester arrossendo imbarazzata.
“Lo sapevo!” esultò lui.
Ester lo guardò confusa.
“Scusa…” si affrettò a dirle lui. “E solo che… che mi piaceva l’idea di sapervi insieme.” mormorò arrossendo imbarazzato.
“Davvero?” rispose Ester ritrovando il sorriso.
Rocco annuì. “Te l’ho detto… sono uno dei pochi romantici rimasti sulla faccia della Terra.”
“Beh… comunque sia.” continuò Ester lasciandosi andare ad un sospiro. “Qualunque cosa stesse iniziando… è già finita!” gli confessò lei con gli occhi lucidi.
“Com’è possibile?!”
“Onestamente?”
Lui annuì.
“Non lo so Rocco! Credevo che andasse tutto bene tra noi e poi… così… da un giorno all’altro… è finito tutto!” gli disse. Gli occhi che si facevano sempre più lucidi.
“Questo vuol dire… che é stata lei a troncare la storia?” le chiese lui sorpreso.
Ester annuì. “Già!” esclamò lei frustrata. “Se… se almeno sapessi cos’è successo… chissà… magari avrei potuto provare a rimediare alla cosa e invece…”
“Perché Ester… non mi racconti com’è andata? Magari… insieme… potremmo capirci qualcosa, no?”
Ester tirò su con il naso e con le parole che le uscivano dalla bocca come un fiume in piena gli raccontò tutto quello che era successo tra lei e Marina dopo il bacio in ascensore.
In sala medici intanto, Marina aveva appena finito di raccontare alla Gandini gli eventi che l’avevano portata a troncare la sua relazione con Ester.
“Scusa Marina ma… c’è una cosa che non capisco?”
“Cosa?”
“Come hai potuto troncare la relazione senza prima interpellare Ester?!”
Marina distolse lo sguardo imbarazzata.
la Gandini continuò. “Non credi che prima… avresti dovuto parlarne con Ester e lasciare che lei decidesse cosa fare della propria vita?!”
Marina non rispose.
“Capisco che… che dopo quello che è successo con questa Vera, tu ti sia spaventata ma… ma non puoi sapere a priori… se con Ester sarebbe andata a finire allo stesso modo? Mi dispiace Marina ma… ma non sono d’accordo con quello che hai fatto e sai che ti dico? Che secondo me, ti sei fatta scappare un’occasione d’oro con Ester!”
Marina tornò a guardarla sorpresa dalle sue parole e accigliata si fermò a riflettere su quello che lei le aveva appena detto.
“Se io fossi in te Marina… ci ripenserei e andrei di corsa ad inginocchiarmi ai suoi piedi per chiederle scusa e pregandola di riprendermi con tutti i miei dannati difetti!” le disse la Gandini accennando un sorriso.
“Ah… è questo che faresti se fossi in me?” rispose Marina ricambiando il suo sorriso.
“Assolutamente si!”
“Credo… credo proprio che tu abbia ragione!” le disse Marina annuendo.
“Io ho quasi sempre ragione.” Scherzò la Gandini ricambiando il suo sorriso. “Dai… finisci di bere il tuo caffè e vai a cercarla. Voglio sentire suonare le campane!”
Marina non se lo fece dire una seconda volta e lasciando la tazza di caffè dov’era si alzò dalla sedia. “Vado a sistemare il batacchio per le campane!” le disse indirizzandole un sorriso e dopo averla ringraziata si precipitò fuori dalla sala medici.
“Le voglio sentire suonare, forti e chiare!” le urlò dietro la Gandini sorridendo sempre più divertita.
Intanto nella caffetteria, Ester aveva appena finito di raccontare tutto a Rocco.
“Ester?”
“Mm?”
“Vuoi forse dirmi… che l’hai allontanata in quel modo?”
Ester annuì guardandolo confusa.
“La dottoressa Ranieri?”
“Si.”
“L’amore della tua vita?”
“Scusa Rocco ma… ma che altro potevo fare?! Non potevo certo guardare mio padre in faccia e dirgli… ah… sai papà, dimenticavo di dirti una cosa… io e la dottoressa Ranieri stiamo insieme! Come minimo… gli veniva un infarto!”
“Beh… se non altro… era già nel posto giusto.” scherzò lui.
“Sii serio!” lo riprese Ester dandogli un buffetto sulla spalla.
Rocco allora, tornò a farsi serio e continuò. “Certo… io non sono la Ranieri ma… ma se tu mi avessi fatto una cosa del genere io… io credo che non l’avrei presa tanto bene.” mormorò lui dando voce ai suoi pensieri.
In quel preciso istante, Ester ebbe un’illuminazione, come se improvvisamente si fosse accesa la luce in una stanza rimasta al buio fino a quel momento. Scattò in piedi dallo sgabello ed eccitata esclamò. “Ho capito!”
“D’avvero?” rispose Rocco guardandola confuso.
“Si!” gli disse lei ritrovando il sorriso e prendendogli il volto tra le mani, lo baciò su una guancia e gli disse. “Grazie! Adesso… so cosa devo fare!”
“Oh… meno male perché io… io ancora non ho capito niente.” rispose lui seguendola con lo sguardo mentre lei si allontanava dalla caffetteria.
Capitolo 15
Marina si trovava nel suo studio e stava parlando al cellulare dando le spalle alla porta quando Ester entrò trafelata nella stanza.
“Si. Ci vediamo a casa mia alle cinque.”
Le sentì dire.
Terminata la telefonata, Marina si voltò e nel vederla, il suo volto si illuminò in un ampio sorriso.
Ester invece, la fulminò con lo sguardo e tornando sui suoi passi corse fuori dalla stanza.
Marina rimase perplessa a guardare la porta che si richiudeva poi, scotendo leggermente la testa alzò gli occhi al soffitto e lasciandosi andare ad un sospiro mormorò. “Ester… Ester uno di questi giorni mi farai diventare pazza.” poi però, ritrovando il sorriso ripose il cellulare nella tasca del camice. Raggiunse la porta e si precipitò fuori dalla stanza.
Una volta in corridoio però, Marina si guardò intorno confusa di Ester infatti non c’era alcun segno. “E va bene Ester. Vuoi davvero fare questo gioco? E allora giochiamo!” esclamò lanciandosi alla sua ricerca.
Marina la cercò per tutto il pronto soccorso senza però trovarla da nessuna parte e stava cominciando a perdere la speranza di trovarla quando le venne in mente di controllare nell’unico posto in cui ancora non era stata.
Una volta raggiunti i bagni, si piegò e controllando sotto le porte sussurrò. “Ester? Ester? Ester?”
Silenzio.
Accidenti! Imprecò lei tra se non sapendo più dove cercarla e sempre più demoralizzata andò ad appoggiarsi su uno dei lavandini. Recuperò il cellulare dalla tasca del camice. Digitò il numero del cellulare di Ester e rimase in attesa. Improvvisamente, le note della suoneria del cellulare di Ester riecheggiò nel bagno. Marina interrupe la chiamata e ritrovando il sorriso ripose il cellulare nella tasca e le disse. “Ester? Dobbiamo parlare.”
Silenzio.
“Ester ti prego… esci di li. Devo parlarti di una cosa molto importante!”
Silenzio.
“Ester? Guarda che non mi muovo di qui se prima non abbiamo parlato!” le disse Marina incrociando le braccia davanti al petto. “Parlo sul serio! Emergenze o non emergenze, io non mi muovo!”
Improvvisamente, sentì armeggiare alla porta del bagno che si trovava alla sua destra. Si voltò e finalmente la vide. Bella più che mai.
Ester aprì del tutto la porta e tornando a sedersi sulla tazza del bagno, incrociò le gambe e le braccia davanti al petto e accigliata le chiese. “Di cosa vuoi parlarmi?!”
“Una posizione davvero molto aperta al dialogo.” Mormorò Marina sarcastica.
Ester allora, si alzò dalla tazza del bagno e stava per richiudere la porta in faccia.
“Scusa! Scusa!” si affrettò a dirle Marina.
Ester si bloccò e con la porta semi aperta, rimase a guardarla in attesa.
“Devo… devo dirti delle cose.” mormorò Marina in imbarazzo.
Ester allora, aprì completamente la porta. Tornò a sedersi sulla tazza del bagno. Incrociò gambe e braccia e tornò a guardarla seria.
“Intanto… si può sapere perché sei scappata in quel modo?!” le chiese Marina andare su e giù davanti a lei.
Ester però, non rispose.
Marina si fermò a guardarla sempre più confusa poi le disse. “Per la cronaca… stavo solo parlando con il vetraio!”
Ester la guardò sorpresa poi, arrossendo imbarazzata distolse lo sguardo da lei.
Marina rimase a guardarla senza parole.
Ester alzò nuovamente lo sguardo su di lei e le chiese. “Allora? Si può sapere di cosa volevi parlarmi?!”
Marina deglutì nervosamente e schiaritasi la voce continuò. “Beh… per prima cosa… volevo scusarmi con te.”
L’espressione di Ester si addolcì.
“Sono stata una stupida, un egoista ed una vigliacca!” le confessò Marina. “Ho… ho avuto paura Ester! Dopo il nostro ultimo incontro qui ed il terrore che ti ho letto negli occhi al pensiero che Teresa ci avesse scoperte e poi il modo in cui mi hai allontanata da tuo padre è… è stato troppo! Mi è sembrato… come se fossi tornata indietro nel tempo e così… prima che tu mi ferissi come ha fatto Vera… ho deciso di allontanarti da me anche perché, temevo che questa volta non mi sarei ripresa altrettanto facilmente!”
Ester la guardò con gli occhi lucidi.
“Io… io ti amo Ester ma… ma se tu non ti senti coinvolta abbastanza da avere il coraggio di stare con me alla luce del sole allora… allora preferisco che la finiamo qui, prima che sia troppo tardi! Non voglio vivere all’ombra di nessuno e tanto meno nascondermi agli altri come se fossi una criminale! Non ho nessuna colpa se mi piacciono le donne e tanto meno se mi sono innamorata di te! Questa è quella che sono e… e questo è tutto quello che posso offrirti, nel bene e nel male.” le disse poi sentendo le lacrime premere per uscire dagli occhi si voltò e appoggiando le mani sul lavandino si fermò a fissarlo.
Ester allora, si alzò dalla tazza del bagno e la raggiunse a piccoli passi. Le circondò la vita da dietro e stringendola forte a se le disse. “Mi dispiace tanto Marina per come ho reagito, sia riguardo a Teresa che con mio padre… mi sono fatta prendere dal panico ma… ma anch’io ti amo. Ti amo come non ho mai amato nessuno prima però… devi anche capire, che per me è ancora tutto così nuovo e… e come se non bastasse, ho avuto paura di perdere tutte le persone a me care senza però rendermi conto, che così stavo allontanando da me, la persona più importate della mia vita. Tu Marina.”
Marina si voltò verso di lei e stringendola a sua volta si fermò a guardarla negli occhi.
In quel momento, i loro sguardi si persero uno in quello dell’altra.
“Ester io…” mormorò Marina.
“Ti chiedo solo…” la interruppe lei. “Di darmi un po’ di tempo…”
“Sei certa Ester… che questo è proprio quello che vuoi?”
“Si.” le confermò lei con gli occhi lucidi.
Marina allora, si lasciò andare ad un sospiro. Le accarezzò il volto poi, guardandola negli occhi le disse. “Prenditi pure… tutto il tempo di cui hai bisogno.”
Ester allora, avvicinò le labbra alle sue e la baciò.
Dopo essersi baciate, tornarono a guardarsi negli occhi.
“Sarà meglio… che ci stacchiamo da questo abbraccio, prima che entri qualcuno.” mormorò Marina lanciando un occhiata preoccupata verso la porta.
Ester la baciò sulle labbra e annuendo si staccò dal suo abbraccio.
Stavano per raggiungere la porta del bagno per uscire quando Marina si fermò di colpo e tornando a guardarla le disse. “Ah… un’altra cosa?”
“Cosa?”
“Quando te la senti… puoi cominciare portare le tue cose da me.”
“Non ti sembra di correre un po’ troppo?” le chiese Ester guardandola sorpresa.
“No! Te l’ho detto… quando m’innamoro, m’innamoro sul serio e poi… so già che ti ci vorrà un po’ di tempo prima che tu riesca a trovare il coraggio di parlare di noi a tuo padre!” rispose Marina tornando sui suoi passi.
“Ah si?” le disse Ester afferrandola da dietro e dopo averla baciata sul collo le sussurrò. “Credi davvero di conoscermi così bene?”
Marina si voltò e sorridendo rispose. “Credo di sì ma… ma sono pronta a farmi stupire!”
“Ti amo.” Le disse Ester.
“Sarà meglio che andiamo o… o potrei dimenticarmi di dove ci troviamo.” le disse Marina facendole capire quanto la desiderasse in quel momento.
Ester sorrise divertita. “Mm… abbiamo i bollenti spiriti o sbaglio?” la prese in giro lei e avvicinandosi al suo orecchio le sussurrò. “Comunque… se può esserti d’aiuto, prova a consolarti pensando a cosa ho in mente di farti una volta finito il turno.”
“Infermiera Bruno, mi sta forse facendo un proposta indecente?!” le chiese Marina fingendosi scandalizzata.
“Oh… si. Indecentissima!” le confermò Ester seguendola fuori dai bagni.
“Sei certa che si possa dire indecentissima?” le chiese Marina perplessa.
“A dopo… dottoressa Ranieri!” le disse Ester per tutta risposta prima di allontanarsi da lei con il sorriso sulle labbra.
Capitolo 16
Due mesi più tardi, in una tranquilla serata al Morandini Rocco, Teresa e la Gandini stavano parlando tra loro, al banco dell’accettazione in attesa di un emergenza.
“Sembra… che Carola e Santamaria… stiano mettendo in cantiere un bambino?” disse loro Teresa.
“E a te chi l’ha detto?!” le chiese Rocco sorpreso.
“Carola… sai in confidenza.” rispose lei ammiccando un sorriso.
“Ed è venuta proprio da te per farti una confidenza? Faceva meglio ad andare da un prete almeno con lui sarebbe rimasta tale, hai presente il segreto del confessionale?”
La Gandini sorrise divertita.
Teresa invece gli lanciò un occhiata truce poi, tornando a guardare la Gandini le disse. “Il professor Danieli invece… sembra che stia uscendo con una giovane dottoressa di oncologia e… da quello che si dice, pare che abbia almeno 15 anni meno di lui.”
“Però! Mica scemo il nostro professore?” esclamò Rocco accompagnando con un fischio le sue parole poi, tornando a guardarla le chiese. “Ed il Papa?”
“Che centra il Papa?” gli chiese Teresa confusa.
“Nessuna novità da lui?”
Teresa lo fulminò con lo sguardo.
La Gandini scoppiò a ridere sempre più divertita poi, con le lacrime agli occhi disse loro. “Sapete una cosa? Quando litigate così… mi fate pensare ad una vecchia coppia di coniugi.”
“Che cosa?!” esclamò Teresa scioccata.
“La prego dottoressa non lo dica nemmeno per scherzo!” replicò lui con il terrore dipinto negli occhi.
In quel momento, un ambulanza si fermò davanti all’entrata del pronto soccorso. Franco ed Eva scesero portandosi dietro una lettiga.
La Gandini dopo essersi scusata con Rocco e Teresa andò loro incontro.
“Che cos’abbiamo?!” chiese loro.
Franco ed Eva non risposero e distogliendo lo sguardo da lei lo indirizzarono sulla persona che si trovava nella lettiga.
La Gandini li guardò da prima sorpresa ma quando indirizzò lo sguardo sulla persona che avevano appena trasportato lì e nel riconoscerla esclamò. “Marina?!”
Franco ed Eva si scambiarono una rapida occhiata e annuirono sempre più a disagio.
“Co… cosa le è successo?!”
“Non lo sappiamo! L’abbiamo trovata così… quando siamo arrivati sul posto.” Rispose Franco.
“Ha mai ripreso conoscenza mentre la portavate qui?!” chiese loro la Gandini.
“No!” rispose Eva.
“Sembrerebbe un trauma cranico.” continuò Franco indicandole la ferita alla fronte e quella dietro alla testa.
“Che altro?” gli chiese la Gandini.
“Probabile fattura del braccio destro… escoriazioni sulla parte destra del volto e probabili contusioni all’addome!” le disse Franco.
“Una macchina della polizia ci ha seguiti fin qui…” aggiunse Eva. “Vogliono parlare con tutti quelli che entrano in contatto con la dottoressa Ranieri. Stanno cercando di fare luce sull’accaduto.”
“Va bene! Intanto portiamola di la!” le disse la Gandini e passando dal banco dell’accettazione si fermò e disse a Teresa. “Mandami Giulia in chirurgia 2!”
“Si dottoressa!” rispose lei e allungando lo sguardo sulla lettiga le chiese. “E’ grave?”
“Devo ancora visitarla!” tagliò corto la Gandini e facendo strada a Franco e Eva si allontanò con loro per raggiungere la sala di chirurgia 2.
Rocco e Teresa si guardarono ancora scioccati per quello che era successo alla Ranieri.
“Rocco?!” lo chiamò un collega.
“Si?” rispose lui distrattamente. Il pensiero ancora alla Ranieri.
“Puoi venire con me? Ho bisogno di una mano!” gli disse il collega.
“Si.” rispose Rocco e salutata Teresa lo seguì.
Teresa invece, afferrò la cornetta del telefono per chiamare Giulia.
Intanto, in chirurgia 2 Franco, Eva e la Gandini con l’aiuto di un altra infermiera, trasferirono Marina dalla lettiga al tavolo operatorio.
“Grazie.” disse loro la Gandini.
“Per qualsiasi cosa… noi siamo a disposizione!” le disse Eva e lanciando un ultima occhiata alla Ranieri si allontanò con Franco.
“Grazie!” rispose la Gandini e con l’aiuto dell’infermiera che era lì con lei, cominciarono a toglierle i vestiti di dosso. “Raccogli tutto da una parte!” le disse alzando lo sguardo su di lei. “E… consegna tutto alla polizia!”
“Si dottoressa!” rispose lei prima di allontanarsi per andare a prendere le apposite buste.
L’infermiera stava lasciando la sala quando Giulia fece il suo ingresso nella sala e dopo averla raggiunta le chiese. “Mi ha fatto chiamare dottoressa?” quando però abbassò lo sguardo sul lettino e riconobbe la dottoressa Ranieri spalancò gli occhi per la sorpresa.
“Giulia?” la richiamò la Gandini.
“Si?”
“Ho bisogno che mi chiami Ester!”
“Ester?” mormorò lei confusa sapendo che Ester aveva finito il suo turno qualche ora prima.
La Gandini guardò Marina poi tornando a guardarla le disse. “Si. Ester.”
Giulia guardò la Ranieri quando però, tornò a guardare la Gandini arrossì imbarazzata e le disse. “Oh… si… certo… Ester!” esclamò sempre più sorpresa.
“Dille solo di venire qui. Le spiegherò io quello che è successo.”
“Si! Ho capito!” rispose Giulia prima di allontanarsi.
Ester entrò trafelata al Morandini.
“Ester?!” esclamò Teresa sorpresa di vederla. “Si può sapere che ci fai qui?”
Prima però che lei avesse il tempo di risponderle, Giulia le andò incontro e tirandola a se le disse. “Vieni con me Ester!”
“Le vittime dell’emergenza sono già arrivate?” le chiese Ester seguendola nel corridoio.
“No Ester… non c’è alcuna emergenza almeno… non come pensi tu.” le disse Giulia.
Ester la guardò confusa.
“Vieni con me, ti spiegherà tutto la Gandini.” si limitò a dirle facendole strada.
Una volta fuori dalla porta di chirurgia 2 Giulia le disse. “Aspetta qui!” e prima che Ester potesse protestare si precipitò all’interno della sala.
Qualche secondo più tardi la Gandini uscì fuori dalla sala.
“Ciao Ester.” la salutò fermandosi davanti a lei.
“Buona sera dottoressa… io… io non capisco.” mormorò Ester confusa.
“Si tratta di Marina…”
“Mi dispiace ma… Marina in questo momento è fuori per delle commissioni. Ha provato a chiamarla al suo cellulare?”
“Veramente Ester… Marina è qui!”
“Anche lei?”
La Gandini si voltò e indirizzando lo sguardo sulla porta di chirurgia continuò. “Non sappiamo ancora… che cosa le sia successo.” Le disse tornando a guardarla. “Franco ed Eva l’hanno trovata priva di sensi…”
“Vi sbagliate… non… non può essere Marina.” rispose lei cominciando però a sentire i battiti del cuore accelerare all’impazzata.
“Mi dispiace Ester…” le confermò la Gandini.
“Voglio vederla!”
“Non è possibile!”
“E perché mai?!”
“Perché… in questo momento con lei c’è un altro dottore che la sta visitando.” le spiegò la Gandini.
“Non capisco. Che dottore?” le chiese Ester con gli occhi sempre più lucidi.
“La dottoressa Margiassi.”
Ester la guardò sempre più confusa.
“Pensiamo che… che sia stata aggredita.”
“Aggredita?! E da chi?! Come?! Perché?!”
La Gandini scosse la testa. “Non lo sappiamo ancora. Fino a quando Marina non riprenderà conoscenza e ci racconterà quello che è successo… noi possiamo solo fare delle supposizioni.”
“Capisco e… e che ferite ha riportato?”
“Trauma cranico… frattura dell’avambraccio destro e… e contusioni su buona parte del corpo.”
“Le avete già fatto una radiografia e la risonanza magnetica per vedere se ha del fratture al cranio o emorragie cerebrali?”
“Si. Per il momento sembra che sia tutto al posto. Niente fratture o emorragie ma…”
“Ma cosa?”
“Pensiamo… pensiamo che sia stata stuprata!”
“Che cosa?! No!” urlò Ester. “No! La prego?!” le disse lei con le lacrime agli occhi.
“Ancora… ancora non ne siamo certi.” provò a dirle la Gandini per calmarla.
Ester allora, si lasciò cadere su una delle sedie che si trovavano li fuori.
La Gandini si sedette accanto a lei e appoggiando una mano sulla sua spalla le disse. “Ho fatto chiamare la dottoressa Margiassi di ginecologia che in questo momento le sta facendo tutti gli esami del caso.”
E quasi l’avesse chiamata, la dottoressa Margiassi uscì fuori dalla sala.
Ester e la Gandini si alzarono dalle sedie e le andarono incontro.
“Allora?” le chiese la Gandini.
La dottoressa Margiassi nel vedere Ester esitò a risponderle.
“Parli pure tranquillamente… Ester è la compagna della Ranieri. Le ho già accennato la situazione.”
“Oh…” mormorò la dottoressa Margiassi addolcendo il suo sguardo e accigliata disse loro. “Si. E’ come pensava lei dottoressa Gandini. Le abbiamo trovato delle tracce di sperma.”
Ester dovette tornare a sedersi.
“Mi dispiace…” le disse la dottoressa Margiassi e tornando a guardare la Gandini continuò. “Porto i campioni ad analizzare e non appena avremo i risultati glieli farò avere.”
“Si.” rispose la Gandini annuendo. “Anche la polizia vorrà averne una copia.” le disse.
“Si! Provvederò di persona a farglieli avere!”
“Posso… posso andare a vederla?” mormorò Ester tornando a guardarle.
“Si Ester ancora però, non ha ripreso conoscenza.” rispose la Gandini.
Ester annuì e alzandosi dalla sedia si avviò verso la porta.
“Ester?” la richiamò la Gandini.
“Si?” rispose lei tornando a guardarla.
“Più tardi… la farò trasferire in terapia intensiva.” le disse.
“Se vuole… posso occuparmene io.” rispose Ester.
“Te la senti?”
Ester annuì. “Si.” le disse annuendo.
“Va bene… accompagno la dottoressa Margiassi e ritorno.”
Ester annuì e dopo averle salutate entrò in sala.
Capitolo 17
“Rocco?!” lo chiamò Teresa nel vederlo passare davanti al banco dell’accettazione.
“Si?” rispose lui fermandosi a guardarla confuso.
“Hai saputo qualcosa della Ranieri?”
“No.” rispose lui scotendo la testa. “Sto giusto andando a vedere come sta.”
“Aspettami! Vengo con te!” gli disse Teresa e voltandosi verso la collega dietro di lei le disse. “Giusy?”
“Si?” rispose lei.
“Devo allontanarmi. Puoi sostituirmi al banco per una decina di minuti?”
“Non c’è problema Teresa. Vai pure.” rispose lei.
Teresa la ringraziò e fatto il giro del banco raggiunse Rocco.
“Io ancora non riesco a cederci. Povera dottoressa Ranieri.” esordì Teresa seguendolo lungo il corridoio.
Rocco non rispose.
“Ho sentito la polizia dire che… che molto probabilmente si è trattato di uno scippo finito male.” continuò lei.
Rocco non rispose.
“Non sono ancora riusciti a trovare la sua borsa. Hanno guardato, in lungo e in largo nel vicolo in cui è stata ritrovata ma… niente!” gli disse poi vedendo che lui la ignorava gli chiese. “Dove l’hanno portata?”
“In terapia intensiva.” si limitò a risponderle lui.
“Sembra che…” continuò lei. “Che le abbiano trovato addosso solo il cellulare. Era in una tasca interna della giacca e adesso… stanno usando i numeri nella rubrica per informare i suoi familiari.”
Rocco si fermò davanti ad una delle stanze di terapia intensiva. Lo sguardo fisso al di là del vetro.
Ester si trovava seduta su una sedia accanto al letto di Marina e le parlava, stringendole la mano nelle sue.
“Ester?!” esclamò Teresa sorpresa. “Che ci fa Ester con la Ranieri?”
Teresa aveva appena finito di pronunciare quelle parole quando vide Ester alzarsi dalla sedia e allungandosi verso la Ranieri appoggiare le labbra sulle sue e baciarla.
“Ma… ma cosa sta facendo?!” esclamò Teresa scioccata. “L’ha… l’ha appena baciata!” gli disse rimanendo a bocca aperta.
“Già!” rispose Rocco lasciandosi andare ad un sospiro.
Teresa si voltò a guardarlo e accigliata gli disse. “Tu… tu lo sapevi, non è vero?!”
Rocco si limitò ad annuire. Continuando a fissare Ester e Marina.
“Lo sapevi e… e non mi hai detto niente?!”
“Non stava a me dirtelo.” rispose Rocco tornando a guardarla
“Non… non capisco… perché Ester non me lo ha detto?”
“Avrà avuto paura.”
“Paura? Paura di che cosa?!”
“Paura che… che sapendo di lei e della dottoressa Ranieri tu la allontanassi da te come un appestata.”
“Ma… ma cosa dici?! Io non l’avrei mai allontanata!”
“Ne sei certa?” le disse lui guardandola dritta negli occhi.
“Beh… certo… non è una cosa normale ma… ma non l’avrei di certo allontanata per questo!” rispose poi distogliendo lo sguardo imbarazzata mormorò. “Sono nata in questo secolo… mica hai tempi della pietra!”
“Oh… davvero? E io che credevo… fossi nata nel Medioevo?” la prese in giro Rocco accennando un sorriso divertito.
Teresa lo fulminò con lo sguardo.
Rocco invece, riportò il suo sguardo sulla stanza davanti a loro. “Sta arrivando!” le disse vedendo Ester allontanarsi dal letto della Ranieri e raggiungere la porta.
Ester uscì dalla stanza a testa bassa e presa nei suoi pensieri da non essersi accorta di loro.
“Come sta?” le chiese Rocco andandole incontro.
Ester alzò lo sguardo sorpresa e scotendo la testa rispose. “Ancora… non ha ripreso conoscenza.”
Rocco si lasciò andare ad un sospiro nel vederle gli occhi gonfi ed arrossati.
“Ciao Teresa.” la salutò Ester.
Teresa rimase a fissarla in silenzio altrettanto turbata nel vederla in quello stato.
“Ti hanno forse detto… quando pensano che si risveglierà?” le chiese Rocco tornando a guardare preoccupato la Ranieri.
“No.” rispose Ester stringendosi nelle spalle e volgendo lo sguardo verso Marina, i suoi occhi tornarono a farsi lucidi.
Rocco si sentì stringere il cuore.
Ester tornò a guardarlo con le lacrime agli occhi.
“Vieni qua!” le disse lui stringerla a se.
“Se… se le dovesse succedere qualcosa io… io.”
“Non ti preoccupare Ester. Vedrai… non le succederà niente.” le disse Rocco. “La Ranieri è un tipa tosta. Supererà anche questa.”
“Grazie.” gli disse Ester grata per quelle sue parole poi, staccandosi dal suo abbraccio tornò a guardare Teresa.
Teresa intanto, era rimasta a guardarli cercando di trattenere le lacrime.
“Oh… Teresa!” le disse Ester gettandole le braccia intorno al collo.
Teresa tirò su con il naso e ricambiando il suo abbraccio le disse. “Oh… Ester… Ester… piccola… non ti preoccupare. Sono certa che si riprenderà molto presto.”
“Si.” rispose Ester annuendo.
“Ester?” le disse Rocco. “Perché non vieni con noi a bere qualcosa alla caffetteria? Ti farà bene qualcosa di caldo?”
Ester però, scosse la testa. “Grazie Rocco ma… ma preferisco rimanere qui nel caso che…” provò a dirgli non riuscendo però a terminare la frase.
“Va bene.” rispose Rocco.
“Vuoi… che ti portiamo qualcosa?” le chiese Teresa.
“No. Grazie.”
Teresa si lasciò andare ad un sospiro. Gli occhi che si facevano sempre più lucidi poi, le prese il volto tra le mani e guardandola dritta negli occhi le disse. “Se hai bisogno di noi.. sai dove trovarci, va bene?”
Ester annuì.
Rocco la baciò sulla testa e aggiunse. “Per qualsiasi cosa… ed in qualsiasi momento, hai capito?”
“Grazie.” rispose Ester annuendo guardando prima uno e poi l’altra.
Rocco appoggiò una mano sulla spalla di Teresa.
Teresa la salutò e seguendo Rocco, lasciò che le lacrime scendessero libere dai suoi occhi.
Rocco prese la confezione di fazzoletti di carta che aveva nella tasca e gliela diede.
“Grazie.” gli disse lei prendendone uno.
“Prego.” rispose lui con gli occhi lucidi.
Avevano appena raggiunto il banco dell’accettazione, quando videro una giovane donna precipitarsi all’interno del pronto soccorso.
“E questa… che ci fa qui?!” esclamò Teresa nel riconoscerla.
“Chi?” le chiese Rocco voltandosi per vedere di chi stesse parlando.
“E’ lei!”
“Lei chi?!”
“Quella che ha cercato di baciare la Ranieri nella stanza dei paramedici.” Rispose Teresa.
“Oh…” mormorò Rocco perplesso.
”Devo vedere la dottoressa Ranieri!” disse loro la giovane donna.
“E’… è forse una parente?” le chiese Teresa sapendo già la risposta.
“No ma… devo vederla. Mi dica dove posso trovarla.”
“Mi dispiace ma… se non è un parente non è possibile! E comunque… questo non è orario di visite quindi, perché non prova a passare domani?” le disse Teresa.
“No! Voglio vederla subito! Adesso!” rispose la giovane donna sbattendo la mano sul banco dell’accettazione.
“Come le ho detto…” provò a dirle Teresa.
La giovane donna si precipitò all’interno del pronto soccorso.
“Ehi! Ma dove va!” le urlò Teresa. “Rocco! Valle dietro!” gli disse paonazza.
Rocco le corse dietro urlando. “Signorina! Signorina la prego!”
La giovane donna ormai addentratasi nei corridoi del Morandini e non sapendo più dove andare per trovare Marina si fermò di colpo e voltandosi a guardarlo gli chiese. “Dov’è?!”
“In terapia intensiva.” rispose Rocco spiazzato.
La giovane donna alzò lo sguardo sulle targhe che si trovavano appese al soffitto.
Rocco la guardò sorpreso poi le disse. “Venga. L’accompagno da lei.”
La giovane donna tornò a guardarlo perplessa.
Rocco annuì e facendole strada la accompagnò davanti alla stanza della dottoressa Ranieri.
“E’ qui!” le disse indicandole la porta davanti a loro.
La giovane donna lo ringraziò e prima che Rocco avesse il tempo di risponderle si precipitò all’interno della stanza.
Una volta dentro la stanza.
“Oh!” esclamò la giovane donna sorpresa alla vista di Ester poi le disse. “Salve!”
“Salve…” rispose Ester alzandosi dalla sedia altrettanto sorpresa nel vederla.
“Come sta?” le chiese la giovane donna indirizzando lo sguardo verso Marina.
“Non ha ancora ripreso conoscenza…” rispose Ester.
La giovane donna raggiunse la base del letto. Prese la cartella clinica di Marina e sfogliandola lesse quello che vi era scritto.
Ester la guardò sempre più confusa.
Finito di leggere le informazioni dalla cartella, la giovane donna la rimise al suo posto. Andò da Marina e accarezzandole il volto le sussurrò. “Marina… Marina… sono qui… sono Vera. Ti prego… svegliati.”
Ester rimase a guardarla a bocca aperta per la sorpresa.
“Marina… lo so che puoi sentirmi… ti prego… cerca di svegliarti.” continuò Vera accarezzandole il volto.
Ester non riuscendo a sopportare oltre la loro vista insieme, si schiarì la voce e le disse. “Vi… vi lascio sole e… e per qualsiasi cosa… non si faccia problemi a chiamarmi.”
Vera tornò a guardarla e annuendo le disse. “Si. Grazie.”
“Chieda pure di Ester…” le disse Ester fermandosi a guardarla.
La mano di Vera si fermò di colpo. Fissò Marina per alcuni secondi poi, tornando a guardarla le disse. “L’infermiera?!” esclamò puntandole addosso due occhi freddi come i ghiacci del Polo Nord.
Ester per tutta risposta le lanciò un occhiata che avrebbe incenerito l’intera foresta amazzonica poi, tornando in se le disse. “Si! Proprio lei!” rispose e accennando un sorriso raggiunse la porta della stanza e se ne andò.
Una volta fuori dalla stanza, Ester andò ad appoggiarsi con le spalle alla parete e facendo dei respiri profondi cercò di calmarsi. Il cuore le batteva così forte nel petto che poteva sentirlo. Respirò a fondo ma proprio quando stava ritrovando il controllo di se i suoi occhi ripresero a farsi sempre più lucidi. Prese un altro respiro profondo non riuscendo però, a fermare le lacrime.
Lentamente, riuscì a calmarsi abbastanza da fermare le lacrime. Preso un altro respiro profondo per farsi coraggio e allontanandosi con la schiena dalla parete, gettò un’altra occhiata oltre il vetro e all’interno della stanza.
In quel momento, la Gandini si fermò accanto a lei e indirizzando lo sguardo all’interno della stanza e le chiese. “Chi è?”
“Vera.” rispose Ester lo sguardo fisso su Vera e Marina.
La Gandini si voltò a guardarla sorpresa e le chiese. “Come ha fatto a sapere di Marina?”
Ester si strinse nelle spalle. “Non lo so.” rispose incontrando il suo sguardo.
“Dai… vieni con me. Ti offro un caffè.” le disse la Gandini e appoggiando un braccio sulle sue spalle l’accompagnò alla caffetteria.
Capitolo 18
Ester si trovava da sola seduta ad uno dei tavolini della caffetteria.
La Gandini infatti, dopo essersi fermata a bevuto un caffè con lei, era dovuta andare via per occuparsi di una nuova emergenza.
Una volta rimasta sola, Ester si era fermata a fissare il bicchierino di caffè ormai vuoto che aveva tra le sue mani. Il pensiero fisso su Marina e Vera. Improvvisamente, sentì qualcuno sedersi al suo tavolo e così, destandosi dai suoi pensieri alzò lo sguardo per vedere chi era. Nel versi davanti Vera però, ebbe un tuffo al cuore che la lasciò per alcuni secondi senza respiro.
Vera appoggiò il suo bicchiere di caffè fumante sul tavolino dicendole. “Disturbo?”
Ester si limitò a scuotere la testa e tornò a fissare il piccolo bicchiere di plastica che aveva ancora tra le sue mani.
“Avrò bisogno di molti caffè se voglio rimanere sveglia.” le disse Vera alludendo alla notte di veglia che l’aspettava al capezzale di Marina.
Ester la ignorò.
In quel momento, vennero raggiunte da un infermiera del pronto soccorso che fermandosi dietro alle spalle di Vera disse ad Ester. “Ester! Ester! Se né andata!”
Ester alzò o sguardo su di lei poi arrossendo imbarazzata lo indirizzò su Vera.
Vera allora, si voltò a guardare la giovane infermiera.
“Hops!” esclamò la collega di Ester nel riconoscerla e arrossendo altrettanto imbarazzata si precipitò fuori dalla caffetteria.
Ester fece finta di niente e tornò a fissare il bicchiere che aveva tra le mani.
“Quanto credi le ci vorrà…” esordì Vera. “Prima che Marina capisca… che non sei la persona giusta per lei?”
Ester contrasse la mascella e tornando a guardarla la fulminò con lo sguardo.
“Una dottoressa ed un infermiera.” continuò Vera scotendo leggermente la testa. “Cosa potranno mai avere in comune… a parte il lavoro?” ironizzò lei.
Ester tornò a fissare il suo bicchiere. Vuoto. Proprio come si sentiva lei in quel momento.
“E… e come se non bastasse… venite anche da classi sociali completamente diverse. Lei… la benestante e tu… tu la figlia di semplici operai. D’avvero una bella accoppiata, non c’è che dire!”
Ester sentì il sangue salirle prepotentemente alla testa.
“Cosa pensi di poterle dare, eh?” continuò Vera.
Ester continuò a non risponderle anche sé, dentro di se si sentiva come una leonessa, pronta a scagliarsi con un balzo sulla sua preda.
“Lo vedi? Anche tu sai… di non avere niente da offrirle.” le disse Vera.
Ester scattò in piedi.
Vera sussultò, sorpresa da quella sua inaspettata reazione. I suoi occhi che la fissavano come due tizzoni pronti ad incenerirla se solo avesse osato dirle una parola di più. Improvvisamente preoccupata per la sua incolumità, Vera si guardò intorno sperando di trovare qualcuno. A quell’ora della notte però, la caffetteria era deserta, a parte loro due.
Ester appallottolò il bicchiere di plastica che aveva in mano. Andò a gettarlo nel cestino dell’immondizia e ignorandola se ne andò dalla caffetteria lasciandola lì da sola.
“Ester?!” la chiamò Teresa vedendola passare davanti al baco dell’accettazione.
Ester si fermò a guardarla giusto il tempo di dirle. “Sto andando a casa. Se ci sono novità chiamami!” le disse e tornando sui suoi passi uscì dal pronto soccorso come un automa.
Teresa rimase a guardarla a bocca aperta.
Zona navigli.
Ester stava salendo le scale a passi lenti, appesantita dagli eventi di quella giornata desiderando solo una cosa. Una doccia bella calda e stendersi sul suo morbido letto. Aveva quasi raggiunto il pianerottolo quando il suo sguardo sorpreso, si posò su Vanessa che in posizione fetale dormiva sul tappetino davanti alla porta dell’appartamento.
“Vanessa?!” esclamò affrettandosi a raggiungerla e appoggiata la borsa a terra si inginocchiò accanto a lei e togliendole alcuni capelli da vanti al volto le sussurrò. “Vanessa? Vanessa?”
“Mm…” mugugnò Vanessa infastidita rimanendo ferma nella sua posizione.
“Vanessa? Vanessa sono io… Ester. Svegliati tesoro.” Continuò Ester accarezzandole dolcemente la testa.
“Ester…” mormorò Vanessa riemergendo lentamente dal sonno.
“Si. Sono io… Ester.”
“Ester?!” esclamò Vanessa spalancando gli occhi ancora confusa.
“Alzati tesoro.” le disse Ester aiutandola ad alzarsi da terra. “Si può sapere, che ci fai qui fuori? Non dovresti essere a dormire nel tuo letto?”
Vanessa annuì e guardandola seria rispose. “Ho sentito la mamma che diceva a papà, che Marina sta male. E’ vero?!”
“Si.” rispose Ester rabbuiandosi.
“Che le è successo?!”
“E’… è caduta e… e ha picchiato la testa.”
“E si è fatta tanto male?!”
“Si.” rispose Ester annuendo.
“Posso vederla?”
“Al momento non è possibile perché sta dormendo.”
“E quando si sveglia? Posso vederla quando si sveglia?” insistette Vanessa.
Ester scosse la testa. “Purtroppo… ancora non sappiamo quando si sveglierà.”
“Com’è possibile?!”
Ester si strinse nelle spalle.
“Ma… ma le avete portato la sveglia?”
Ester accennò un sorriso poi tornando a farsi seria le disse. “Purtroppo non è così semplice. In questo momento… la sveglia non basta.”
“Perché? E’ così tanto stanca?”
“No. Non è solo perché è stanca che dorme. Come ti ho detto… Marina ha sbattuto la testa.”
“Oh…” mormorò Vanessa guardandola confusa. “Ma… ma quando si sveglia posso vederla?” le chiese in tono supplichevole.
Ester si lasciò andare ad un sospiro poi accennando un sorriso le disse. “Posso provare a parlarne con i tuoi genitori e… e se per loro va bene ti porterò da lei…”
“Domani?!” le chiese Vanessa interrompendola.
Ester scosse leggermente la testa. “Vediamo Vanessa… il fatto è che non sappiamo ancora… se domani Marina si sveglierà ma… ma se dovesse svegliarsi e se per i tuoi genitori va bene allora, verrò a prenderti nel pomeriggio dopo la scuola e ti porterò da lei.”
“Promesso?”
“Si.” rispose Ester. “Te lo prometto. Adesso però… ti porto giù, così potrai dormire comodamente nel tuo letto.”
“E tu?” le chiese Vanessa tornando a farsi seria.
Ester la guardò confusa.
“Con Marina che dorme in ospedale tu… tu sarai da sola. Vuoi che rimanga con te a farti compagnia?” le disse stringendola a se.
Ester si sentì stringere il cuore poi con gli occhi lucidi le disse. “Ti ringrazio Vanessa ma… ma anche i tuoi genitori hanno bisogno di te e… e poi, non sono sola. C’è Kawaii con me. Mi terrà compagnia lui.”
“Sei sicura?”
“Si.” rispose Ester annuendo.
“Va bene però… se vi doveste sentite soli chiamatemi e vengo a farvi compagnia.”
“Si Vanessa. Ti prometto che… che se dovessimo sentirci soli verremo a chiamarti ora però… ti accompagno a casa… domani devi alzarti presto per andare a scuola.” le ricordò lei accennando un sorriso.
“In effetti… ho ancora un po’ di sonno.” le confessò Vanessa e stringendole la mano la seguì giù per le scale.
Capitolo 19
L mattina seguente, Ester si presentò al Morandini con un ora di anticipo sul suo turno di lavoro e nel vedere Teresa ancora dietro al banco dell’accettazione si precipitò da lei e imbarazzata le disse. “Teresa? Mi dispiace tanto per questa notte. Non avrei dovuto rivolgermi a te in quel modo.”
Teresa le rivolse un sorriso. Le prese il mento e facendole alzare il volto la guardò dritta negli occhi e le disse. “E’ tutto al posto Ester. Dopo quello che è successo ieri alla dottoressa Ranieri e l’inaspettato arrivo di quella donna… è già tanto se sei sopravvissuta alla giornata senza perdere completamente la testa.”
“Grazie Teresa.” Mormorò Ester lasciandosi andare ad un sospiro e tornando a farsi seria le chiese. “E’… è ancora qui?”
“Si.” rispose Teresa intuendo che si riferisse alla ex della Ranieri e aggiunse. “E’ rimasta con lei per tutta la notte.”
“Capisco…” mormorò Ester demoralizzata. Prese un respiro profondo e tornando a guardarla le disse. “Vado… vado a vedere come sta.”
“Si.” rispose Teresa annuendo. Lasciandosi andare ad un sospiro.
“Se non dovessi tornare in tempo prima che tu finisca il turno, ti auguro buon riposo.” le disse Ester per niente felice all’idea di rivedere Vera.
“Grazie Ester ma… avrò poco tempo per riposare. Nel pomeriggio devo sostituire Loredana che non può venire e… e lo stesso vale per Rocco.” Rispose lei scotendo la testa contrariata.
“A si, anche lui?” le disse Ester sorpresa.
“Si. Sta facendo i doppi turni per raggranellare un po’ di soldi per portare quest’estate, la moglie e la bambina in vacanza al mare.” le spiegò lei ritrovando il sorriso.
“Oh…” mormorò Ester. “Beh… allora… ci rivedremo questo pomeriggio?”
“Si Ester.” rispose Teresa.
“Grazie ancora di tutto.” le disse Ester prima di allontanarsi dal banco dell’accettazione.
Ester si avviò per i corridoi del Morandini diretta al reparto di terapia intensiva e aveva quasi raggiunto la stanza di Marina, quando vide Vera aprire la porta e correre fuori con le lacrime agli occhi.
Ester rimase a guardarla confusa poi però, un improvviso quanto agghiacciante pensiero, le fece gelare il sangue nelle vene. I suoi occhi si fecero sempre più lucidi. Guardò terrorizzata la porta della stanza di Marina e con il cuore che le martellava nel petto quasi volesse uscirle dalla cassa toracica, si precipitò verso la porta e spalancandola urlò. “Marina sei…?!”
“Sono cosa?” le chiese Marina sorpresa da quella sua entrata ma allo stesso tempo felice di vederla.
“Morta…” finì di dirle Ester fissandola incredula.
“Spero di no?” rispose Marina accennando un sorriso e persa nei suoi occhi le disse. “Ma… se questo è un sogno… allora… ti prego di non svegliarmi!”
Ester non sapeva se ridere o piangere poi a piccoli passi la raggiunse e accarezzandole il volto le disse. “Sapessi quanto mi hai fatto spaventare!”
“Spero… mai tanto quanto mi sono spaventata io al mio risveglio!” esclamò Marina tornando a farsi seria.
Ester la guardò confusa.
“Credevo… credevo di trovarti qui al mio risveglio e invece… quando ho aperto gli occhi mi sono ritrovata davanti a Vera e… e così… in un primo momento ho pensato di aver sognato tutto. Il Morandini… tu… noi.” le confessò Marina con il volto pallido poi però, ritrovando il sorriso aggiunse. “E… e proprio quando credevo di aver perso del tutto la ragione é venuta Cristiana… la Gandini e allora… ho capito che non avevo sognato e che era tutto vero.” Finì di dirle lasciandosi andare ad un sospiro. Ulteriormente rincuorata dalla sua presenza lì nella sua stanza.
Ester si protese verso di lei e con le lacrime agli occhi le prese il volto tra le mani e appoggiando le labbra sulle sue la baciò. Grata alla vita per quella seconda opportunità che le era stata concessa di poter continuare ad amarla.
Ricambiato il suo bacio, Marina tornò a guardarla e con uno strano sorriso sulle labbra le chiese. “Stiamo insieme, vero?”
“Si.” le confermò Ester sorridendo.
“Felicemente?”
“Oh… si. Decisamente si!” rispose Ester sempre più divertita prima di tornare a baciarla felice come non mai nel constatare che Marina era tornata ad essere quella di sempre poi, tornando a farsi seria le chiese. “Come ti senti?”
“Come se mi avesse investita un TIR a tutta velocità!” rispose e guardandosi il braccio ingessato le chiese. “E’ rotto?”
“Hai riportato una frattura scomposta all’avambraccio.” le disse Ester annuendo poi le chiese. “Che cosa ti ha detto la Gandini quando è venuta da te?”
“Mi ha detto che… che più tardi verrà una psicologa a parlare con me.”
“Perché?” le chiese Ester sorpresa, confusa e allo stesso tempo preoccupata.
“Credo… per controllare che non abbia dei vuoti di memoria.” rispose Marina stringendosi nelle spalle altrettanto confusa.
“Hai problemi… a ricordare le cose?” provò a chiederle Ester.
“Non credo?”
“Cosa ti ricordi dell’incidente?” le chiese Ester guardandola perplessa e allo stesso tempo sorpresa di trovarla così calma e tranquilla dopo quello che le era successo.
“Non molto…” rispose Marina. “Ricordo solo che… che stavo tornando a casa, quando mi sono sentita tirare per la borsa. Ho provato a trattenerla ma… ma devo aver perso l’equilibrio e… e stavo cadendo a terra quando ho sentito una botta alla testa.” le disse portandosi istintivamente la mano sulla fronte e tornando a guardarla continuò. “Dopodiché… c’è stato il buio intorno a me. Credo… credo di aver perso i sensi perché… a tutt’ora non ricordo nemmeno su che cosa ho sbattuto la testa, sé su un palo… un muro o chissà cos’altro.”
“Quindi… quindi non ti ricordi il volto dello scippatore?” le chiese Ester non sapendo più che pensare.
“No.” rispose Marina scotendo leggermente la testa. “Anche perché… non ho avuto proprio il tempo di vederlo… mi è venuto da dietro. Ho provato a trattenere la borsa mentre lui cercava di strapparmela dal braccio e poi… c’è stata la botta alla testa e… e questo è tutto quello che ricordo.”
“E Franco e Eva? Ti ricordi di loro… quando sono venuti a prenderti con l’ambulanza?”
“No ma… ho già pensato ad un regalo che voglio fargli per ringraziarli.”
Ester accennò un sorriso poi tornando a farsi seria le chiese. “E… e con Vera? Cosa è successo?”
“Oh… Vera… quella è colpa mia.”
Ester la guardò confusa.
“Beh… dopo che la Gandini se ne é andata… Vera è tornata alla carica e… e così le ho detto, testuali parole, se sei qui come amica mi fa piacere in caso contrario… quella è la porta!”
Ester la guardò esterrefatta. “E lei?” le chiese.
“Oh… lei è stata davvero molto carina… mi ha mandata a quel paese e poi è corsa via!” rispose Marina e stringendosi nelle spalle accennò un sorriso divertito.
Ester era incerta se lasciarsi andare ad un grido di gioia oppure provare compassione per Vera poi però, tornando a farsi seria le disse. “Non credi… di aver un po’ esagerato? E’… è anche stata qui tutta la notte con te.”
“Non gliel’ho mica chiesto io ma… se credi che abbia esagerato… posso sempre chiamarla per scusarmi con lei ma… ho paura che… che se la chiamo… lei ricominci a farsi strane idee su noi due.” le disse Marina guardandola confusa.
Col cavolo! Esclamò Ester tra se e se. “Forse… forse hai ragione tu. Non sarebbe carino da parte tua… darle false speranze.” si affrettò a dirle cercando di nasconderle il disagio che stava provando al solo pensiero che lei potesse lasciarla per tornare a stare con Vera.
“E’ proprio quello che pensavo anch’io ma… ma se vuoi posso chiamarla. Lo sai… che per te farei questo ed altro.” le disse Marina accennando un sorriso malizioso nel notare la sua reazione.
“Io… io credo che… che sia meglio lasciare tutto così com’è! Sono certa che… che con il tempo si riprenderà.” mormorò Ester arrossendo imbarazzata.
“Vieni qui!” le disse Marina indirizzandole un sorriso a trentadue denti e facendole posto nel letto continuò. “Stenditi un po’ qui con me.”
“Non si può…” le ricordò Ester anche sé avrebbe tanto voluto potersi stendere accanto a lei e stringerla forte a se. “E… e poi, tra non molto devo iniziare il mio turno di lavoro.”
“Tra quanto?” le chiese Marina un po’ delusa.
Ester controllò l’ora sull’orologio che aveva al polso e rispose. “Una ventina di minuti.”
“Oh… beh.. allora… abbiamo tutto il tempo che vogliamo!” le disse Marina, ritrovando il sorriso e muovendo le dita della mano sana le fece cenno di raggiungerla.
Ester accennò un sorriso poi con un sorriso malizioso sulle labbra si voltò verso la finestra della stanza. Vide alcune persone e dei suoi colleghi passare davanti alla stanza, troppo presi da se stessi per accorgersi di loro. Tornò poi a guardare Marina e le disse. “Non possiamo…” mormorò mordicchiandosi nervosamente il labbro inferiore.
“Si che possiamo! Basta che tiri giù le veneziane ed il gioco è fatto. Occhio non vede… cuore non duole.” insistette Marina che negli anni era diventata un esperta nell’infrangere le regole.
Ester si lasciò andare ad un sospiro e sorridendo raggiunse la finestra. Abbassò le veneziane e tornando da lei si sdraiò sul letto e circondandole la vita con il braccio le disse. “Contenta?!”
“Oh… si… molto!” rispose Marina stringendola a se con il braccio sano. Lasciandosi andare ad un sospiro.
Ester tornò a guardarla. Sorrise e perdendosi nei suoi occhi le disse. “Ti amo.”
“Lo so.” rispose Marina ricambiando il suo sorriso e appoggiando le labbra sulle sue la baciò con trasporto.
Capitolo 20
Marina ed Ester si stavano ancora baciando quando la Gandini entrò nella stanza.
“Scusate…” disse loro accennando un sorriso imbarazzato.
“No… scusaci tu.” Rispose Marina ricambiando il suo sorriso.
Ester invece, presa dal panico si affrettò a scendere dal letto e per poco non cadde a terra. Si ricompose alla meglio peggio e fermandosi sull’attenti come un soldato, la guardò paonazza per l’imbarazzo.
“Tranquilla Ester… non ho visto niente.” le disse la Gandini con il sorriso sulle labbra per rassicurarla.
Ester allora, si lasciò andare ad un sospiro di sollievo.
“Volevo farvi sapere…” continuò la Gandini. “Che sto finendo il turno e che per qualunque cosa potete rivolgervi al dottor Malosti.”
“Chi? Il cane ringhioso con la bava alla bocca?” le disse Marina sorridendo.
Ester si voltò a guardarla scioccata per poi fulminarla con un occhiata contrariata.
“Proprio lui.” le rispose la Gandini ricambiando il suo sorriso e tornando a guardare Ester le disse. “Ester? Ho bisogno di parlare con te.”
“Si.” rispose Ester.
“Qua fuori?” aggiunse la Gandini lanciando una rapida occhiata alla porta.
Ester annuì.
La Gandini tornò a guardare Marina e sorridendo le disse. “E tu… fai la brava… mi raccomando!”
“Ci proverò ma… non te lo prometto.” rispose Marina seguendola con lo sguardo mentre lei lasciava la stanza.
Una volta rimaste sole, Ester tornò guardarla e le disse. “Ci vediamo più tardi… appena il lavoro me lo permette.”
Marina annuì e sorridendo le disse. “Mi raccomando… non parlate male di me alle mie spalle!”
“Promesso!” rispose Ester sorridendo e dopo averla baciata sulle labbra raggiunse la porta e lasciò la stanza.
Una volta in corridoio Ester andò dalla Gandini.
“Ci sono novità?” le chiese tornando a farsi seria.
“Non proprio. Volevo solo farti sapere che… che ho richiesto la consulenza di una psicologa.”
“Si… Marina mi ha accennato qualcosa a riguardo.”
“La dottoressa si chiama Elena Brunetti e verrà a parlare con Marina in tarda mattinata.”
“Per assicurarsi che non abbia dei vuoti di memoria…?” le chiese Ester un po’ perplessa.
“Non solo. Voglio che parli con lei prima di dirle quello che le è successo.”
Ester la guardò confusa.
“E’ già difficile per me doverglielo dire… preferisco avere il parere di un esperta per cercare di limitare i danni…” provò a spiegarle la Gandini a disagio.
“Crede… crede davvero che sia il caso di dirglielo? Da quello che ho capito… sembra che Marina non abbia alcuna memoria dell’accaduto?” le disse Ester sempre più preoccupata.
La Gandini si lasciò andare ad un sospiro poi tornando a guardarla le disse. “Se fosse per me Ester… ne farei volentieri a meno ma… ma come suo dottore e… eticamente parlando ho il dovere di dirglielo. Mi dispiace…”
“Capisco…” mormorò Ester sentendosi già male al solo pensiero della reazione di Marina alla notizia dello stupro.
“Non preoccuparti Ester… mi assicurerò che venga seguita dalla dottoressa Brunetti che tra l’altro, è una delle migliori nel suo campo.” provò a dirle la Gandini notando la sua espressione preoccupata.
Ester si lasciò andare ad un sospiro.
“Mi dispiace tanto Ester.” mormorò la Gandini e non riuscendo più a sostenere il suo sguardo le disse. “Beh… adesso devo proprio andare.”
“Si. Certo. Grazie ancora di tutto.” le disse Ester non volendola trattenere oltre dopo tutto quello che aveva già fatto per Marina.
La Gandini l’abbracciò e dopo averla salutata si allontanò da lei.
Ester si strinse nelle braccia e lasciandosi andare ad un altro sospiro cercò di farsi forza per trovare il coraggio di affrontare la giornata che l’attendeva.
Capitolo 21
Nell’arco della mattinata, Ester fu così impegnata con il lavoro che non ebbe il tempo di andare a trovare Marina, dovette aspettare il momento della pausa pranzo per riuscire ad andare da lei.
Una volta raggiunto il reparto di terapia intensiva e arrivata davanti alla stanza di Marina, notò dalla finestra che con lei c’era una donna con indosso un camice. Il suo pensiero andò subito alle parole che le aveva detto la Gandini quella mattina quando l’aveva informata della visita della psicologa. Intuendo che la donna con Marina fosse proprio lei prese il suo tramezzino e andò a sedersi su una delle sedie che si trovavano lì fuori. Nell’attesa, provò a mangiare il tramezzino ma dopo il primo boccone, si rese conto di non avere più fame. Prese la confezione con il tramezzino e andò a gettarlo nel cestino dell’immondizia e tornò a sedersi.
Il tempo sembrava non passare più. Il suo sguardo passava dalla porta della stanza di Marina al pavimento sotto i suoi piedi poi, finalmente sentì aprire la porta. Scattò in piedi e vedendo uscire la donna dalla stanza, le andò incontro.
“Dottoressa?!” le disse per richiamare la sua attenzione.
“Si?” rispose lei guardandola confusa.
“Mi chiamo Ester Bruno… non so se la dottoressa…?” provò a dirle visibilmente imbarazzata.
“Oh… si… la dottoressa Gandini mi ha parlato di lei.” si affrettò a dirle. “Sono davvero dispiaciuta per quello che vi è successo.” continuò lei indirizzando il suo sguardo sulla porta della stanza poi, tornando a guardarla allungò la mano verso di lei. “Sono la dottoressa Brunetti.” Si presentò.
“Piacere di conoscerla… dottoressa.” Rispose Ester stringendole la mano poi, le chiese. “Com’è andata?”
La dottoressa Brunetti scosse leggermente la testa e appoggiando una mano sul suo braccio le disse. “Venga!” e allontanandola dalla porta la fece sedere su una delle sedie. Si sedette a sua volta accanto a lei e tornando a guardarla rispose. “Ho lavorato con molte donne che hanno subito abusi sessuali ma… il caso della sua compagna è davvero atipico e quindi… difficile da valutare.”
“Si riferisce al fatto che… che Marina non ricorda niente dell’accaduto?” le chiese Ester perplessa.
“Si.” Rispose la dottoressa annuendo. “Il fatto è… che parlando con lei sono giunta alla conclusione, che questo vuoto di memoria non è dovuto ad un’amnesia causata dal colpo ricevuto alla testa bensì, al fatto che… che in quel momento lei era svenuta.”
“E… e questo non è un bene?”
“Vorrei poterle dire di si ma… ma non è così. Rende solo il caso molto più complicato.”
Ester la guardò sempre più confusa.
“Il fatto è che… che una donna che ha memoria dello stupro che ha subito a livello cosciente, ha la possibilità di lavorare sul ricordo di quei momenti terribili e con il tempo e… e l’aiuto di un sostegno psicologico, provare a cercare di venire a termini con quello che le è successo e… e quindi cercare di convivere al meglio con quello che le è accaduto ma… ma per quanto riguarda la dottoressa Ranieri, la situazione è completamente diversa perché… perché lei non ha questi ricordi su cui poter lavorare.”
Ester l’ascoltava senza però, riuscire a capire perché quello fosse un problema.
La dottoressa Brunetti, quasi le avesse letto nel pensiero si schiarì la voce e continuò. “Il problema con la dottoressa Ranieri è… è che non sappiamo quanto il suo sub-conscio abbia registrato l’evento. Potrebbe essere che non ha registrato niente come invece tutto quello che le è successo.” le spiegò lei lasciandosi andare ad un sospiro carico di frustrazione.
In quel momento, Ester comprese i suoi timori e così le chiese. “Cosa pensa di fare?”
“Per prima cosa, parlerò con la dottoressa Gandini, le spiegherò la situazione poi… poi però dovremo dirglielo ma… ma preferirei farlo io!”
Ester la guardò sorpresa.
“E’ meglio…” continuò lei. “Che sia io a dirglielo. Una persona che lei non conosce, estranea alla sua vita di tutti i giorni, in questo modo la dottoressa Ranieri si sentirà libera di esprimere tutti i sentimenti e le emozioni che emergeranno una volta appresa la notizia.”
Ester annuì, d’accordo con lei e allo stesso tempo alleggerita dal pensiero di non dover essere lei o la Gandini a doverle dire dello stupro.
La voce della dottoressa Brunetti, la riportò al presente.
“Le donne che hanno subito violenze sessuali.” Le stava dicendo. “Generalmente tendono a sentirsi in colpa, provano vergogna, rabbia, frustrazione e… e almeno nella fase iniziale hanno bisogno di non sentire il peso della sofferenza e dell’apprensione da parte delle persone a loro care e… e da quello che ho capito, sia lei che la dottoressa Gandini siete molto legate alla dottoressa Ranieri, non è vero?”
“Si.” Le confermò Ester con gli occhi che le si facevano sempre più lucidi.
“Mi dispiace.” Le disse la dottoressa Brunetti appoggiando una mano sulla sua spalla.
Ester annuì poi prese la confezione di fazzoletti di carta che aveva nella tasca. Ne tirò fuori uno e ci si asciugò gli occhi.
Ester e la dottoressa Brunetti rimasero ancora un po’ a parlare tra loro poi, dovendo tornare al suo lavoro, la Brunetti la salutò e se ne andò.
Una volta rimasta sola, Ester prese un respiro profondo e raccogliendo a se tutto il coraggio che riuscì a trovare, si fece forza per assumere un atteggiamento il più positivo possibile prima di raggiungere Marina.
“Ciao.” Le disse entrando nella stanza con il sorriso sulle labbra. “Scusami se non sono venuta prima ma… ormai dovresti sapere com’è la situazione da queste parti.” Le disse andando da lei.
“Lo so… lo so. Emergenze e sempre emergenze.” Rispose Marina ricambiando il suo sorriso.
Ester annuì poi le disse. “Allora… com’è andata? Ho visto la dottoressa Brunetti, uscire dalla tua stanza.”
“Mah… abbiamo parlato dell’incidente. Le ho raccontato quello che mi ricordavo.” Rispose Marina stringendosi nelle spalle. “Ha detto che… che tornerà domani anche sé non capisco il perché, visto che io sto bene a parte… un po’ di mal di testa ma… in questo caso credo che sia normale, no?”
Ester si fece violenza per cercare di non distogliere lo sguardo da lei poi, prendendo un altro respiro profondo, accennò un sorriso e le disse. “E’ proprio vero quello che dicono dei dottori… sono i peggiori pazienti!”
“Che ci posso fare se preferisco stare dall’altra parte.”
Ester la baciò sulle labbra poi, tornò a guardarla e le disse. “Ah… mio padre ti manda i suoi saluti e ha detto che… che non appena starai meglio, siamo invitate a casa sua per mangiare le lasagne… come solo lui sa fare.”
“Con tanta besciamella?”
“Si. Proprio come piacciono a te.” Rispose Ester.
“Se non stessi già con te… credo proprio che farei un pensierino su tuo padre.” Scherzò Marina sorridendo.
“Oh… sono certa che a lui non dispiacerebbe affatto!” Rispose Ester altrettanto divertita.
“Hai saputo qualcosa sui miei genitori?” le chiese Marina tornando a farsi seria.
Ester annuì. “Si. Dovrebbero arrivare in città nel pomeriggio con tua sorella Lucrezia.”
“Come stanno?”
“Come puoi immaginare. Sono molto preoccupati per te.”
“Mah… adesso sto meglio!”
“Si. Decisamente meglio.” Rispose Ester poi, tornò a farsi seria e le disse. “Stavo pensando di… di andare a stare da mio padre… almeno… fino a quando la tua famiglia sarà in città.”
“No!” esclamò Marina secca.
Ester la guardò sorpresa.
“L’appartamento è… è tanto casa mia quanto casa tua! I miei genitori possono andare a stare in un albergo o a casa di qualcun altro!” le disse Marina con forza e aggiunse. “Se vuole… puoi far dormire Lucrezia in una delle stanze degli ospiti ma… ma tu rimani dove sei!”
“Mah…” provò a replicare Ester.
“Niente ma!” le disse Marina chiudendo lì il discorso.
Ester la guardò a disagio.
“Ester?”
“Mm?”
“Guarda che… che se vengo a sapere… che hai lasciato l’appartamento, giuro che ti stampo un casino tale che desidererai non averlo mai fatto! Hai capito?!” le disse Marina guardandola dritta negli occhi.
Ester distolse lo sguardo da lei.
“Ester? Guardami!”
Ester allora, tornò a guardarla.
“Se mi ami davvero, non farlo!”
Ester si lasciò andare ad un sospiro. “Va bene. Te lo prometto.”
“Grazie.” rispose Marina e ritrovando il sorriso le fece spazio nel letto e le disse. “Adesso… vieni qui.”
“Ah no! Te lo puoi anche scordare! Questa volta non mi freghi! Mi è bastato farmi beccare a letto con te dalla Gandini! Non ho alcuna intenzione di ripetere la cosa, soprattutto… non con Malosti!”
“E dai…” insistette Marina.
“No! Io ci devo lavorare con queste persone!” rispose Ester inamovibile.
“Va bene, però… almeno un bacio puoi darmelo, non credi? Non vorrai mica rifiutare un bacio ad una povera ammalata, vero?” le disse Marina accennando un sorriso malizioso.
Ester scosse leggermente la testa. Alzò lo sguardo al soffitto poi, tornò a guardarla e le disse. “Va bene… ma solo uno!”
“Per me va bene. Vorrà dire che me lo farò bastare.” Rispose Marina ritrovando il sorriso.
Ester si allungò su di lei e sorridendo, appoggiò le labbra alle sue e la baciò con trasporto.
Capitolo 22
Una volta finito il suo turno di lavoro, Ester andò a prendere Vanessa a casa e la portò al Morandini.
Nel vederle entrare, Teresa disse ad Ester. “E questa bella bambina chi è? Una figlia che ci hai tenuto nascosta?”
Ester sorrise e rivolgendo lo sguardo su Vanesse rispose. “Anche sé mi piacerebbe molto avere una figlia come lei, in realtà Vanessa è un’amica mia e di Marina… la dottoressa Ranieri.” Si corresse lei prima di tornare a guardarla.
Vanessa annuì rivolgendo un sorriso a Teresa e Rocco che si trovavano dietro al banco dell’accettazione.
Rocco allora, si sporse dal banco e le chiese. “E quando uscite… tu e la Ranieri dove andate, alla sala giochi?” le disse scherzando.
Vanessa però, scosse energicamente la testa e rispose. “No. A Marina non piacciono le sale giochi. Dice che sono per quei bambini soli che non sanno cosa fare con il loro tempo libero.”
“Ah si? E allora… dove andate di bello?” le chiese Rocco tornando a farsi serio.
“Se il tempo è bello, come oggi, andiamo al parco giochi oppure… in giro a fare fotografie. Marina mi ha regalato una piccola macchina fotografica per il mio compleanno. Dice che… che così, imparo a guardare le cose con un altro occhio… meglio… con più attenzione ai particolari.”
“Ed è vero?” le chiese Teresa sorridendo.
Vanessa annuì.
“E poi… dove andate di bello?” continuò Rocco.
“Quando le giornate sono brutte o fa freddo e piove allora… andiamo al cinema oppure…a vedere le mostre che però… non sono le mogli dei mostri ma… delle grandi stanze dove ci sono tanti quadri e a volte… delle statue strane, fatte da delle persone, quasi tutte morte da tanto tempo.”
Rocco, Teresa ed Ester si guardarono e sorrisero divertiti.
“E a te quali quadri piacciono?” le chiese Rocco tornando a guardarla.
“Dipende… quando sono arrabbiata con qualche compagno di scuola, mi piace Vincenzo Vangogghe.”
“Vincent van Gogh.” La corresse Ester.
“Si. Proprio lui. Quello che si è tagliato l’orecchio.”
“Chissà… forse… due erano troppi per lui?!” Scherzò Rocco divertito.
“No. No. Stava perdendo la luce della ragione!” gli rispose Vanessa seria.
“Il lume della ragione.” La corresse Ester.
“E io che ho detto?”
Ester accennò un sorriso.
“E poi Vanessa… chi altri ti piace?” le chiese Teresa protendendosi anche lei sul banco dell’accettazione.
“Se sono un po’ triste… mi piace guardare i quadri di Monette.”
“Monet.” La corresse Ester.
Vanessa annuì e tornando a guardare Teresa continuò. “Mi piacciono tanto i laghetti con i fiori dentro.” Le disse e guardando Ester le chiese. “Come si chiamano… i fiori che sono nell’acqua di Monet?”
“Ninfee.” Rispose Ester poi appoggiò le mani sulle sue spalle e le disse. “Adesso… è meglio se andiamo da Marina.”
“Si.” Rispose Vanessa e annuendo tornò a guardare Rocco e Teresa e disse loro. “Ciao.”
“Ciao Principessa.” La salutò Rocco.
“A presto.” Gli fece eco Teresa.
Vanessa prese Ester per mano e la seguì all’interno del pronto soccorso.
Una volta raggiunto il reparto di terapia intensiva, Ester bussò alla porta della stanza di Marina e quando furono dentro le disse. “Guarda un po’ chi ti ho portato?”
Alla vista di Vanessa, il volto di Marina si illumino in un ampio sorriso.
Vanessa invece, nel vedere Marina con il braccio ingessato, il taglio sulla fronte e le altre escoriazioni che aveva sul volto, si fermò a fissarla con gli occhi lucidi.
Marina rimase a guardarla confusa. “Che c’è?” le chiese.
Ester allora, si protese verso Vanessa per guardarla in volto.
Vanessa stava piangendo.
Marina allora, intuendo la ragione di quella sua reazione e indirizzandole un sorriso le disse. “Vanessa? Piccola… non preoccuparti… sto bene.”
Vanessa però, continuò a fissarla con le lacrime agli occhi.
“Davvero Vanessa, sto bene… vieni qui ad abbracciarmi. Lo farei io ma… ma come puoi vedere… al momento… mi è un po’ impossibile.” Le disse Marina mantenendo il sorriso sulle labbra per tranquillizzarla.
“Vai Vanessa… non preoccuparti… è tutto al posto.” Le disse Ester a sua volta per rassicurarla.
Vanessa si asciugò le lacrime con il dorso delle mani ma non si mosse di un centimetro.
“Su… vieni a darmi un bel bacio.” Le disse Marina aprendo il braccio sano davanti a lei.
Vanessa allora, annuì e a piccoli passi si avvicinò al suo letto.
“Brava Vanessa e… e adesso… sali e dammi un bell’abbraccio.”
Vanessa però, si voltò a guardare Ester. “Posso?” le chiese incerta.
Prima però, che Ester potesse risponderle Marina sorrise e indirizzando lo sguardo su di lei le disse. “Certo Vanessa che puoi… Ester lo fa sempre!”
Ester arrossì imbarazzata poi scotendo leggermente la testa, accennò un sorriso per farle capire che quella gliel’avrebbe fatta pagare.
Vanessa intanto, con l’aiuto di Marina si arrampicò sul letto e gettandole le braccia intorno al collo le chiese. “Sei sicura… di stare bene?”
“Ora che sei qui si. Sto molto meglio.” Rispose Marina stringendola a se.
“Hai dormito tanto… proprio come Biancaneve.” Le disse Vanessa tornando a guardarla.
“Si.” Rispose Marina sorridendo.
“E’ stata Ester… a svegliarti con un bacio… come il principe di Biancaneve?” le chiese Vanessa guardando Ester.
“Si Vanessa. E’ andata proprio così.” Rispose Marina tornando anche lei a guardare Ester con gli occhi dell’amore.
Ester arrossì prima di sorridere divertita.
“Marina? Niente più mele per un po’!” le disse Vanessa tornando a farsi seria. “Non voglio più che torni a dormire!”
“Te lo prometto Vanessa tra l’altro… a me le mele non piacciono nemmeno tanto.” Rispose Marina sorridendo.
“Meglio così!” le disse Vanessa abbracciandola. “Sai? Ti ho portato una sorpresa.” Le disse tornando a guardarla.
“Una sorpresa? Che sorpresa?”
Vanessa allora, si sedette sul letto. Prese lo zainetto che aveva sulle spalle. Lo appoggiò sulle gambe. Lo aprì e facendo scivolare le mani al suo interno tirò fuori il suo gattino.
“Kawaii? Hai portato anche Kawaii! Non ci posso credere!” esclamò Marina sorpresa ma allo stesso tempo felice di rivedere il suo cucciolo.
“Si. Ho pensato che.. che ti avrebbe fatto piacere vederlo.” Le disse Vanessa appoggiando Kawaii sul suo petto.
“Hai fatto proprio bene!” le disse Marina.
Ester che nel frattempo era rimasta a guardarle altrettanto sorpresa, raggiunse la finestra. Abbassò le veneziane poi, andò a sedersi nella sedia che si trovava dall’altra parte del letto e guardando Vanessa negli occhi con espressione seria le disse. “Vedo… vedo che hai già cominciato ad usare la chiave che ti ho dato?”
Vanessa annuì poi, preoccupata dalla sua espressione le chiese. “Sei arrabbiata con me?”
“Un po’… in ospedale non si possono portare gli animali, i fiori o le piante è una questione di igiene. Qui… dobbiamo salvaguardare la salute di pazienti che già stanno male per conto proprio e quindi sono ancora più predisposti a prendere malattie ed infezioni.” Le disse Ester.
Improvvisamente, gli occhi di Vanessa tornarono a farsi lucidi e abbassando lo sguardo le disse. “Mi dispiace Ester. Vuoi… vuoi che ti ridia la chiave?” le chiese poi, tornando a guardarla in procinto di lasciarsi andare ad un pianto a dirotto.
“No Vanessa. Non la voglio. Quella è la tua chiave ma…ma voglio che mi prometti di non portare mai più un animale all’interno del pronto soccorso.” Le disse e addolcendo il suo sguardo aggiunse. “Se vuoi, la prossima volta puoi portarle una foto di te e Kawaii insieme così, quando tu sarai tornata a casa lei potrà guardarla e pensare a voi.” Le disse Ester.
Vanessa annuì. “Si. Te lo prometto.” Rispose ritrovando il sorriso.
In quel momento, sentirono aprire la porta della stanza.
Marina, Ester e Vanessa si voltarono per vedere chi era.
Capitolo 23
I genitori di Marina entrarono nella stanza seguiti da Lucrezia.
“Mamma… papà?” li salutò Marina sorpresa ma allo stesso tempo felice di rivederli.
“Ciao tesoro.” La salutò la madre e baciandola sulla testa le chiese. “Come stai?”
“Diciamo meglio anche sé… un po’ ammaccata.” rispose Marina mostrandole il braccio ingessato.
“Ciao Lucrezia Borgia.” La salutò Vanessa sorridendo divertita.
Lucrezia le indirizzò una smorfia indispettita.
“Perché non è così che ti chiama anche Marina?” aggiunse Vanessa sempre più divertita.
Lucrezia tornò a guardare Marina per fulminarla con lo sguardo.
“Chiedo pietà!” si affrettò a dirle Marina accennando un sorriso.
Lucrezia scosse leggermente la testa poi notando il gattino che le zampettava sul petto le chiese. “E quello chi è?”
“Lui? Lui è Kawaii. Il gatto di Marina.” Rispose Vanessa per lei.
“Ka che?”
“Kawaii! E’ giapponese! Vuol dire carino, dolce, tenero…” le spiegò Vanessa.
“Scusami tanto… la prossima volta che ci vedremo cercherò di farmi trovare con il dizionario di giapponese in tasca!” ironizzò Lucrezia in segno di rivincita.
Nel frattempo, il padre di Marina dopo essersi accertato che lei stava meglio, si era fermato a fissare Ester con una certa insistenza.
Ester abbozzò un sorriso nervoso per cercare di celare il disagio che le stava trasmettendo quell’uomo. Improvvisamente, la voce di Marina la riportò al presente.
“Ciao papà… lei è Ester. La donna di cui ti ho parlato.”
Il padre serrò la mascella. Lo sguardo contrariato ancora fisso su Ester.
Ester avrebbe tanto voluto sparire da quella stanza come una bolla di sapone visto però, che quel suo desiderio rimase tale, decise di fare buon viso a cattivo gioco e prendendo un respiro profondo si fece coraggio e allungando la mano verso di lui gli disse. “Piacere di conoscerla signor Ranieri.”
“Piacere.” Si limitò a risponderle lui stringendole la mano.
Ester non aveva mai visto due occhi così distanti e freddi come quelli di quell’uomo. In confronto, quelli che Vera le aveva indirizzato il giorno prima adesso le sembravano due innocui cubetti di ghiaccio. Certo che come primo incontro non c’è male, pensò lei tra se sempre più a disagio, e meno male che non dobbiamo incontrarci ogni fine settimana, si disse rincuorata da quel pensiero.
“Ciao Ester… io sono Silvia.” Le disse la madre di Marina allungando la mano verso di lei con un sorriso sulle labbra così caldo che le riscaldò subito il cuore.
“Piacere di conoscerla signora Ranieri.” Rispose Ester ricambiando il suo sorriso stringendole la mano.
“Silvia!”
“Si… certo… Silvia.”
“Grazie… per tutto quello che hai fatto per nostra figlia.” Aggiunse lei tornando a guardare Marina.
Ester arrossì imbarazzata indirizzando il suo sguardo su Marina. I loro sguardi si persero, uno in quello dell’altra.
“Per quanto tempo ancora… dovrai stare in ospedale?” le chiese Lucrezia riportandola al presente.
“Spero non molto.” Rispose Marina tornando a guardarla. “Devono farmi alcuni esami per assicurarsi che non ci siano danni alla testa ma a parte questo dovrebbero dimettermi al più presto…”
“E per quanto riguarda il braccio?” continuò Lucrezia.
“E’ una frattura. Dovrei riacquistare la piena funzionalità nel giro di qualche settimana ma non ho bisogno di stare in ospedale per questo. Posso prendermene cura anche da casa.”
Ester intanto, sentendosi nuovamente lo sguardo ostile del padre di Marina su di se si schiarì la voce e aiutando Vanessa a scendere dal letto disse loro. “Io e Vanessa… andiamo a prenderci qualcosa da bere alla caffetteria.”
Vanessa provò a protestare ma notando la sua espressione di disagio recuperò Kawaii. Lo rimise all’interno dello zainetto e dopo aver baciato Marina scesa dal letto e la seguì.
Ester salutò tutti i presenti e con il cuore che le batteva all’impazzata, raggiunse la porta e uscì fuori con Vanessa.
Intanto, dietro al banco dell’accettazione, Teresa e Rocco parlavano tra loro.
“Hai visto che classe e che eleganza?!” esclamò Teresa riferendosi ai genitori della Ranieri.
“Si anche sé il padre, mi è sembrato un po’ un manico di scopa. Tutto impettito e… e con quella puzza sotto il naso, neanche fosse un operatore ecologico!” le confessò Rocco accennando un sorriso per niente impressionato. “La madre invece… lei si che è una bella donna!”
“Firmata! Dalla testa ai piedi!”
“Beh… firme o non firme… è proprio una bella donna!” insistette Rocco.
Teresa aveva appena alzato lo sguardo dalle sue carte quando notò tre donne dall’aspetto alquanto eccentrico entrare nel pronto soccorso. “E queste chi sono?!” esclamò perplessa lo sguardo fisso su di loro.
Rocco si voltò e seguendo la direzione del suo sguardo sorrise e le disse. “Più che queste… io direi… questi?!”
“Vuoi dire che… che sono…?”
“Travestiti?!” rispose Rocco sorridendo sempre più divertito.
Teresa spalancò gli occhi sorpresa.
Ester che in quel momento stava arrivando con Vanessa, nel vedere le tre donne andò loro incontro. “Finalmente siete arrivate!” disse loro accogliendole con un ampio sorriso sulle labbra felice di vederle.
Rocco e Teresa si guardarono sorpresi.
“Avete avuto problemi a trovare il posto?” chiese loro Ester.
“No è solo che Domitilla… deve sempre farsi aspettare. Non è vero Domitilla?” rispose la mora rivolgendo un sorriso ironico all’amica.
“Che ci posso fare se sono così bella che… che quando mi guardo allo specchio mi perdo nella mia stessa immagine?” rispose la bionda sbattendo le sopracciglia, ammiccando un sorriso divertito.
Ester, Vanessa e le sue amiche sorrisero altrettanto divertite.
“Comunque… adesso siamo qui.” Continuò la mora e nel vedere Vanessa le disse. “Ciao Principessa dei Navigli anche tu qui?”
“Si Priscilla. Ester è venuta a prendermi dopo la scuola per portarmi a vedere Marina.” Rispose Vanessa eccitata.
“Come sta?” le chiese la rossa tornando a farsi seria.
“Oh… molto meglio Drusilla anche sé un po’ ammaccata.” Le rispose Vanessa rassicurandola con un sorriso.
“Possiamo vederla?” chiese Domitilla tornando a guardare Ester.
“Si. Certo. Sarà molto felice di vedervi. Venite… vi porto da lei.” le disse Ester facendo loro strada.
Priscilla però, invece di seguirle rimase a fissare Teresa poi, accennando un sorriso la raggiunse al banco dell’accettazione e fermandosi davanti a lei le disse. “Come ti chiami mia Venere?”
Teresa si voltò per vedere se dietro di lei c’era qualcun altro quando però, si rese conto che non c’era nessuno tornò a guardarla e arrossendo imbarazzata rispose. “Dice… dice a me?”
“Oh si… proprio a te.” Le confermò Priscilla fissando lo sguardo su di lei.
“Terry!” rispose Rocco per lei sorridendo divertito.
“Teresa!” lo corresse lei tornando a farsi seria.
“Teresa?” le disse Priscilla.
“Mm…”
“Non ti offendi mica se ti dico che… che se fossi un uomo o una lesbica… farei volentieri un pensierino su di te?!”
Teresa si allontanò di scatto dal banco dell’accettazione. Gli occhi spalancati per la sorpresa.
“Spiacente ma… la nostra Terry è già sposata con Il Fantasma dell’Opera e hanno già sette nani!” le rispose Rocco sorridendo.
“Beh… come ho detto… non essendo né un uomo e tanto meno una lesbica… il nostro amore sarebbe stato impossibile.” Gli rispose Priscilla tornando a guardare Teresa con espressione afflitta poi, distogliendo lo sguardo da lei e indirizzandolo su di lui gli chiese. “E tu… sale e pepe?”
Rocco arrossì imbarazzato e mostrandogli la mano con la fede al dito rispose. “Spiacente! Sono già felicemente sposato!”
“Beh… se dovessi avere problemi con tua moglie, io sono Priscilla. Ester sa come trovarmi.”
“Lo terrò a mente anche sé… il mio matrimonio è solido come una roccia!”
“Oh si… lo dicono tutti ma come rispondo io in questi casi, tutte le rocce prima o poi diventare ghiaino per rivestire giardini.”
Rocco rimase a guardarla a bocca aperta.
“Priscilla?” la richiamò Ester facendole notare che lei e le altre la stavano aspettando per andare da Marina.
Priscilla si lasciò andare ad un sospiro e tornando a guardare Teresa e Rocco disse loro. “Devo andare ma… spero di rivedervi presto.”
“Si.” mormorò Teresa accennando un sorriso imbarazzato.
“Contaci!” le fece eco Rocco seguendola con lo sguardo mentre lei raggiungeva Ester, Vanessa e le sue amiche.
“Secondo te… parlava sul serio?” gli chiese Teresa una volta rimasti soli.
“Oh si… era decisamente seria!” le confermò lui.
“Mi ha dato della Venere… era… era forse un complimento?”
“Direi proprio di si!” rispose Rocco rivolgendole un sorriso divertito.
Una volta di ritorno a terapia intensiva, Ester bussò alla porta della stanza di Marina.
“Avanti!” rispose lei.
Ester aprì la porta e le fece entrare una ad una.
“Oh… siete venute?!” disse loro Marina sorridendo felice di rivederle.
Silvia Ranieri accennò un sorriso alla loro vista. Il marito invece, rimase a fissarle scioccato.
“Te l’avevamo promesso, no?” rispose Priscilla andando da lei.
Marina l’abbracciò.
Domitilla e Drusilla la raggiunsero per salutarla.
“Ma guarda un po’… come ti hanno conciata!” esclamò Domitilla turbata alla vista delle ferite che aveva riportato su tutto il corpo.
“Poteva andarmi peggio…” mormorò Marina accennando un sorriso.
“E questa bella gente chi è… a parte Lucrezia Borgia che già conosciamo, non è vero?” le disse Priscilla indirizzandole un sorriso divertito.
Lucrezia la fulminò con lo sguardo.
“Loro sono i miei genitori.” Rispose Marina.
“Oh… davvero… è un vero piacere conoscervi! Abbiamo sentito parlare molto di voi… cose belle non preoccupatevi! Noi siamo Le Nipoti delle Sorelle Bandiera. Priscilla…” si presentò lei.
“Domitilla!”
“E… Drusilla!”
Risposero sfoderando uno dei loro migliori sorrisi.
I genitori di Marina strinsero la mano a ciascuna di loro.
“E’ da molto che conoscete Marina?” chiese Silvia Ranieri ricambiando il loro sorriso.
“Oh si… da quando è venuta a vivere ai navigli. Viviamo nella stessa palazzina.” Rispose Priscilla.
“Marina è anche una delle nostre fan più sfegatate, non è vero?” aggiunse Drusilla tornando a guardarla sorridendo.
“Questo… è il locale dove ci esibiamo.” Le disse Domitilla porgendole un loro biglietto da visita. “Ci farebbe davvero piacere se veniste a vederci.”
“Grazie.” Rispose Silvia Ranieri prendendo il biglietto da visita. “Purtroppo però, non sappiamo per quanto tempo ci fermeremo in città ma se ci sarà possibile, cercheremo di venire a vedervi.”
Il marito le lanciò un occhiataccia per farle capire che lui non avrebbe mai messo piede in un locale frequentato da gente del genere.
Silvia Ranieri però, fece finta di niente e distogliendo lo sguardo da lui mise il bigliettino da visita al sicuro nella sua borsa.
“Ti abbiamo portato lo stereo… Drusilla?” le disse Priscilla tornando a guardare l’amica.
Drusilla mostrò a Marina il piccolo stereo che aveva in mano. Raggiunse il tavolino che si trovava sotto la finestra. Vi appoggiò sopra lo stereo. Inserì la spina nella presa e sorridendo soddisfatta tornò a guardarla.
Marina sorrise divertita.
“E… il nostro ultimo cd.” Continuò Priscilla. “Per rallegrare le tue giornate fino a quando sarai costretta a stare in questo triste posto! Domitilla?”
Domitilla le mostrò il cd raggiunse Drusilla. Estrasse il cd dalla sua custodia. Lo inserì nel piccolo stereo e premette il tasto play.
Marina sorrise sempre più divertita sentendo le prime note di I Will Survive di Gloria Gaynor, intonata però da Priscilla e con le loro voci in sottofondo. “Grazie ragazze… è proprio quello di cui avevo bisogno.”
“Sei la prima a sentirlo a parte s’intende, il fonico dello studio di registrazione.”
“Grazie Priscilla… non vedo l’ora di uscire di qui per venirvi a vedere.”
“Tranquilla Marina… con tutte le influenze positive che ti stiamo mandando, sarai fuori di qui in men che non si dica!” le disse Drusilla.
“E quando tornerai a casa… avrai tre infermiere a tua completa disposizione che si prenderanno cura di te!” aggiunse Domitilla.
“Anch’io voglio farle da infermiera!” disse loro Vanessa.
“Ma certo Principessa dei Navigli, questo era sottinteso anche perché… nel frattempo qualcuno dovrà pur giocare con quella peste di Kawaii!” le disse Priscilla.
“E’ si… non possiamo certo farci rovinare le mani da quella piccola tigre della Malesia e se non ci pensi tu Vanessa… uno di questi giorni ci toccherà chiamare Sandokan!” aggiunse Drusilla sorridendo divertita.
Vanessa annuì divertita.
“Bene… adesso noi ce ne andiamo.” disse Priscilla tornado a guardare Marina.
“Di già?!” rispose lei rattristata.
“E si mia cara… questo posto mi ha già impregnato abbastanza i vestiti con tutto questo odore di medicinali, disinfettanti e dolore. Come fate voi a passarci tutto il giorno è ancora un mistero per me!” le confessò Priscilla stizzita. “Ragazze? Salutate la nostra Regina dei Navigli!”
Domitilla e Drusilla andarono a salutarla.
“Torna a casa presto!” le disse Domitilla.
“Ti aspettiamo!” le fece eco Drusilla.
E dopo aver salutato i suoi genitori Priscilla, Domitilla e Drusilla lasciarono la stanza seguite da Ester e Vanessa.
Una volta rimasti soli, Marina tornò a guardare suo padre che nel frattempo era rimasto a fissare la porta della stanza senza parole.
“Tutto bene papà?” gli chiese lei.
Il padre si voltò a guardarla accigliato. “No Marina, non va affatto bene! Chi accidenti erano quelli?!” le urlò lui paonazzo indicandole la porta con il dito.
“Delle care amiche, perché?!”
“Vorresti forse dirmi che… che adesso frequenti quel genere di persone?!”
“Si papà e comunque… quel genere di persone… come dici tu, negli ultimi due anni mi sono state molto più vicine di quanto possa dire di te!”
“Io… io non ti riconosco più!”
“Eppure papà sono sempre la stessa! Oh… ma forse quello che intendi dire tu è che non sono quella che volevi? Beh… mi dispiace ma se volevi una figlia che fosse la tua copia esatta allora si con me non ha funzionato molto bene ma… potresti provare ad adottare una bambina… chissà che con lei non ti vada meglio che con me oppure… perché non provi con Lucrezia? Secondo me… a lei non dispiacerebbe affatto annullarsi in te, non è vero Lucrezia?!” le disse tornando a guardarla.
“Andiamocene! Non ho alcuna intenzione di farmi trattare così!” esclamò il padre fulminandola con lo sguardo e scotendo la testa contrariato si diresse verso la porta.
“No!” rispose Silvia Ranieri. “Se vuoi andare… sei libero di farlo io però, rimango ancora un po’ qui con nostra figlia!”
Il marito si voltò a guardarla sbigottito e fulminandola con un occhiata le disse. “Fa come vuoi! Io me ne vado! Lucrezia?!” le urlò tornando a guardare sua figlia.
“Si papà?” rispose lei.
“Andiamo!”
“Si papà!” rispose Lucrezia seguendolo fuori dalla stanza.
Silvia Ranieri andò a sedersi nella sedia accanto al letto di Marina e accarezzandole dolcemente la testa le disse. “Mi dispiace tanto…”
“Non è colpa tua…” mormorò Marina lo sguardo deluso, fisso sulla porta della stanza.
Capitolo 24
L’indomani Ester doveva lavorare di pomeriggio ma dopo aver ricevuto la telefonata della Gandini e aver saputo che la dott.ssa Brunetti aveva intenzione di parlare a Marina dello stupro quella stessa mattina, si preparò velocemente e uscì dall’appartamento per raggiungere il Morandini.
Al suo arrivo al reparto di terapia intensiva, Ester trovò la Gandini seduta su una delle sedie fuori dalla stanza di Marina. La raggiunse trafelata e le chiese. “Allora?!”
La Gandini si alzò dalla sedia. “La dott.ssa Brunetti è già con lei ma… ha detto di aspettarla qui. Ci dirà lei quando possiamo entrare.” Le spiegò prima di tornare a sedersi.
Ester però era troppo in ansia per riuscire a stare ferma su una sedia e così, prese a camminare su e giù davanti a lei gettando di tanto in tanto lo sguardo verso la porta della stanza di Marina.
La Gandini rimase seduta a fissare il pavimento, assorta nei suoi pensieri.
Il tempo passava così lentamente che ogni minuto pareva contenere un’eternità accrescendo in loro l’ansia e la preoccupazione. Improvvisamente, sentirono Marina urlare un No! a gran voce seguito da un baccano infernale. Come sé qualcuno stesse distruggendo la stanza.
Ester si precipitò a raggiungere la porta ma prima che avesse il tempo di aprirla, la Gandini si alzò dalla sedia e afferrandola per il polso la bloccò. “No Ester! Ha detto di aspettarla qui!” le disse fissandola dritta negli occhi.
Ester la guardò confusa.
“Ci dirà lei… quando possiamo entrare!” aggiunse la Gandini.
“Ma…”
“No Ester! Pensa a Marina!” insistette la Gandini.
“E’ proprio a lei che sto pensando!”
La Gandini scosse la testa.
Ester rimase a fissarla per un po’ poi facendosi violenza, allontanò la mano dalla maniglia.
La Gandini lasciò la presa dal suo polso e tornò a sedersi.
Ester scosse leggermente la testa e andò a sedersi nella sedia accanto alla sua.
Un ventina di minuti più tardi, sentirono aprire la porta della stanza e voltandosi, videro la dott.ssa Brunetti uscire dalla stanza di Marina. Si alzarono dalla sedia per andarle incontro.
“Che è successo?!” le chiese Ester preoccupata.
“Abbiamo sentito degli strani rumori…” le fece eco la Gandini.
“Oh… quello… quello era solo, il vassoio della colazione.” rispose la dott.ssa Brunetti.
Ester e la Gandini si scambiarono una rapida occhiata perplessa poi però, tornarono a guardare la dottoressa Brunetti in attesa di sapere cosa era successo con Marina.
“Inizialmente…” esordì la dott.ssa Brunetti. “Credeva che la stessi prendendo in giro ma… quando ha capito che parlavo sul serio e che avevo le analisi del campione di sperma prelevato dal suo corpo la sera dell’aggressione… beh… com’era prevedibile, ha dato in escandescenza.”
“Il vassoio?” mormorò Ester.
La dott.ssa Brunetti annuì.
“E adesso? Come sta adesso?” le chiese la Gandini.
“E’ ancora molto arrabbiata ma… in questi casi è del tutto normale.”
“Posso vederla?” le chiese Ester.
“Si. Vada pure.” Rispose la Brunetti.
Ester le salutò e preso un respiro profondo entrò nella stanza.
In quel momento, Marina le dava le spalle.
“Marina?” le disse Ester avvicinandosi a lei a piccoli passi.
Silenzio.
Una volta raggiunto il letto, Ester vi salì sopra. Andò a sdraiarsi accanto a lei e circondandole la vita con il braccio le disse. “Mi dispiace tanto…”
“Ancora… ancora non ci posso credere.” Mormorò Marina continuando a darle le spalle. “Io… io non ricordo niente. Mi sembra… come se tutto questo sia successo ad un’altra persona e non a me.”
Ester appoggiò la mano sul dorso della sua e la strinse forte a se.
“Ma…” continuò Marina. “Se ci penso… se penso che qualcuno ha osato violare il mio corpo in quel modo… mi viene una gran voglia di spaccare tutto!”
“E’ comprensibile…” mormorò Ester continuando a tenerla stretta a se.
“E… e se poi penso… che non ho la minima idea di quello che mi è stato fatto o chi abbia osato farlo… mi sento esplodere dalla rabbia!”
Ester si lasciò andare ad un sospiro, gli occhi che le si facevano sempre più lucidi.
“Com’è potuto succedere?! Perché proprio a me?! Io non capisco…”
“Ti amo.” Le disse Ester.
Marina allora, si voltò a guardarla. Sorpresa. “Anche sé…?” provò a dirle.
“Incondizionatamente!” le disse Ester.
Marina la guardò negli occhi.
I loro sguardi, si persero uno in quello dell’altra.
Improvvisamente, gli occhi di Marina si fecero lucidi.
Ester la strinse a se.
Marina allora, nascose il volto tra i suoi seni e lasciò che le lacrime, che aveva provato a trattenere fino a quel momento, scorressero libere e allo stesso tempo, amare come il fiele.
“Vedrai…” le disse Ester tenendola stretta a se. “Insieme… supereremo anche questo momento.”
Marina scosse leggermente la testa. “Non credo Ester… che riuscirò mai ha dimenticare quello che mi è successo.” Le confessò lasciandosi andare ad un sospiro.
“Lo so ma… insieme… impareremo a conviverci… per quanto ci sarà possibile.”
Marina alzando lo sguardo su di lei e guardandola dritta negli occhi le disse. “Non dovrà mai saperlo nessuno!”
Ester annuì anche sé, non aveva certo bisogno che lei glielo dicesse.
Marina tornò ad appoggiare il volto tra i suoi seni e mormorò. “Ho rotto un vassoio.”
“Lo so… non preoccuparti… ci penso io a farlo sparire.” Rispose Ester. “Per fortuna che non lo hai scaraventato addosso alla dott.ssa Brunetti!” aggiunse accennando un sorriso.
“No ma… c’è mancato davvero poco!” Le confessò Marina tornando a guardarla.
“Beh… credo che avesse preventivato una reazione del genere da parte tua.”
“Mah… da come mi ha guardata, mi è sembrata di molto spaventata?”
Ester non riuscì a trattenere un sorriso poi le chiese. “Adesso però… non corre più alcun pericolo, vero?”
“No!” La rassicurò Marina scotendo leggermente la testa.
“Allora… posso dirle, che la prossima volta che verrà a trovarti non ha bisogno di indossare il casco protettivo?”
Marina annuì e tornando a guardarla negli occhi le disse. “Ti amo!”
Ester si protese verso di lei e appoggiando le labbra sulle sue la baciò con trasporto.
Capitolo 25
Marina venne dimessa dal Morandini una decina di giorni più tardi. Mentre si prendeva cura della frattura al braccio, continuò a vedersi settimanalmente con la dottoressa Brunetti per le sedute che avevano concordato in precedenza e quando anche il braccio riacquistò la sua completa funzionalità, tornò a lavorare al pronto soccorso. Il lavoro risultò ben presto un ottimo antidoto con il quale Marina poteva spostare la sua attenzione ma soprattutto il suo pensiero dall’aggressione subita e cercare di ritrovare così, un qualche senso di normalità.
Ester però, preoccupata per una sua possibile ricaduta non faceva che tenerla costantemente sotto controllo fino a quando i suoi timori, si rivelarono esatti. La salute di Marina infatti, si faceva sempre più cagionevole con il passare dei giorni e così una mattina come tante, stanca di quella situazione ma soprattutto in ansia per lei, irruppe nel suo studio per chiederle di sottoporsi a qualche esame di controllo. Una volta lì però, trovò Elena l’infermiera che aiutava Marina nel suo lavoro insieme ad un bambino di cinque anni e alla madre.
“Scusate!” esclamò Ester trovandosi improvvisamente davanti a tre paia d’occhi spalancati che la fissavano tra il sorpreso e lo spaventato. Rivolse loro un sorriso imbarazzato poi rivolgendo lo sguardo sulla collega le chiese. “Elena? Dov’è la dottoressa Ranieri?”
“In bagno.” rispose lei.
“Di nuovo?!”
La collega annuì. “Si ed è già la seconda volta da quando è arrivata qui questa mattina.”
Ester scosse leggermente la testa. Si lasciò andare ad un sospiro e dopo essersi scusata con il bambino e la madre, salutò la collega e si precipitò fuori dalla stanza.
Una volta raggiunti i bagni.
“Marina?” la chiamò controllando sotto le porte dei bagni.
Improvvisamente, sentì qualcuno vomitare all’interno di uno dei bagni. Ester allora, si precipitò a raggiungere l’ultimo cubicolo e quando aprì la porta trovò Marina in ginocchiata sul pavimento. Le braccia intorno alla tazza del bagno.
Ester andò da lei e appoggiandole una mano sulla fronte le disse. “Devi assolutamente farti vedere dalla Gandini!”
“Non è niente…” mormorò Marina cercando di trattenere un altro conato di vomito.
“Si! Certo! Come ieri ed il giorno prima ed il giorno prima di ieri!” rispose Ester strappando con rabbia un po’ di carta igienica dal rotolo. “Tieni!” le disse porgendogliela.
“Grazie.” Mormorò Marina prendendo la carta dalla sua mano.
“Vuoi ficcarti in quella testa dura, che non stai affatto bene?!” continuò Ester esasperata dalla sua testardaggine.
“Deve essere stato il latte…” mormorò Marina pulendosi i lati della bocca.
“Ieri invece era il pesce, ed il giorno prima che cos’era…?”
“La bistecca.”
“Appunto!”
La Gandini fece il suo ingresso nei bagni e sentendole discutere le raggiunse e chiese loro. “Va tutto bene?”
“Si Cristiana… non è niente.” rispose Marina dovendosi però interrompere per vomitare di nuovo.
“E tu questo lo chiami niente?!” sbottò Ester e guardando la Gandini con disappunto le disse. “Non è vero! Non sta affatto bene! C’è qualcosa che non va in lei! Ultimamente… non fa altro che svegliarsi con la nausea e vomitare per tutto il giorno! Non sarò un dottore ma… non ho bisogno di una laurea per capire che tutto questo non è normale?!”
“Ti prego Ester…” gemette Marina cercando di trattenere un altro conato di vomito. “Probabilmente è solo un semplice virus influenzale.”
“Hai detto che… che ha le nausee?” le chiese la Gandini perplessa.
“Si!” le confermò Ester. “Potrebbe essere una ricaduta, sa… dopo la botta ricevuta alla testa.”
“Ma che botta e botta! Te l’ho detto Ester, non è niente. Vedrai… passerà presto.” replicò Marina.
“No Marina… Ester ha ragione… è meglio che facciamo degli esami!” le disse la Gandini.
“Mah… ma non ho nulla alla testa. Né emicranie e tanto meno…”
“Marina? Chi è il tuo dottore?!”
“Tu!” rispose lei tornando a guardarla.
“E allora… come tuo dottore, ti ordino di fare dei controlli, hai capito?!”
Marina annuì.
“Ester?”
“Si dottoressa?”
“Ci penso io a lei!”
“Mah…”
“Ester?!”
“Si dottoressa!” rispose Ester per niente felice e togliendo la mano dalla fronte di Marina, le lanciò un ultima occhiata preoccupata e uscì dal cubicolo. Raggiunse la porta del bagno e se ne andò.
Una volta rimaste sole la Gandini andò da lei e le chiese. “Come va?”
“Sembra che sia passato.”
“Ce la fai ad alzarti?”
“Si.” Rispose Marina pulendosi la bocca con la carta igienica. La gettò all’interno della tazza del bagno e si alzò in piedi. Tirò lo sciacquone e con l’aiuto della Gandini raggiunse il lavandino. Aprì il rubinetto dell’acqua fredda e se la gettò sul volto con entrambe le mani.
La Gandini prese un paio di salviette di carta dal distributore e gliele diede.
“Grazie.” Rispose Marina asciugandosi il volto.
“Pronta ad andare?” le chiese la Gandini.
Marina annuì. Gettò le salviette nel cestino e tornando a guardarla le chiese. “Cosa pensi che abbia?”
“Ho una teoria a riguardo ma… ma prima di dirtela preferisco farti fare delle analisi.”
“Allora… Ester ha ragione? E’ una ricaduta?!” le chiese Marina cominciando a preoccuparsi a sua volta.
“Non ne sono certa.” Si limitò a risponderle la Gandini accompagnandola fuori dai bagni.
Capitolo 26
Marina la stava seguendo quando con sua grande sorpresa si ritrovò davanti al reparto di ginecologia. Si fermò di colpo e tornando a guardarla le disse. “Credevo… credevo che fossimo dirette alla sala TAC? Che ci facciamo qui?”
“Voglio chiedere alla Carignani di farti delle analisi.”
“La Carignani? E chi è?” le chiese Marina sempre più confusa.
“La ginecologa nonché ostetrica del Morandini.” Le spiegò lei.
“Non penserai mica che… che…?” provò a dirle Marina non riuscendo però a finire la frase.
“E’ una possibilità.” Replicò lei scotendo leggermente la testa. “I sintomi ci sono… nausee e vomito… proprio come quando io ero incinta dei miei figli.”
Marina rimase a guardarla a bocca aperta. Incapace di emettere alcun suono.
“Potrei sbagliarmi ma… è meglio controllare, giusto per escludere questa possibilità.”
Marina la seguì all’interno del reparto. La testa che le girava mentre le domande le affollavano la mente in cerca di risposta.
Più tardi. Nello studio della dott.ssa Carignani.
“Si dottoressa Gandini. E’ come pensava lei.” le disse la donna mostrandole un puntino sul monitor del computer.
Marina fissò sconvolta lo stesso puntino nello schermo.
“Ne è proprio certa?” le chiese la Gandini incredula.
“Si e… ad occhio e croce… direi che è alla settima settimana. Giorno più giorno meno.” Le confermò la dott.ssa Carignani accennando un sorriso.
Marina e la Gandini si guardarono. Entrambe scioccate da quella notizia.
Rimasero per un po’ a fissarsi in silenzio poi la Gandini tornò a guardare la dott.ssa Carignani e schiaritasi la voce le chiese. “E… e nel caso di un interruzione della gravidanza è… è ancora possibile abortire?”
La dott.ssa Carignani la guardò confusa. Indirizzò il suo sguardo su Marina che però, la guardò altrettanto confusa. Tornò a guardare la Gandini e rispose. “Si è ancora in tempo ma…” le disse e tornando a guardare Marina aggiunse. “In questo caso però, dovrà prendere una decisione al più presto possibile.”
Marina deglutì nervosamente. “Si. Ho capito.” mormorò annuendo.
“Grazie dottoressa. Le faremo sapere qualcosa al più presto!” tagliò corto la Gandini facendole capire che quella visita si era appena conclusa lì.
La dott.ssa Carignani prese una salvietta di carta. Ripulì il basso ventre di Marina dal gel che le aveva applicato per farle l’ecografia e quando ebbe finito l’aiutò a sedersi sul lettino.
Il tempo di salutare la dott.ssa Carignani ed entrambe lasciarono il suo studio per fare ritorno al pronto soccorso.
Camminando per i corridoi del Morandini rimasero in silenzio. Ognuna persa nei propri pensieri e solo quando arrivarono al piano di Marina, lei tornò a guardarla e le disse. “Torno nel mio studio…”
“Si. Certo. Fammi sapere cosa deciderai…” Le disse la Gandini lasciando la frase in sospeso.
Marina annuì e dopo averla abbracciata le sussurrò. “Grazie.”
La Gandini annuì. Visibilmente a disagio e non sapendo che altro dirle, si limitò ad augurarle buon lavoro.
Marina la salutò e allontanandosi si avviò verso il suo studio.
Ester vedendo la Gandini dirigersi verso il banco dell’accettazione le andò incontro e trafelata le chiese. “Allora?!”
“E’ meglio che te lo dica Marina.” Le rispose lei.
“Perché? Che cos’ha?!” insistette Ester sempre più preoccupata.
La Gandini scosse leggermente la testa. “Vai da Marina. Te lo dirà lei.”
Ester la guardò confusa e quando capì, che lei non le avrebbe detto niente nemmeno sotto tortura, la salutò e con il cuore in gola si affrettò lungo i corridoi del Morandini.
Una volta raggiunto lo studio di Marina irruppe all’interno dimenticandosi di bussare.
Marina che in quel momento stava visitando una nuova paziente, una bambina di tre anni accompagnata dalla madre, nel sentirla entrare si volto a guardarla sorpresa così come la bambina e sua madre. Tornò a guardare la donna e accennando un sorriso e le disse. “Scusatela ma… quando è in ritardo entra sempre così!”
La donna la guardò accigliata per niente rassicurata dal quelle sue parole.
Ester invece, la fulminò con lo sguardo, per niente divertita dalla sua battuta.
Marina fece finta di niente e riportando la sua attenzione sulla bambina tornò a visitarla.
Ester intanto, non vedendo l’ora di rimanere da sola con lei per sapere che cosa aveva, prese a camminare nervosamente su e giù per la stanza. Le braccia incrociate sul petto. Lo sguardo che passava nervosamente dal pavimento a loro e di nuovo al pavimento e mentre Marina cercava di concentrarsi sulla sua piccola paziente, la madre della bambina non faceva che guardare Ester, innervosita da quel suo continuo via vai.
Terminata la visita alla sua giovane paziente, Marina le prescrisse uno sciroppo per la tosse e salutando lei e la madre, le accompagnò alla porta.
Una volta rimaste sole nello studio.
“Ho visto la Gandini!” esordì Ester. “Allora… che cos’hai?!”
Marina però, che in quel momento le stava dando le spalle, non rispose.
“Allora?!” insistette Ester.
Marina prese un respiro profondo. Si voltò e tornando a guardandola negli occhi le disse. “Sono incinta!”
“Co… cosa?” balbettò Ester confusa.
“Aspetto un bambino!” esclamò Marina distogliendo lo sguardo da lei.
“Mah… ma com’è possibile?!” le chiese Ester incredula poi però, ripensando al suo incidente esclamò. “Oh… Oh mio Dio!”
“Questa volta… Dio non centra niente.” Rispose Marina raggiungendo la sua scrivania.
Ester invece, si lasciò cadere pesantemente sulla sedia che si trovava lì davanti.
Rimasero in silenzio. Marina a fissare la scrivania mentre Ester con le mani sulla testa e lo sguardo fisso sul pavimento.
“Cosa pensi di fare?” le chiese Ester tornando a guardarla non appena si fu ripresa dalla notizia.
Marina scosse la testa. “Non lo so. Ho bisogno di un po’ di tempo per rifletterci.” Rispose lasciandosi andare ad un sospiro.
“Si… Certo.” mormorò Ester annuendo.
Improvvisamente, le note del suo cellulare le riportò entrambe al presente.
Ester recuperò il cellulare dalla tasca dei pantaloni e rispose. “Pronto?”
Marina rimase a guardarla. La sua mente però era già tornata a riflettere sui pro e contro del mettere al mondo quel bambino.
“Si Teresa. Sto arrivando!” disse Ester e terminata la telefonata chiuse il cellulare. Lo ripose nella tasca dei pantaloni e alzandosi dalla sedia le disse. “Un emergenza!”
“Si. Vai pure.” Rispose Marina accigliata.
“Ci vediamo più tardi?” le disse Ester accennando un sorriso nervoso.
“Si! Quando vuoi… sai dove trovarmi.” replicò Marina in tono secco.
Ester la guardò da prima confusa poi però, intuendo i suoi pensieri e soprattutto le sue paure. La raggiunse dietro la scrivania. Le prese il volto tra le mani e guardandola dritta negli occhi le disse. “Ti amo e continuerò ad amarti… qualunque cosa tu decida!” e appoggiando le labbra sulle sue la baciò con trasporto.
Marina ricambiò il suo bacio con altrettanta passione poi ritrovando il sorriso, la seguì con lo sguardo mentre lei si allontanava per tornare al suo lavoro.
Capitolo 27
Un paio di giorni più tardi, Marina spedì ad Ester un SMS invitandola a pranzare con lei fuori dal pronto soccorso. Ester sorpresa ma allo stesso tempo felice di quel suo invito, attese l’ora della pausa pranzo e con un tramezzino ed una bibita la raggiunse all’uscita del Morandini.
“Devo ammettere… che è la prima volta che mi propongono un picnic fuori dal pronto soccorso.” le disse Ester sorridendo divertita dopo averla baciata sulle labbra.
“Era una così bella giornata…” rispose Marina. “E poi… volevo parlarti di una cosa ma lontana da occhi ed orecchie indiscrete.” Le disse rivolgendo una rapida occhiata a Teresa e che in quel momento si trovava dietro al banco dell’accettazione.
Ester annuì indirizzando a sua volta lo sguardo verso Teresa poi tornò a guardarla e accennando un sorriso le chiese. “Di che cosa volevi parlarmi?”
“Ho preso una decisione…” rispose Marina avviandosi fuori dal pronto soccorso.
“Riguardo al bambino?” le chiese Ester tornando a farsi seria.
“Si.”
“Oh…” mormorò lei.
“Vieni. Sediamoci qui.” Le disse Marina fermandosi vicino ad un albero e porgendole la mano l’aiutò a sedersi sul prato.
Ester la ringrazio. Appoggiò il tramezzino e la bibita sull’erba e tornò a guardarla impaziente di sentire quale decisione avesse preso riguardo a quella sua inattesa gravidanza.
Marina si sedette davanti a lei e incrociando le gambe prese un respiro profondo e continuò. “Non è stato facile per me arrivare a questa decisione anche perché so bene che potrebbe compromettere la nostra relazione e… e se tu decidessi di lasciarmi io lo capirei perfettamente. Probabilmente… anch’io mi lascerei se mi trovassi nella tua stessa situazione.”
Ester la guardò sempre più preoccupata ma invece di dare voce ai suoi timori, preferì aspettare che lei avesse finito di parlare.
“Io… io non me la sento proprio di far pagare a questo bambino le colpe del padre. Chiunque esso sia e… e poi… ho sempre desiderato avere un figlio cosa questa di cui non ti ho mai fatto mistero. Certo… non era così che avevo programmato di averlo ma… ma visto che è successo e che adesso lui è qui… ho deciso di tenerlo.” Le disse Marina guardandola dritta negli occhi.
Ester rimase a guardarla senza parole.
“Capisco che… che possa essere difficile per te accettare questa mia decisione. Il fatto è… che questo bambino fa già parte di me, al di là di come è stato concepito. E’ mio figlio e solo mio e… e mi sento pronta per amarlo incondizionatamente e con tutta me stessa anche se questo volesse dire… perderti!” Le disse Marina guardandola con gli occhi sempre più lucidi.
Ester però, accennò un sorriso e avvicinandosi a lei le sussurrò. “Credi davvero che sia così facile liberarsi di me?”
Marina la guardò sorpresa. “Vuoi dire che… che non hai intenzione di scappare a gambe levate il più lontano possibile da me?” le chiese con la voce che le tremava.
Ester scosse la testa. “No mia cara anzi… non vedo l’ora di aiutarti a preparargli la stanza.” rispose lasciandosi andare ad un sospiro.
“Ne sei certa? Guarda che… che un bambino è un bell’impegno. Notti insonni… pannolini da cambiare… pappine…”
“E… zuffe all’asilo… i primi amori… le prime ribellioni adolescenziali… le droghe e l’alcol… o si, ne ho una vaga idea visto che ci sono già passata anch’io!” Le disse Ester sorridendo sempre più divertita.
Il volto di Marina si illuminò e sorridendo divertita le disse. “Beh… per il momento, limitiamoci alle notti in bianco e ai pannolini, va bene?”
Ester annuì. “Si.” rispose lei e con gli occhi che le brillavano eccitati esclamò. “Non posso credere che… che diventeremo mamme!”
“E già… a chi lo dici!” rispose Marina alzando gli occhi al cielo, un po’ meno eccitata di lei da quel pensiero.
Ester si avvicinò ancora di più a lei e prendendole il volto tra le mani, appoggiò le labbra sulle sue e la baciò.
Ettore e la Gandini stavano passando di lì in quel momento e nel vederle si scambiarono un sorriso divertito poi la Gandini tornò a farsi seria e gli disse. “Sai che ti dico Ettore… che dovremmo fare anche noi un picnic di tanto in tanto.”
“Co… cosa? Io… io e lei?” balbettò Ettore arrossendo imbarazzato.
“Ma che hai capito? Parlavo del picnic, non di tutto il resto!” rispose la Gandini tornando a sorridere.
“Ah… Appunto!” si affrettò a dirle Ettore lasciandosi andare ad un sospiro di sollievo.
“E poi scusa ma… ma tu adesso non stai con… come si chiama Angela… Nadia?”
“Nadia!”
“Si. Lei. Ho sentito Teresa… dire che state cercando un appartamento, è vero?”
“Si anche sé i miei genitori non sono molto felici all’idea che lasci la loro casa.”
“Posso immaginarlo. Per un genitore… il proprio figlio rimane un bambino anche quando ha cinquant’anni!”
“Fosse solo quello. Il fatto è… che non si fidano di Nadia.”
La Gandini lo guardò confusa.
“Secondo loro… lei sta con me solo per poter avere il permesso di soggiorno quando invece, lei ce l’ha già! Il supermercato dove lavora, l’ha messa in regola quindi non ha bisogno di me per quello!” le spiegò lui scotendo leggermente la testa.
“E allora… se sei sicuro che lei ti ama, lascia perdere i tuoi genitori e vedrai che con il tempo, torneranno alla ragione.”
“Lo spero tanto…” mormorò lui grattandosi nervosamente la nuca.
“Dai tempo al tempo.”
“E… e lei dottoressa? Come procede il suo triangolo amoroso?” le chiese Ettore accennando un sorriso imbarazzato.
“Sinceramente Ettore… più che un triangolo amoroso a me sembra che stia diventando, il triangolo delle Bermuda!” ironizzò lei lasciandosi andare ad un sorriso amaro.
“Ah… si? E perché mai?”
“Dopo aver rotto con Daniele, Malosti è completamente sparito dalla mia vita! Pensa… che quando ci vediamo a lavoro, a fatica mi rivolge la parola.” Gli confessò lasciandosi andare ad un sospiro.
“Certo però, che anche lei dottoressa doveva proprio innamorarsi di Malosti? Dico io… con tutti gli uomini che girano nel pronto soccorso, ma proprio lui?!”
La Gandini lo guardò sorpresa poi sorridendo divertita gli disse. “Che ci posso fare Ettore e poi come dice il detto, al cuor non si comanda!”
“A quanto pare!” esclamò lui scotendo la testa contrariato.
“Secondo te… cosa dovrei fare?” gli chiese lei tornando a farsi seria.
“Lo chiede alla persona meno adatta! In fatto di relazioni… io… modestamente, sono proprio una frana!”
La Gandini sorrise e continuò. “A quanto pare però, non è vero visto che stai andando a vivere con Nadia!”
“Oh… quello? Beh… quello è stato solo una botta di cu… Scusi… fortuna!” si corresse, arrossendo imbarazzato.
La Gandini sorrise sempre più divertita.
“Comunque…” continuò lui ritrovando il suo pallore di sempre. “Con un tipo come Malosti… secondo me bisogna giocare duro quindi… se io fossi in lei… prima lo drogherei e una volta stordito, ci farei l’amore e allora vedrà dopo, come le cascherà ai piedi. Proprio come uno zerbino!”
La Gandini scoppiò a ridere. “Stai forse cercando di farmi arrestare per violenza carnale?” gli chiese lei con le lacrime agli occhi.
“Beh… questa potrebbe essere una possibilità ma… ma non credo che lui la denuncerebbe?”
“E’ meglio che torniamo a lavorare, prima che cominci a prendere sul serio la tua proposta.” Gli disse la Gandini scotendo la testa sempre più divertita.
“Comunque… se dovessero arrestarla, sappia che può sempre chiamarmi… nel caso le serva qualcuno che le paghi la cauzione per il rilascio.” Scherzò lui sorridendo altrettanto divertito, seguendola all’interno del pronto soccorso.
Marina aveva fatto stendere Ester sull’erba e allungandosi su di lei le disse. “Ti amo.”
Ester però, rimase a guardarla persa nei suoi pensieri.
“Che c’è? Hai già cambiato idea?” le chiese Marina tornando a farsi seria.
“No.” rispose Ester. “Stavo solo pensando…”
“A si? A cosa?”
“Che cosa diremo a tutti quanti?”
Marina si fermò a riflettere su quella domanda poi, tornò a guardarla e le disse. “Potremmo dire loro… che siamo andate in una clinica per l’inseminazione artificiale.”
“Si potrebbe fare.” Mormorò Ester annuendo. “E… e dove?”
“Non lo so… tu dove vorresti andare?”
“Ho sempre voluto visitare l’Inghilterra.”
“E allora… diremo loro che siamo state a Londra.”
“Ma… ma non l’abbiamo detto a nessuno! E… e se poi Teresa capisce che non è vero?”
“Tu dille solo… che non abbiamo detto niente a nessuno perché prima volevamo essere certe che fosse andato tutto bene ma visto che adesso, siamo certe di aspettare un bambino abbiamo deciso di farglielo sapere. Tra l’altro, se le dirai… che lei è la prima a saperlo, sarà ancora più felice. Pensi di farcela?”
“Si. Prima però, dovremo studiare a tavolino la versione completa… per esempio, quando saremmo andate a Londra? Perché… se tu te ne vieni fuori con una data ed io con un’altra allora sì che siamo fregate!”
“Ci penseremo una volta tornate a casa.”
“Va bene.” Rispose Ester lasciandosi andare ad un sospiro.
“Ester?”
“Mm?”
“Mi raccomando… nessuno dovrà mai sapere com’è stato realmente concepito questo bambino, hai capito?!”
“Si. Manterremo anche con lui la stessa versione che daremo a tutti gli altri.” La rassicurò Ester.
Marina annuì.
“Cosa vorresti? Un maschio o una femmina?” le chiese Ester accennando un sorriso.
“A me basta che sia sano. Maschio o femmina non importa.”
“Mah… ma se potessi scegliere?”
“Non lo so?” rispose Marina stringendosi nelle spalle. “E tu invece, che cosa vorresti?”
“Forse… una bambina.”
“E allora… ce la metterò tutta per darti una bella bambina ma… ma se poi mi viene un maschietto?”
“Beh… se ti viene bello come te… so già che lo riempirò di baci dalla mattina alla sera.” Rispose Ester sorridendo sempre più divertita.
“E a me?”
“A te… ne lascerò un paio.”
“Solo un paio?”
“Si!”
“Allora… sarà meglio che ne faccia una bella scorpacciata prima che nasca!” le disse Marina e sorridendo si protese verso di lei e appoggiando le labbra alle sue la baciò con trasporto, incurante delle persone che passavano di lì in quel momento.
Capitolo 28
Con il passare dei mesi la gravidanza di Marina divenne sempre più evidente e così d’accordo con Ester cominciarono a raccontare in giro, la loro versione dei fatti ovvero, che avevano fatto un viaggio a Londra dove si erano rivolte ad una clinica per l’inseminazione artificiale conclusosi con la gravidanza di Marina.
I loro rispettivi colleghi, all’oscuro delle reali circostanze che le avevano portate a quell’evento, accolsero la notizia da prima con sorpresa e poi con gioia. Felici per loro di quell’inaspettato quanto lieto evento.
Marina continuò a lavorare al Morandini fino a quando le fu possibile quando però, il carico di lavoro al pronto soccorso divenne troppo pesante per lei ed il bambino dovette accettare la realtà e controvoglia prendere il congedo di maternità.
Intanto, aiutate dai loro amici e dal padre di Ester, la camera degli ospiti venne ridipinta e preparata per accogliere il bambino.
Ester prese a dividersi tra il lavoro al pronto soccorso e le cure e le attenzioni di cui Marina aveva bisogno soprattutto, quando si ritrovava in balia delle tempeste ormonali e successivamente dall’avvicinarsi della data in cui il bambino doveva nascere.
Un tranquillo pomeriggio di febbraio, Marina ed il padre di Ester si presentarono al pronto soccorso.
“Dottoressa… Giuseppe?! Che cosa ci fate qui?” chiese loro Teresa sorpresa di vederli.
“Diciamo pure… che non è una visita di cortesia!” rispose Marina mostrandole il pancione ed il vestito che indossava, completamente bagnato.
“Oh… mio Dio… vuol dire che?” balbettò Teresa portandosi la mano davanti alla bocca.
Marina annuì.
Giuseppe intanto, in preda al panico l’accompagnò all’interno sorreggendola per un braccio.
“Rocco!” gli urlò Teresa precipitandosi fuori dal banco dell’accettazione per andare loro incontro.
Rocco uscì da dietro il banco dell’accettazione e corse a prenderle una sedia a rotelle.
“Marina? Sei… sei certa che non sia un falso allarme? Anche la scorsa settimana pensavi che stesse per nascere?” le disse Giuseppe perplesso. La borsa con tutto l’occorrente per il suo soggiorno in ospedale, che gli pendeva dalla spalla.
“Si Giuseppe… posso assicurarti che non me la sono fatta addosso.” Rispose Marina accennando un sorriso ironico.
“Mah… ma non è un po’ presto?”
“In effetti ma… si vede che ha fretta d’uscire.” Replicò Marina stringendosi nelle spalle.
“Venga dottoressa.” Le disse Rocco porgendole una mano per aiutarla a sedersi sulla sedia a rotelle dietro di lei.
“Grazie Rocco.” Rispose Marina e con il suo aiuto e quello di Giuseppe si sedette poi tornò a guardare Teresa e le disse. “Teresa?”
“Si dottoressa?”
“Avvisa la Carignani e dille di preparare la sala che sto arrivando!”
“Si dottoressa!” rispose Teresa affrettandosi a raggiungere il banco dell’accettazione.
“E… e anche la Gandini se è di turno e… e naturalmente Ester!” le disse Marina.
“Si dottoressa!” rispose Teresa afferrando la cornetta del telefono.
“Adesso… possiamo andare?” le chiese Rocco accennando un sorriso.
“Si. Grazie Rocco.”
“E… e io che faccio?” le chiese Giuseppe sempre più agitato.
“Tu… vieni con noi!” rispose Marina allungando la mano verso di lui.
“Io… io però, sono un uomo all’antica Marina e… e i bambini, preferisco vederli già fatti?!” le confessò Giuseppe guardandola imbarazzato.
Marina accennò un sorriso poi tornando a farsi seria gli disse. “Non devi per forza entrare nella sala… mi basta… mi basta saperti fuori. Sempre… sempre se per te va bene?”
Giuseppe che le era stato particolarmente vicino per tutto il tempo della gravidanza, imparando a conoscerla meglio e a volerle bene come a una seconda figlia, intuendo da parte sua il reale desiderio di un sostegno morale, le strinse la mano e ritrovando il sorriso li seguì all’interno del pronto soccorso.
“Allora dottoressa… mi dica… è un maschio o una femmina?” le chiese Rocco spingendo la sedia a rotelle all’interno del Morandini.
“Ho idea… che lo sapremo molto presto.” Si limitò a rispondergli lei.
“Io però… non ci credo che lei non se lo sia fatto dire?” insistette Rocco. “Giuseppe?” provò a chiedere a lui.
Giuseppe però, scosse la testa. “Anche per me… è tuttora un mistero.” Replicò lui.
“Tu Rocco… per che cosa hai scommesso?” gli chiese Marina sorridendo.
“Mah… come fa a sapere che abbiamo scommesso?!” le chiese guardandola sorpreso.
“Guarda Rocco che c’ero anch’io quando avete scommesso sul figlio di Santamaria!”
“E io… ho vinto!” rispose lui ritrovando il sorriso. “Hanno avuto una bella bambina!”
“E questa volta? Che cosa hai scommesso?” gli chiese nuovamente Marina sempre più incuriosita.
“Maschio!” le confessò Rocco. “Mi raccomando… non mi deluda!”
“Un bambino?!” esclamò Giuseppe con un ampio sorriso che gli illuminava il volto.
“Ancora non lo sappiamo!” si affrettò a dirgli Marina smontando sul nascere ogni sua esultanza di vittoria.
“Se vuole Giuseppe… è ancora in tempo per scommettere.” gli disse Rocco sorridendo sotto i baffi.
“No. No. Sono troppo agitato per avere la lucidità di scommettere.” Rispose lui scotendo la testa.
Rocco sorrise poi tornando a lei le chiese. “Avete già deciso il nome?”
Marina scosse la testa. “Ne abbiamo scritti a centinaia ma… ancora non siamo riusciti a sceglierne uno.”
“Beh… sarà dura sceglierne uno tra così tanti?” mormorò Rocco sorridendo sempre più divertito.
“Sono certa… che riusciremo a sceglierne uno non appena il bambino sarà nato.” Gli rispose Marina ricambiando il suo sorriso.
“Anche a noi… a me e a mia moglie è successo proprio così quando è nata la bambina.” Le confessò Rocco illuminandosi al ricordo di quell’evento.
“Aurora.” Mormorò Marina richiamando alla memoria le volte in cui sua moglie, aveva portato la bambina al pronto soccorso per farle vedere dove lavorava suo padre.
“Si.” le fece eco lui spingendo la sedia a rotelle all’interno dell’ascensore e quando anche Giuseppe li raggiunse premette il pulsante del secondo piano e tornando a guardarla le disse. “Se non ricordo male dottoressa… tutto… ha avuto inizio proprio qui, non è vero?!” esclamò Rocco sorridendo sotto i baffi.
Marina lo guardò sorpresa poi però, lasciandosi andare al ricordo del primo bacio che lei ed Ester si erano scambiate in quello stesso ascensore, annuì e rispose. “Già! E’ proprio qui… in questo ascensore che ha avuto inizio, la parte migliore della mia vita.” Gli confermò lei ricambiando il suo sorriso.
Giuseppe rimase a guardarli confuso non avendo la minima idea di che cosa stessero parlando.
Marina allora, sorridendo divertita ne approfittò per raccontargli dell’episodio che aveva dato inizio alla relazione con sua figlia Ester.
Capitolo 29
Marina venne accompagnata nello studio della dott.ssa Carignani che dopo un’attenta visita di controllo decise di farla portare in sala parto. A lei si unirono la dott.ssa Gandini ed un paio di infermiere.
“Dov’è Ester?!” chiese loro Marina in preda alle doglie.
“Sta arrivando.” Le rispose la Gandini.
“Non ce la faccio!” protestò Marina la fronte madida di sudore.
“Si che ce la fai!” replicò la Gandini.
“Sto troppo male… non potete darmi qual’cosa per fermare questo strazio?!”
“Eravamo d’accordo dottoressa… che avremmo evitato l’epidurale.” provò a dirle la Carignani.
“Beh… ho cambiato idea!” replicò Marina fulminandola con lo sguardo.
“Se possiamo evitarlo… è meglio.” insistette la Carignani.
“Mi sembra di morire…” gemette Marina paonazza in preda alle doglie.
“Tranquilla Marina… non morirai.” La rassicurò la Gandini accennando un sorriso.
“Dov’è?!” esclamò Ester irrompendo nella sala parto.
“Oh… Ester. La mia Ester e le sue entrate.” Mormorò Marina ritrovando il sorriso, felice come non mai di vederla lì.
Ester si precipitò da lei e prendendole la mano le disse. “Si… sono qui!”
“Fa un male cane!” le confessò Marina con gli occhi lucidi.
“Respira Marina… respira come ci hanno insegnato al corso.” Le disse Ester prendendole la mano. Respirando a fondo e rilasciando l’aria lentamente.
Marina allora, la imitò e quando si fu calmata le chiese. “Dov’eri?”
“In sala operatoria con Malosti. Appendicite perforata!”
“Oh… mi dispiace.”
“Non ti preoccupare, il dottor Malosti mi a fatta sostituire…”
“Si è arrabbiato molto?”
“Non l’ho capito bene.” Rispose Ester scotendo leggermente la testa.
Marina la guardò confusa.
“Mi ha ringhiato, testuali parole, Ester? Vai, vai! E così… sono corsa qui da te.”
Marina tornò a guardare la Gandini e le disse. “Credevo che… che lo avessi un po’ addomesticato?!”
“Diciamo pure… che stiamo ancora lavorando per voi.” rispose la Gandini accennando un sorriso.
“Beh.. in effetti.” Mormorò Ester annuendo. “Mi ha anche detto, speriamo che sia maschio!”
E pronunciate quelle ultime parole, un coro di risate, si alzò nella sala.
“Accidenti! Stanno tornando!” disse loro Marina tornando a farsi seria.
“Ci siamo quasi!” le disse la Carignani. “Quando le dico di spingere, lei spinga!”
Marina annuì.
“Ora! Spinga forte!” le urlò la Carignani.
Marina raccolse a se tutte le energie che aveva e tra le urla ed i gemiti cominciò a spingere.
“Ancora!” le urlò la Carignani.
“E cosa crede che stia facendo!” le urlò Marina di rimando.
“Dai Marina… ancora un piccolo sforzo.” Si unì a loro Ester passandole la mano sulla fronte per asciugarle il sudore.
Marina annuì e prendendo un altro respiro profondo tornò a spingere con tutte le sue forze.
“Si! Così! Così va bene! Sto vedendo la testa!” le disse la Carignani facendole la telecronaca dal capo opposto del lettino.
“Brava Marina. Hai sentito? Sta uscendo.” aggiunse Ester ritrovando il sorriso.
Marina le strinse la mano e tornò a spingere.
“La testa è fuori! Un ultimo sforzo e ci siamo!” esclamò la dott.ssa Carignani.
Marina prese un altro respiro profondo e tornò a spingere con le ultime forze che le erano rimaste in corpo.
“Dottoressa Gandini? Si tenga pronta a prenderlo.” Le disse la Carignani.
La Gandini annuì. Lo sguardo fisso e sorpreso sul bambino.
“Ecco! Vedo le spalle! Un ultimo sforzo ed è fatta!” le disse la Carignani.
“E’ quello che ha detto poco fa!” protestò Marina fulminandola con lo sguardo.
“Questa volta è davvero l’ultima!” la rassicurò lei accennando un sorriso.
Marina annuì e stringendo con più forza la mano di Ester tornò a spingere.
“Eccolo! E’ uscito!” esclamò la dott.ssa Carignani cercando di sovrastare il pianto del bambino. “E’… è un maschio!” annunciò loro.
“Un maschio?” mormorò Marina lasciandosi andare sul lettino. Stanca ma anche molto felice.
“Un maschio!” esclamò Ester con le lacrime agli occhi e protendendosi verso di lei la baciò sulla fronte.
Marina si lasciò andare ad un sospiro poi, chiese loro. “Come… come sta?”
“Bene! E se continua ad urlare così è probabile che diventi un cantante Rock o d’Opera!” rispose la dott.ssa Carignani sorridendo divertita passando il bambino alla Gandini.
“Se non le dispiace… tra i due preferirei il Rock!” le disse Marina ricambiando il suo sorriso.
“Ester?” la chiamò la Gandini.
“Si?” rispose lei tornando a guardarla.
“Puoi venire qui?!”
Ester baciò Marina sulle labbra e lasciandole andare la mano si allontanò per raggiungere la Gandini quando però, il suo sguardo si posò sul bambino, il suo sorriso lasciò il posto ad un espressione di sorpresa.
“Che c’è?!” le chiese Marina preoccupata.
Ester e la Gandini si guardarono perplesse non riuscendo a trovare le parole per risponderle.
“Ester ti prego?!” le disse Marina.
“Portaglielo e basta!” si limitò a dirle la Gandini.
Ester allora, avvolse il bambino in un piccolo telo e a piccoli passi, fece ritorno da lei.
La dott.ssa Carignani era tornata ad occuparsi di Marina. Ripulendola dalla placenta e sistemandole il cordone ombelicale.
“Voglio vederlo!” le disse Marina le mani protese verso il bambino.
“Marina?” mormorò Ester trattenendo il bambino tra le sue braccia. “Prima… prima però, devi sapere una cosa?”
“Ester ti prego!” insistette Marina con gli occhi lucidi. Le mani ancora protese verso il bambino.
“E’… è.” Provò a dirle senza però riuscire a finire la frase. Il suo sguardo allora, tornò alla Gandini che però le fece capire di darglielo e basta.
Ester allora, tornò a guardare il bambino che aveva tra le braccia. La pelle color del caffelatte. Prese un respiro profondo e glielo passò.
Marina accolse il bambino tra le sue braccia e sorridendo con le lacrime agli occhi mormorò. “E’… è bellissimo.”
Ester spalancò gli occhi per la sorpresa poi però, si lasciò andare ad un sospiro e tornando a guardare la Gandini le lanciò un sorriso, rincuorata dall’inaspettata reazione di Marina.
La Gandini annuì, ricambiando il suo sorriso.
“Guarda com’è piccolo.” Mormorò Marina con il sorriso sulle labbra, stringendo il bambino a se.
Ester allora, tornò a guardarli. “Che manine.” Le disse avvicinando l’indice alla mano del bambino. Il piccolo le strinse il dito con forza. “E che presa!” esclamò sorridendo divertita.
Marina annuì. Le lacrime che le rigavano il volto.
Ester la guardò e dopo essersi persa nei suoi occhi, si protese verso di lei e appoggiando le labbra sulle sue la baciò.
Capitolo 30
Più tardi, in una delle camere del reparto maternità del Morandini.
“Come spiegheremo a tutti che il bambino è mulatto?” le chiese Ester perplessa, seduta su una sedia accanto al suo letto.
“Per quanto mi riguarda, io dico che non dobbiamo spiegare proprio un bel niente a nessuno!” Rispose Marina secca.
Ester la guardò sorpresa.
“Le persone che sanno quello che mi è successo… la Gandini, mia madre e tuo padre non hanno bisogno che gli spieghiamo niente visto che è evidente che chi mi ha stuprato era di colore e… e per quanto riguarda tutti gli altri… voglio vedere se qualcuno avrà il coraggio di chiederci qualcosa a riguardo! Io dico… di lasciare che facciano le loro supposizioni.”
Ester però, la guardò per niente convinta.
“Tranquilla Ester… nemmeno Teresa avrà il coraggio di chiederti spiegazioni, se questo è quello che ti preoccupa.” aggiunse Marina in tono sarcastico.
Ester annuì rimanendo però della sua opinione poi, notando il suo sguardo assente le chiese. “Che c’è?”
Marina si destò dai suoi pensieri e tornando a guardarla mormorò. “Sono un po’ preoccupata.”
“Preoccupata?”
Marina guardò il bambino che aveva tra le braccia e continuò. “Si sono preoccupata per lui.”
Ester la guardò sempre più confusa.
Marina allora, tornò a guardarla. “Non solo crescerà con due mamme ma verrà anche discriminato per il colore della sua pelle.” le disse lasciandosi andare ad un sospiro. “Sono stata un’egoista! L’ho desiderato così tanto e con tutta me stessa da non aver pensato nemmeno per un attimo a lui e alla vita di sofferenze e di dispiaceri a cui andrà incontro per colpa mia.”
“Ti prego Marina non parlare così e poi… non dimenticare che i tempi stanno cambiando anche qui in Italia. Certo non altrettanto velocemente come in altri paesi europei ma… ma stanno cambiando e… e sono certa che con il nostro amore e le nostre attenzioni crescerà forte e con il cuore così grande da farsi amare ed accettare da tutte le persone che incontrerà sul suo cammino.”
Marina però scosse la testa.
“Una volta…” continuò Ester. “Un’amica mi disse che ognuno di noi nasce con una propria missione nella vita.”
“Era forse buddista?” ironizzò Marina sorridendo divertita.
Ester annuì e ricambiando il suo sorriso continuò. “Si ma io ci ho pensato spesso alle sue parole e… e mi sono convinta che forse… forse questa è la nostra missione.”
Marina la guardò confusa.
“Ma si… vivere la nostra vita ed il nostro amore come coppia gay e per di più con nostro figlio di razza mista in una società in cui nessuno di noi è accettato per quello che è. Pensaci Marina… in ogni epoca c’è sempre stato qualcuno che ha dovuto aprire la strada per le riforme sociali, culturali, politiche, economiche… Persone che hanno deciso di stare in prima linea e lottare sacrificando anche la loro vita perché noi oggi potessimo godere delle libertà e dei diritti che abbiamo e che diamo per scontati e se non fosse stato per loro probabilmente adesso ci troveremo ancora ai tempi della pietra.”
Marina annuì.
“Quello che voglio farti capire è… è che questa sarà la nostra missione. Crescere nostro figlio con la sua unicità. Accettato e rispettato per quel fantastico individuo che diventerà in questo mondo che sta diventando sempre più globalizzato.”
“Non sarà affatto facile né per lui e tanto meno per noi!” esclamò Marina.
“Le cose a cui si tiene di più non sono mai le più facili da raggiungere ma… sicuramente sono quelle che ci danno più soddisfazioni e gioia. Come il nostro amore, non credi?” Le disse Ester perdendosi nei suoi occhi.
Marina la guardò con gli occhi lucidi e protendendosi verso di lei la baciò.
“Come farei senza di te?” le disse tornando a guardarla con il sorriso sulle labbra.
“Non ti preoccupare perché io non ho intenzione di andare da nessuna parte.” Rispose Ester ricambiando il suo sorriso.
Marina la baciò nuovamente sulle labbra e tornando a guardare il bambino gli disse. “Mi dispiace tanto piccolino… cercherò di farmi perdonare dandoti così tanto amore che… che ti sentirai il bambino più fortunato del pianeta.”
Ester guardò prima lei poi il bambino, gli occhi che le si facevano sempre più lucidi, toccata da quelle sue parole.
“Non oso nemmeno pensare… a come prenderà la notizia mio padre. Già era contrario a che avessimo questo bambino figurarsi poi quando scoprirà che è anche mulatto. Peggio di così non gli poteva andare omofobo e razzista com’é!” le disse Marina tornando a guardarla.
“E’ pur sempre suo nipote, no?”
“Forse per tuo padre ma… ma non per il mio! Sono certa, che questa volta ci allontanerà definitivamente dalla sua vita!”
“Se fossi in te Marina… cercherei di mantenermi un po’ più positiva. Sai… a volte la vita può riservarci delle piacevoli sorprese.”
“Purtroppo Ester… con il passare degli anni ho dovuto imparare a mie spese che aspettarsi qualcosa di positivo da mio padre è come aspettarsi un miracolo e i miracoli… non accadono mai!”
“Mai dire mai!” rispose Ester accennando un sorriso.
“A proposito… ti sei decisa sul nome da dargli?” le chiese Marina tornando a guardarla seria e aggiunse. “Presto verranno i nostri amici a vederlo e… e non possiamo certo presentarlo a loro come… il bambino! Neanche fosse Jesu’!”
“Si!” rispose Ester sorridendo divertita dalla sua battuta.
Marina rimase a guardarla sorpresa e allo stesso tempo ansiosa di sapere quale sarebbe stato il nome di loro figlio.
Capitolo 31
Intanto al banco dell’accettazione Teresa e Rocco davano il ben venuto a Vanessa e alle Nipoti delle Sorelle Bandiera.
“Ciao Priscilla come và la caviglia?” Le chiese Teresa sporgendosi dal banco per osservarle la caviglia che si era slogata qualche giorno prima durante uno spettacolo.
“Adesso… molto meglio. Grazie. Un paio di giorni di riposo e tanti impacchi ed è tornata come nuova.” le rispose Priscilla ammiccando un sorriso seducente mentre le mostrava la caviglia.
Teresa accennò un sorriso divertito poi tornò a guardare le altre e disse loro. “Mi aspettavo di vedervi. Siete venute per vedere il bambino?” chiese loro.
“Si.” Rispose Vanessa gli occhi che le brillavano eccitati mostrandole l’orsacchiotto di peluche che aveva in mano e le chiese. “Posso portaglielo?”
Teresa e Rocco si guardarono confusi.
“Ester mi ha detto che non si possono portare gli animali in ospedale Domitilla però, mi ha detto di si e così… adesso non ci capisco più niente.” Le spiegò Vanessa guardandola perplessa.
Teresa e Rocco tornarono a sorridere.
“Ester parlava degli animali veri. Quelli vivi. Il tuo orsacchiotto però, è di peluche e quindi puoi portarglielo senza problemi.” Le disse Teresa.
“Sicura?”
“Si Vanessa. Se te lo dico io, puoi stare più che tranquilla!”
Priscilla si appoggiò con il braccio sul banco dell’accettazione e guardando Teresa dritta negli occhi le chiese. “Ancora sposata con il Fantasma dell’Opera?”
Teresa arrossì imbarazzata. “Si.” rispose lei annuendo.
Priscilla si lasciò andare ad un sospiro. “Ahimè! Sono nata, per soffrire d’amore!” esclamò accennando un sorriso.
Teresa e Rocco sorrisero altrettanto divertiti.
“Che ne dici Priscilla… se adesso andiamo a vedere il bambino?” le disse Drusilla tirandola per un braccio.
“Si.” rispose lei e lasciandosi andare ad un altro sospiro chiese loro. “Dove si trovano Marina ed il bambino?”
“Al secondo piano ma… se mi aspettate vi ci porto io.” Rispose Teresa.
“Non l’hai ancora visto?” le chiese Vanessa sorpresa.
“No. Oggi abbiamo avuto molte emergenze… adesso però, visto che la situazione si è un po’ calmata sono curiosa di vedere com’è.” Le disse Teresa elettrizzata poi si voltò verso la collega e le disse. “Giusy? Puoi sostituirmi?”
“Si Teresa. Vai pure. Se dovessi avere dei problemi ti chiamo.” La tranquillizzò la collega accompagnando le sue parole con un sorriso.
“Quasi, quasi… vengo anch’io!” aggiunse Rocco unendosi a loro visto che anche lui non era ancora riuscito a trovato il tempo di andare a vedere il bambino.
“Perfetto!” gli disse Priscilla prendendolo sotto braccio. “Così… mi racconti come procede con quella roccia del tuo matrimonio.”
“Tranquilla Priscilla! E’ ancora solida e granitica!” le rispose lui sorridendo divertito e facendo loro strada le accompagnò all’ascensore.
Una volta raggiunto il secondo piano, cercarono la stanza assegnata a Marina e dopo averla trovata bussarono alla porta.
“Avanti!” rispose Ester.
Rocco aprì la porta e da cavaliere qual’era, le fece entrare una ad una.
“Vanessa… ragazze… che piacere vedervi!” Le salutò Marina con il sorriso sulle labbra mostrando loro il bambino che aveva tra le braccia.
Vanessa e le ragazze si precipitarono da lei per salutarla.
“Ciao… siamo venute appena Ester ce l’ha detto!” le disse Priscilla baciandola sulle labbra.
“Come si chiama?” le chiese Vanessa sempre più eccitata.
“Alex.” Rispose Marina.
“Ciao Alex… guarda che cosa ti ho portato!” gli disse Vanessa mostrandogli l’orsacchiotto. “Vedrai… ti terrà compagnia quando sarai lontano dalle tue mamme.”
“Grazie Vanessa.” Le disse Marina. “Vuoi dargli un bacio?”
“Posso?”
Prima però che Marina avesse il tempo di risponderle Ester la prese e alzandola da terra la fece sedere sul letto. “Certo che puoi… Alex adora essere baciato.” Le disse sorridendo.
“Ciao Alex… sai chi sono? Sono la zia Vanessa.” Gli disse lei e chinandosi su di lui lo baciò su una guancia poi tornò a guardare Ester e le disse. “E’ piccolo come il mio bambolotto.”
“Si Vanessa… ma lui crescerà.”
“Meglio! Così potrò giocare con lui.”
Drusilla con gli occhi lucidi per l’emozione prese una piccola macchina fotografica dalla borsa e si mise a scattare loro delle fotografie con il bambino.
Teresa e Rocco intanto, erano rimasti fermi sulla porta della stanza. Lo sguardo fisso sul bambino tra le braccia della dott.ssa Ranieri. Lei con quella sua carnagione così chiara mentre lui, color del caffelatte e la testa fitta di ricci castano scuri.
Marina ed Ester notando la loro reazione, si scambiarono un occhiata complice poi Ester si schiarì la voce e disse loro. “Perché non venite a farvi una foto con tutti noi?!”
Rocco e Teresa arrossirono imbarazzati poi annuirono e li raggiunsero per la foto di gruppo.
Drusilla aspettò che tutti fossero pronti e fece un paio di scatti.
Ester tornò a guardare Teresa e le disse. “Vuoi tenerlo un po’ in braccio?”
Teresa la guardò perplessa.
Ester però prese Alex dalle braccia di Marina e glielo mise tra le sue. “Questa Alex… è la zia Teresa.” Gli disse sorridendo.
“Ciao Alex…” mormorò Teresa ritrovando il sorriso. “Ma… ma lo sai che sei proprio bello?”
Rocco si avvicinò a sua volta al bambino e accostando un dito alla sua mano gli disse. “E io… io invece sono lo zio Rocco, quello che ti insegnerà a giocare a calcio.”
Marina ed Ester tornarono a guardarsi con il sorriso sulle labbra poi Marina tornò a guardarlo e gli disse. “Si Rocco ma… voglio che me lo fai diventare un campione!”
“Oh… con me non c’è pericolo… vero Alex?” gli disse lui tornando a guardarlo. “E quando sarai abbastanza grande giocherai con la squadra del pronto soccorso e poi glielo faremo vedere noi a quelli di chirurgia!”
“I soliti uomini…” mormorò Domitilla. “Sempre pronti a gettarsi a capofitto in giochi cruenti ma… ci penseremo noi a farlo diventare un divo del cabaret, non è vero Alex?”
Marina e gli altri scoppiarono a ridere.
“Io invece… voglio che diventi un dottore!” aggiunse Vanessa. “Proprio come Marina e me… quando sarò grane!”
“Vedremo Vanessa… sarà lui a decidere cosa vorrà diventare da grande per il momento… diciamo pure che ha molte alternative sulle quali scegliere.”
“Ha ragione Marina. Tra l’altro… potrebbe anche voler seguire la tradizione di famiglia e diventare un produttore di vini, chi lo sa?!” aggiunse Drusilla sorridendo divertita.
Marina accennò un sorriso anche se, per niente convinta di quella possibilità.
“Scusateci ma… adesso… noi dobbiamo proprio tornare al nostro lavoro.” Le interruppe Teresa restituendo a Marina il bambino.
“Già!” le fece eco Rocco. “Congratulazioni ad entrambe!”
“Grazie Rocco.” Risposero Marina ed Ester in coro ricambiando il suo sorriso.
“Si. Davvero un bel bambino!” aggiunse Teresa prima di seguire Rocco alla porta.
“Ciao ragazze… piacere di avervi riviste.” Le salutò Rocco aprendo la porta della stanza.
Vanessa e le altre li salutarono.
Una volta fuori dalla stanza.
“L’hai visto?!” esclamò Teresa.
Rocco però si limitò ad annuire.
“E’… è mulatto!” continuò lei.
Rocco annuì.
“Secondo te… hanno fatto uno sbaglio alla clinica o avranno chiesto esplicitamente che il padre fosse di colore?”
Rocco si strinse nelle spalle. “Non ne ho idea e… e sinceramente non me ne importa! La cosa importante è… che il bambino sta bene. Il resto è solo affare loro!”
“Certo che… che se hanno fatto un errore alla clinica io… io se fossi in loro li denuncerei!”
“E poi che faresti? Gli restituiresti il bambino?!” rispose lui fulminandola con lo sguardo.
“No! Certo che no ma… ma un errore del genere è inammissibile!”
Rocco non rispose.
“E meno male che io mi sono attenuta ai metodi tradizionali per avere i miei figli.”
“Chi i sette nani?!” ironizzò Rocco sorridendo sotto i baffi.
Teresa gli diede un buffetto nella spalla. “Con te non si può mai parlare seriamente!” gli disse lei impettita.
“Che ci vuoi fare… sono fatto così!” rispose lui sorridendo. “E poi… con te… mi viene così naturale.”
Teresa scosse la testa e lo seguì all’interno dell’ascensore.
Capitolo 32
La mattina seguente, Silvia Ranieri bussò alla porta della stanza di Marina.
“Avanti!” rispose lei.
“Ciao tesoro.” La salutò la madre entrando nella stanza.
“Ciao mamma.” rispose Marina felice di vederla.
La madre la raggiunse e baciandola sulla testa le chiese. “E il bambino?”
“Ester l’ha portato a fare dei controlli.”
“Perché ci sono forse dei problemi?” le chiese la madre tornando a farsi seria.
Marina scosse la testa. “No. No. Sono solo dei controlli di routine sai… per registrare il peso e accertarsi che il bambino stia bene e… e papà?” le chiese con una punta d’apprensione nella voce.
“Sta parcheggiando l’auto.” La rassicurò lei.
Marina la guardò sollevata ma allo stesso tempo sorpresa. Fino a quel momento infatti, lei non era stata certa che lui sarebbe andato a trovarla ma soprattutto, che sarebbe andato a conoscere suo nipote.
“Marina?”
“Si?” rispose lei tornando a guardarla.
“Prima che arrivi… devo confessarti una cosa.”
“Di che si tratta?”
“Quando… quando gli ho detto del bambino… tuo padre è andato su tutte le furie e… e così, ho dovuto dirglielo!”
“Co… cosa gli hai detto?” mormorò Marina con il terrore dipinto negli occhi.
“Tutto!”
“Vuoi dire… proprio tutto?”
“Si!”
Marina rimase a guardarla senza parole.
“Mi dispiace…” mormorò la madre.
“Perché?!” le chiese Marina tornando a guardarla sempre più preoccupata.
“E’ tuo padre Marina e… e aveva il diritto di saperlo!”
Marina la guardò con gli occhi lucidi poi, sempre più a disagio le chiese. “Quindi… quindi adesso… sa dello stupro e del bambino?”
La madre annuì.
In quel momento bussarono alla porta.
“Avanti!” rispose Marina cercando di ritrovare il controllo di se.
Ester entrò nella stanza con Alex tra le braccia. “Ho trovato un bel bambino…” le stava dicendo quando alla vista di sua madre s’interruppe. “Oh… buon giorno Silvia.” le disse guardandola sorpresa di trovarla lì.
“Ciao Ester.” La salutò lei accennando un sorriso.
Ester la raggiunse con il bambino. Si scambiarono un bacio sulla guancia poi con il sorriso sulle labbra le mostrò il bambino.
“E’… è lui?” le chiese Silvia gli occhi lucidi di commozione.
“Sì.” rispose Ester e tornando a guardare il bambino gli disse. “Alex… ti presento Silvia. Tua nonna.”
“Oh… è… è così piccolo.” Mormorò lei sorridendo commossa.
“E scuro!” esclamò Marina sarcastica.
Ester e sua madre le lanciarono un’occhiata contrariata.
“Perché non è vero?” replicò Marina.
Ester scosse leggermente la testa poi facendo attenzione passò il bambino a Silvia e le disse. “E comunque non è così scuro, non è vero?”
“Domitilla…” continuò Marina. “Ha detto… che è fortunato perché così non deve sorbirsi ore e ore di esposizione alle lampade o ai raggi del sole per ottenere una bella abbronzatura.”
Ester e la madre tornarono a guardarla e la fulminarono con lo sguardo.
“Beh… in effetti non ha tutti i torti io però, ci vedo anche qualcosa di te, sai?” le disse sua madre andando a sedersi sul letto accanto a lei.
“Ah… si? Che cosa?” le chiese Marina guardandola sorpresa.
“Il taglio degli occhi per esempio e… e il naso e… e un po’ anche le labbra.”
“Dici sul serio?” le chiese Marina sempre più sorpresa accennando però un sorriso.
“Oh… sì, sono serissima! La prossima volta che vengo a trovarvi, ti porto le foto di quando eri appena nata e allora vedrai che mi darai ragione.” Rispose la madre annuendo poi, tornando a sorridere esclamò. “Non riesco ancora a credere che sono diventata nonna!”
“Vuoi dire che… che non ti dispiace?” le chiese Marina sorpresa dalle sue parole.
“Vuoi scherzare?! E’ già da un po’ che avevo voglia di viziare un nipotino ma… tra te e tua sorella… avevo perso un po’ le speranze!” le confessò lei accennando un sorriso. “E invece… eccomi qui… con il mio primo nipotino tra le braccia.”
Marina la guardò con gli occhi lucidi.
Ester sorrise rincuorata dalle sue parole.
“Sembra molto tranquillo o sbaglio?” disse loro Silvia.
Marina annuì. “In effetti… piange solo quando ha fame o vuole essere cambiato.”
“Ecco… vedi… un’altra cosa in cui ti assomiglia.” Mormorò sua madre.
Marina ed Ester la guardarono confuse.
La madre annuì. “Si. Quando eri piccola… anche tu non piangevi quasi mai Lucrezia invece… ci ha fatto disperare. Non faceva che piangere dalla mattina alla sera.”
“Me lo ricordo.” rispose Marina. “E ricordo anche… che facevamo a gara a chi arrivava prima da lei per vedere cosa aveva!” aggiunse ritrovando il sorriso.
“Già! E tu… tu andavi subito a controllarle il pannolino.” Le disse sua madre sorridendo.
“Mentre tu invece… le mettevi il dito in bocca per vedere se aveva fame.”
La madre annuì sorridendo sempre più divertita da quei loro ricordi.
“Papà invece…” continuò Marina. “Era così stanco di sentirla piangere che iniziò a dormire con i tappi alle orecchie.”
“E tu… dispettosa com’eri, andavi da lui ogni mattina e dopo avergliene tolto uno gli urlavi nell’orecchio… Sveglia papà!”
“E lui… saltava a sedere sul letto spaventato a morte!” aggiunse Marina scoppiando a ridere.
Ester e Silvia sorrisero altrettanto divertite.
“Non ci posso credere…” mormorò Ester con le lacrime agli occhi.
“Oh… sì. E’ tutto vero!” le confermò Silvia. “Povero papà…” mormorò scotendo leggermente la testa.
“Povero papà davvero, circondato da tre femmine. Una peggio dell’altra!” aggiunse Marina scoppiando nuovamente a ridere.
In quel momento, bussarono alla porta.
“Avanti!” rispose Marina.
Il padre fece il suo ingresso nella stanza.
Ester si alzò di scatto dal letto e tornando a faresi seria, si fissò a guardarlo visibilmente a disagio.
Marina lo fissò a sua volta ma imbarazzata.
“Finalmente!” esclamò Silvia indirizzandogli un sorriso. “Credevo che fossi andato a parcheggiare l’auto in centro?!” scherzò scotendo leggermente la testa.
“No… è solo che… che mi sono perso nei corridoi dell’ospedale.” Rispose lui in imbarazzo e dopo averla raggiunta si fermò a guardare il bambino che teneva tra le braccia.
Marina deglutì nervosamente. Incapace però di parlare. Incerta su cosa aspettarsi da lui dopo le rivelazioni che gli aveva fatto sua madre.
“E’… è lui?!” chiese alla moglie.
“Sì. Non è bello?” rispose lei mostrandole il bambino.
Il suo sguardo allora, passò dal bambino a Marina e poi di nuovo al bambino e annuendo rispose. “Sì.”
“E’… è meglio che io vada!” esclamò Ester affrettandosi a raggiungere la porta.
“No!” esclamò il padre di Marina.
Ester si fermò di colpo e voltandosi, tornò a guardarlo confusa.
“Se… se non devi tornare subito al lavoro.” continuò il padre di Marina. “Vorrei parlare con entrambe.” Disse loro, guardando imbarazzato prima una e poi l’altra.
Ester guardò Marina sempre più confusa non sapendo che fare.
Marina allora, le fece capire di tornare da lei.
Ester annuì e tornando sui suoi passi la raggiunse e sedendosi sul letto accanto a lei rimase in attesa di sentire che cosa aveva da dire loro.
“Vorrei…” esordì lui sempre più imbarazzato. “Vorrei scusarmi con voi. Mi sono comportato davvero molto male con entrambe quando… quando invece avrei dovuto darvi tutto il mio supporto!” disse loro. “Mi sono sempre preoccupato di me stesso e di quello che gli altri potevano pensare di me e della mia famiglia senza pensare a voi e ai vostri sentimenti!” aggiunse e tornando a guardare Ester le disse. “Avrei… avrei voluto avere la forza ed il coraggio di tuo padre.” le confessò arrossendo imbarazzato.
Ester lo guardò con gli occhi lucidi.
“Lui… lui non ha esitato un momento ad accettarvi e tantomeno ad accettare questo bambino.” Continuò indirizzando il suo sguardo sul bambino e tornando a guardarle aggiunse. “Ma… ma se non è troppo tardi io… io vorrei che accettaste le mie scuse e mi permetteste di fare parte della vostra vita.”
Marina ed Ester rimasero a guardarlo con le lacrime agli occhi incapaci però di rispondergli.
Silvia Ranieri accennò un sorriso e tornando a guardarle disse loro. “A questo punto ragazze… dovreste dirgli qualcosa.”
Marina ed Ester sorrisero poi Marina aprì le braccia davanti a lui e gli disse. “Certo papà che ti perdoniamo!”
Il padre andò da lei e con gli occhi lucidi la strinse a se. “Grazie.” Mormorò tra le sue braccia poi indirizzando lo sguardo verso Ester le sussurrò. “Grazie.”
Ester si lasciò andare a un sospiro ricambiando il suo sorriso altrettanto felice.
Capitolo 33
Terminato il congedo di maternità Marina fece ritorno al Morandini.
“Salve dottoressa Ranieri.” La salutò Teresa nel vederla entrare con Alex che dormiva nel marsupio. “Si è portata con se il nuovo assistente?” le chiese protendendosi sul banco per accarezzarlo sulla testa.
“No Teresa… è ancora troppo giovane per lavorare. Lo sto portando di sopra, alla nursery dell’ospedale.” Rispose Marina ricambiando il suo sorriso.
“Oh… anch’io ci portavo i miei figli quando erano ancora piccoli. C’è ancora Roberta?”
“La signora Manni?”
“Si. Proprio lei.”
Marina annuì. “E’ la responsabile della nursery.”
“Oh… davvero? Beh… sono molto felice per lei. E’ stata così brava con i miei figli e pensi… che era così brava con i bambini che riceveva richieste per l’iscrizione dei figli anche da parte di famiglie che vivevano qui nei dintorni anche se non lavoravano in ospedale.”
“Si me l’ha detto e a quanto pare, sembra che sia ancora così e quando le è possibile, accetta anche bambini dall’esterno.” Le confermò Marina. “In questo momento, ce ne sono tre i cui genitori non lavorano in ospedale.”
“Quando la vede, potrebbe salutarla per me e gli dica che i miei ragazzi la ricordano ancora con molto affetto.”
“Lo farò Teresa. Ah… prima che me lo dimentichi, questi sono i miei nuovi turni.” Le disse Marina allungandole il foglio che aveva in mano.
Teresa lo prese e si fermò a dargli un occhiata.
“Prima che vada Teresa… ci sono forse delle novità di cui dovrei sapere?” le chiese Marina scotendo leggermente la testa.
Teresa tornò a guardarla e con il sorriso sulle labbra rispose. “Oh… si dottoressa.”
“Ah… si? Di che si tratta?”
Teresa si allungò verso di lei e dopo essersi guardata intorno con fare cospiratorio continuò. “Il professor Danieli, ha lasciato la sciacquetta di oncologia!”
“Oh…” mormorò Marina sorpresa dalla notizia ma soprattutto, perché si era aspettava di sentire notizie riguardanti il lavoro e non la vita privata del personale del Morandini.
“Si e… e indovini adesso con chi sta?”
Marina si strinse nelle spalle.
“Con Giulia!”
“Giulia? La nostra capo infermiera?” le chiese Marina sempre più sorpresa.
Teresa annuì. “Sì. Proprio lei! Pare che… che abbia lasciato il marito!”
“Davvero?!”
Teresa annuì. “Sembra… sembra che le cose tra loro non andassero più bene da un po’ di tempo e così, lei gli ha chiesto il divorzio.”
Marina rimase a guardarla senza parole.
“Adesso…” continuò Teresa. “Sembra che lui si sia fatto trasferire a Torino in attesa del divorzio.”
“Beh… mi dispiace per lui ma… ma sono felice per Giulia.” Mormorò Marina soprapensiero.
Teresa spalancò gli occhi. Sorpresa da quelle sue parole.
“Beh… se non erano più felici insieme è meglio che sia andata così, non credi?”
“E il figlio?!”
“Veramente… da quello che mi è stato detto, il figlio di Giulia non è più un bambino e comunque… io sono del parere che quando due persone non si amano più, è meglio per loro se non si forzano a stare insieme solo per il bene dei figli.”
“Mah! Se la mette così…” mormorò Teresa per niente d’accordo con lei. “Io però, non potrei mai separarmi dal mio Alfredo!”
“Nemmeno se ti tradisse?” le chiese Marina.
“E con chi dovrebbe tradirmi?! E’ stato anche troppo fortunato a trovare una come me… non credo proprio che un’altra donna lo vorrebbe è un tale lupo della steppa!” le disse scoppiando a ridere e aggiunse. “E’ tutto… casa e lavoro! Sai che divertimento per una donna?!”
Marina sorrise. “Beh… allora… meglio così per te Teresa almeno tu non devi preoccuparti! In effetti… un divorzio non deve essere affatto una cosa piacevole per nessuna delle persone coinvolte soprattutto… per i figli.”
Teresa annuì.
“E dimmi… ci sono altre novità?” le chiese Marina tornando a farsi seria.
“Oh… si.” rispose lei tornando a sorridere. “La moglie di Rocco aspetta un altro bambino!”
Marina annuì ritrovando il sorriso. “Davvero?! Sono molto felice per loro.”
“Lui spera che sia un maschio ma… secondo me sarà femmina!”
“Ah… sì? E tu come fai a saperlo?” le chiese Marina sorpresa.
“Mah… non lo so… me lo sento.”
Marina sorrise poi stanca di tutti quei pettegolezzi le disse. “Vedremo! Intanto io porto Alex alla nursery e poi comincio con il mio turno.”
“Si dottoressa. Buon lavoro.” La salutò Teresa allungando una mano per accarezzare il bambino poi, alzando lo sguardo su di lei le disse. “Sta crescendo a vista d’occhio.”
“Lo spero bene… con tutto quello che mangia!” rispose Marina sorridendo.
Teresa ricambiò il suo sorriso.
“Ci vediamo Teresa.” La salutò lei allontanandosi dal banco dell’accettazione.
“Si dottoressa e… ben tornata.”
“Grazie Teresa.” Rispose Marina agitando la mano in aria per salutarla.
Capitolo 34
Un paio di giorni più tardi Marina stava portando un paio di cartelle a Teresa quando il suo sguardo si posò su Ester che parlava con un giovane medico che però lei non aveva mai visto prima al pronto soccorso. Il modo in cui parlavano e ridevano tra loro, dava l’idea che si conoscessero da una vita.
Marina sentì il sangue salirle prepotentemente alla testa anche perché da quello che poteva ricordare, Ester non le aveva mai parlato di quel giovane e mentre le domande si accalcavano nella sua testa in cerca di risposta la voce di Teresa la riportò al presente.
“Salve dottoressa.” Le disse lei richiamando la sua attenzione.
“Teresa…” mormorò Marina soprappensiero lo sguardo ancora fisso su Ester e quel giovane dottore. “Chi è quello?” le chiese accigliata.
Teresa la guardò da prima confusa poi spostando lo sguardo nella stessa direzione del suo rispose. “Oh… quello? Quello è Andrea Villesi. Un nuovo interno. Non so chi si creda di essere ma… ma io proprio non lo sopporto!” rispose tornando a farsi seria.
“Ah… si? E come mai?” le chiese Marina guardandola sorpresa.
“E’… è un tale arrogante. Pensi… che da quando è arrivato non ha fatto che provarci con tutte le donne del pronto soccorso e dell’ospedale!”
“Oh… Davvero?” mormorò Marina tornando a guardarli sempre più seria. La mascella contratta.
“Si!” le confermò Teresa annuendo. “E… e da quello che si dice, pare che sia già riuscito ad irretire una decina di donne tra infermiere e dottoresse ma… a me non me la racconta giusta! E’ solo un Don Giovanni da strapazzo!”
“Mm… interessante.” mormorò Marina. Il sangue intanto che le ribolliva nelle vene come lava incandescente. “E dimmi Teresa… da quanto tempo è qui?” le chiese cercando di mantenere il controllo di se.
“E’ arrivato un paio di settimane dopo che lei ha preso il congedo di maternità e da allora ha fatto una strage di cuori! E’ odiato da quasi tutti gli uomini del pronto soccorso mentre tutte le donne che hanno la sfortuna di incrociare il suo cammino, sembra non riescano a fare a meno di cadergli ai piedi.”
“Oh… Davvero?” mormorò Marina fingendosi tranquilla. Lo sguardo intanto, fisso su Ester che rideva a quanto pare, divertita dal quello che le diceva quel giovane.
Teresa annuì.
Marina tornò a guardarla e porgendole le cartelle le disse. “Tieni. Queste sono per te!”
Teresa prese le cartelle poi le chiese. “Che effetto le fa, essere tornata a lavoro? Si è già riabituata ai ritmi del pronto soccorso?”
“A quelli Teresa… non ci si abitua mai ma devo ammettere che sono felice di essere tornata. Cominciava a mancarmi il mio lavoro per non parlare poi di tutti voi.” Rispose Marina ritrovando il sorriso.
“E’ si… si può dire che la nostra è un po’ una grande famiglia, non è vero dottoressa?” le disse Teresa sorpresa ma anche felice di sentirle pronunciare quelle parole.
Marina annuì. “Già! Una bella famiglia allargata.” Le confermò lei sorridendo.
“E poi… per qualunque cosa siamo tutti qui pronti ad aiutarci l’uno l’altro.” Aggiunse Teresa con orgoglio quasi fesse stata la mamma chioccia e loro, tutti i suoi figli.
“Adesso… devo proprio tornare nel mio studio. Grazie di tutto Teresa.” Le disse Marina prima di allontanarsi.
“Non c’è di che dottoressa e buon proseguimento di giornata.” Le rispose Teresa tuffandosi nuovamente nelle carte e cartelle che si trovavano sparse sul banco dell’accettazione.
Marina però, aveva fatto pochi passi quando si fermò di colpo e voltandosi tornò a guardare Ester ed il giovane medico. Serrò le mascelle con rabbia e tornando sui suoi passi si diresse verso il suo studio.
Più tardi, Marina si trovava seduta ad uno dei tavolini della caffetteria immersa nei suoi pensieri quando sentì qualcuno sedersi al suo stesso tavolo. Alzò lo sguardo sorpresa. La sua sorpresa però, accrebbe ancora di più quando si ritrovò davanti al giovane Villesi che la guardava con un ampio sorriso sulle labbra.
“Salve! Sei nuova?” le chiese lui appoggiando un bicchierino di caffè fumante sul tavolino.
Marina scosse la testa. “No. Lavoro qui da più di un anno.” rispose fissandolo dritto negli occhi.
“Che strano… non ti ho mai vista prima? Ti prego… non dirmi che lavori all’obitorio?” scherzò lui.
“No. Pediatria.”
“Al pronto soccorso o su, ai piani alti?”
“Al pronto soccorso.”
“Beh… chissà come devono essere felici i bambini che vengono a farsi visitare da te? Io lo sarei se fossi uno di loro.” Le disse ammiccando un sorriso seducente.
Marina non rispose.
“Mi sembra impossibile…” continuò lui. “Che non mi sia mai accorto di te.” Le confessò perplesso con lo sguardo che passava dai suoi seni alle sue labbra.
“Sono appena tornata da un congedo di maternità.” Rispose Marina facendo violenza a se stessa per non alzarsi dalla sedia e mollarlo lì da solo.
“Oh… ecco perché ma… ma non vedo alcuna fede?” le fece notare lui. Lo sguardo fisso sulle sue mani.
“Convivo con qualcuno.”
“Ah… ecco spiegato il mistero e… e scommetto che è qualche dottore che lavora qui?!” le disse lui guardandosi intorno con il sorriso sulle labbra prima di tornare a guardarla.
“No. Ci sei andato vicino ma non è un dottore bensì, un’infermiera.” rispose Marina. Lo sguardo fisso su di lui in attesa di vedere la sua reazione.
“Oh… ohhh… un infermiera!” esclamò lui cercano di riprendersi dalla sorpresa. “Beh… in effetti da queste parti ce ne sono di molto carine e… e come si chiama?”
“Ester.”
“Vuoi dire… Ester Bruno?!” esclamò lui sempre più sorpreso.
Marina annuì.
“Oh… oh… non sapevo che…?” mormorò lui lasciando la frase in sospeso.
Marina non rispose. Le mascelle però erano sempre più serrate al pensiero che Ester non gli avesse parlato di loro due.
“E… è da molto che state insieme?” le chiese lui riprendendosi un po’ dalla sorpresa.
“Un anno e mezzo… giorno più girono meno.”
“E… e avete già un figlio. Cioè… voglio dire non insieme ma…”
“Si!” si affrettò a rispondergli Marina.
“Beh… sono molto felice per voi.” Le disse lui distogliendo lo sguardo da lei.
Marina però capì subito che mentiva poi e visto che ne aveva abbastanza di lui, si alzò dalla sedia e gli disse. “Devo tornare al mio reparto. Piacere di averti conosciuto.” Mentì a sua volta.
“Si. Certo. Il piacere è tutto mio…” mormorò lui imbarazzato rendendosi conto solo allora di non sapere il suo nome.
“Marina Ranieri!” Si affrettò a dirgli lei allungando la mano verso di lui per le presentazioni.
“Andrea Villesi.” Rispose lui stringendole la mano.
“Ciao Andrea e… buon lavoro.” Lo salutò Marina poi andò a gettare il bicchierino di plastica nel cestino e mentre si allontanava dalla caffetteria esclamò tra se e se. “Speriamo… tu ti rompa una gamba!”
Capitolo 35
I giorni passarono ma la situazione tra Marina ed Ester non migliorò affatto, in parte perché Ester continuava a non parlarle di quel Villesi mentre lui, anche dopo il loro incontro alla caffetteria aveva continuato a comportarsi con Ester come se niente fosse. Marina invece si sentiva sempre più, una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro e quando una mattina li vide di nuovo insieme, Villesi accostato pericolosamente ad Ester mentre le sussurrava qualcosa all’orecchio, capì che lei era arrivata al limite della sopportazione e che doveva sistemare quella faccenda al più presto o rischiava di andare fuori di testa ma invece di affrontare Ester in quel momento ed esporsi così ad una scenata davanti a tutti i loro colleghi, prese un respiro profondo per calmarsi e con il suo bagaglio di dinamite, tritolo e bombe a mano fece ritorno al suo reparto con la ferma intenzione di parlare con lei il prima possibile.
L’occasione si presentò a lei quello stesso pomeriggio quando dopo aver accompagnato un suo giovane paziente e la madre alla porta li salutò e abbassate le veneziane si voltò verso Ester e le disse. “Siediti! Devo parlare con te.”
Ester rimase a guardarla confusa mentre lei raggiungeva la sua scrivania poi andò a sedersi sulla sedia che le aveva indicato.
Marina si sedette sulla sedia dietro la scrivania e tornando a guardarla negli occhi le chiese. “Si può sapere che cosa stai combinando?!”
Ester la guardò sempre più confusa.
Marina era troppo nervosa per riuscire a stare seduta sulla sedia e così si alzò di scatto e cominciò ad andare su e giù per la stanza come una leonessa in gabbia. Il sangue intanto che le saliva prepotentemente alla testa.
“Di cosa stai parlando?” le chiese Ester seguendola con lo sguardo.
“Sto parlando di te e di quel lupo vestito da agnello!”
Ester scosse la testa più confusa che mai. “E… e chi sarebbe questo lupo vestito d’agnello?” le chiese accennando un sorriso divertito.
Marina si fermò di colpo e fulminandola con lo sguardo le disse. “Ester non prenderti gioco di me! Questa è una faccenda seria e non c’è niente da ridere!”
“Va bene Marina.” Rispose Ester tornando a farsi seria. “Ma… almeno… potresti essere un po’ più precisa perché io non ci sto capendo proprio niente?”
“Va bene Ester sarò chiara con te! Cosa sta succedendo tra te e quel Villesi?!”
“Chi? Andrea?!”
“Si! Proprio lui!” le urlò Marina imbestialita nel sentirla chiamarlo per nome.
“Non so che cosa tu abbia sentito dire in giro ma…”
“Ah… questa è bella! Perché… qualcuno doveva anche dirmi qualcosa?!”
Ester si strinse nelle spalle sempre più confusa.
“No Ester… non mi ha detto niente nessuno, non ce né stato bisogno! Mi è bastato vedervi nei corridoi del Morandini per accorgermi da sola di come flirtavi con lui!”
“Che cosa?!” esclamò Ester scattando in piedi indignata.
“Hai forse il coraggio di dire che non è vero?!”
Ester allora, la guardò dritta negli occhi e rispose. “Non è vero!”
Marina rimase a guardarla per alcuni secondi poi le chiese. “E allora… si può sapere che accidenti stai facendo con lui?!”
“Se… se non lo avessi ancora capito dal camice che indossa, Andrea è un interno del pronto soccorso e come tale devo lavorare anche con lui!”
Marina andò nuovamente in bestia nel sentirla pronunciare di nuovo il suo nome. “Lo sai Ester che reputazione ha quel tuo caro dottorino?!”
“Prima di tutto lui non è il mio caro dottorino e… e comunque, il fatto che ci parli non significa che io sia interessata a lui!”
“Senti Ester… sinceramente parlando a me, non me ne può fregare di meno di lui quello che voglio sapere è, se tu sei interessata a lui o no?!”
“No! Assolutamente no! Ti ha forse dato di volta il cervello?!”
Marina aveva ripreso ad andare nervosamente su e giù per la stanza. “Se è così allora spiegami… com’è che ti trovo sempre a parlare con lui e a ridere a crepapelle, neanche fosse Fiorello?!”
“Veramente… è lui a venire da me e non il contrario e… e visto che è simpatico non ci ho trovato niente di male a parlare con lui ma… ma da questo, a dire che sto flirtando con lui ce ne passa!”
Marina si fermo e tornando a guardarla le chiese. “Ti sei forse stancata di me e della nostra relazione?”
“No!”
“Perché Ester… se è così preferisco che tu me lo dica chiaramente! Io ti amo ma… ma se non vuoi più stare con me preferisco che tu sia sincera con me e che me lo dica chiaramente… se non altro per rispetto nei miei confronti e di quello che c’è stato tra noi!”
Ester la guardò incredula con gli occhi che le si facevano sempre più lucidi.
“E un’altra cosa Ester! Te lo dico già da ora, se mi tradisci con questo Villesi o con chiunque altro, tra noi è finita! E… e non voglio sentire scuse del tipo… avevo bevuto troppo… è stato un momento di debolezza e stronzate del genere, hai capito?! Perché io non me le bevo! Un tradimento è sempre sinonimo di problemi in una relazione e se non hai il coraggio di affrontare questi problemi con me, allora… allora è meglio che la finiamo qui! Adesso!” le disse Marina fissandola dritta negli occhi.
Ester la guardò con le lacrime che le rigavano il volto. “Marina io… io ti amo. Non capisco perché parli così?”
“Perché Ester… voglio essere chiara con te e la stessa chiarezza la pretendo da te! Dopo tutto quello che c’è stato tra noi credo di meritarlo, no?!”
Ester allora, andò da lei. Le prese il volto tra le mani e guardandola dritta negli occhi le disse. “Marina? Tra me e Andrea non c’è niente e non ci sarà mai niente! Io ti amo. Amo solo te e non voglio lui così come non voglio nessun altro nella mia vita se non te!”
Marina rimase a guardarla per alcuni secondi poi nell’impeto del momento la spinse con forza contro la porta e travolta dal desiderio di possederla lì e in quel momento, premette le labbra sulle sue e la baciò con trasporto. Ester allora, desiderandola tanto quanto lei, portò entrambe le mani dietro la sua nuca. Dischiuse le labbra nelle sue e ricambiò i suoi baci con altrettanta intensità. Marina portò una mano dietro la sua testa e mentre le baciava il collo, fece scivolare l’altra mano sui suoi pantaloni e cominciò a slacciarglieli.
“La porta…” mormorò Ester con il fiato corto.
Marina smise di baciarla. Spostò lo sguardo sulla maniglia e togliendole la mano da dietro la nuca l’allungò verso la porta. Girò la chiave nella toppa e tornò a baciarla. Ester infervorata dai suoi baci, le prese l’altra mano e la fece scivolare all’interno dei suoi pantaloni.
Capitolo 36
L’indomani nella tarda mattinata Ester stava raggiungendo la sala operatoria per una nuova emergenza quando incontrò Villesi nel corridoio.
“Ciao Ester.” La salutò lui.
“Ciao Andrea.” Rispose lei un po’ imbarazzata.
“Allora… pronta per andare a mangiare qualcosa?”
“Mi dispiace Andrea ma… ma non posso devo assistere Malosti in un operazione.”
“Oh… beh… sarà per un’altra volta.” Rispose lui un po’ deluso.
“Veramente Andrea… se non ti dispiace preferirei che il nostro rapporto rimanesse su un piano puramente professionale.” Si affrettò a dirgli Ester arrossendo sempre più imbarazzata.
“Che vuoi dire?” le chiese lui confuso.
“Non so che idea ti sia fatto di noi ma… ma come ti ho già detto io sono già impegnata con qualcuno e…”
“Si… lo so… con la Ranieri e allora?”
“Beh… non voglio rischiare di compromettere la mia relazione con lei e così preferisco prendere le distanze da te.” Gli confessò lei guardandolo dritto negli occhi.
“Mah… ma è assurdo Ester. Come puoi permetterle di gestirti la vita…”
“No Andrea ti sbagli… non è Marina a gestire la mia vita, sono io che preferisco così e… e se in qualche modo ti ho dato l’idea che tra noi potesse esserci qualcosa di più, ti chiedo scusa perché in realtà da parte mia non c’è mai stato per te niente di più di una semplice amicizia.”
Villesi rimase a guardarla accigliato. Le mascelle contratte in un moto di rabbia.
Ester distolse lo sguardo visibilmente a disagio, temendo una reazione violenta da parte sua.
Villesi però, prese un respiro profondo. Rilassò i muscoli del volto e schiaritosi la voce le disse. “Come vuoi tu Ester… non sono d’accordo con te ma… ma se questo è quello che vuoi, per me non c’è problema!”
“Ti ringrazio.” Rispose Ester rincuorata da quelle sue parole. “Adesso… mi dispiace ma… ma devo proprio andare.” Gli disse lei salutandolo con un accenno di sorriso.
“Si. Certo. Malosti.”
“Ciao.”
“Si ciao.” Rispose lui seguendola con lo sguardo mentre lei si allontanava.
I giorni che seguirono quel loro incontro però, si trasformarono per Ester in un incubo ad occhi aperti. Ogni volta che lei si trovava a lavorare con Villesi infatti, lui non perdeva l’occasione di mortificarla o trattarla male davanti a tutti. Pazienti e colleghi. Tanto che Ester, stanca di lui e del suo comportamento faceva di tutto per evitare di dover lavorare con lui.
Marina provò più volte ad offrirle il suo aiuto Ester però, fu categorica nel rifiutarlo ogni volta con forza. Il problema era suo e solo lei poteva e doveva risolverlo anche se non aveva la minima idea di come o da dove cominciare. Sperava però, che con il passare del tempo lui si interessasse a qualcun’altra e quindi la lasciasse in pace una volta per tutte. Le sue speranze però, rimasero vane perché al di là del fatto se usciva o no con altre donne, lui continuava a stressarla senza manifestare alcuna intenzione di mollare la presa su di lei.
Un tardo pomeriggio, finito il suo turno di lavoro, Marina si presentò al banco dell’accettazione dove l’aspettavano Giuseppe ed Alex per andare con lei ed Ester a fare delle spese in centro.
“Ciao Giuseppe.” Lo salutò Marina baciandolo su una guancia.
“Ciao Marina.” Rispose lui ricambiando il suo bacio.
Marina si abbassò per salutare Alex che giocava nel passeggino e vedendo che aveva i capelli raccolti in una decina di piccoli fermagli gli disse sorridendo. “E questi cosa sono?”
Alex le sorrise allungandole la rana di pezza che aveva in mano.
“Credevo che glieli avessi messi tu?” le disse Giuseppe sorpreso.
Marina alzò lo sguardo su di lui. Scotendo la testa gli disse. “No. Io non glieli ho messi ma… non gli stanno poi tanto male. Vero tesoro?” rispose lei e tornando a guardare Alex lo baciò sulle labbra.
“Allora… sarà stata Ester.” Mormorò Giuseppe accennando un sorriso.
“A me però…” intervenne Teresa. “Sembrano più dei fermagli da bambina?” fece notare loro.
Marina e Giuseppe la guardarono confusi.
“Beh… potrebbero essere state le bambine della nursery ad averglieli messi.” Continuò Teresa accennando un sorriso. “Magari… lo hanno preso per una bambola.” Aggiunse sorridendo sempre più divertita.
“Se è così… domani dovrò farglieli riavere.” Mormorò Marina. “Intanto però, te li lasciamo, va bene?” disse ad Alex tornando a guardarlo con il sorriso sulle labbra.
“Teresa?”
“Si Giuseppe?”
“Si può sapere che fine ha fatto mia figlia? Doveva essere qui già da un po’!” le fece notare lui tornando a farsi serio.
“Non so che dirti Giuseppe. In effetti… dovrebbe aver finito il turno una ventina di minuti fa.” Rispose Teresa scotendo la testa altrettanto perplessa.
“Vado a cercarla.” Disse loro Marina alzandosi in piedi e prima che avessero il tempo di dire qualcosa, sparì all’interno del pronto soccorso.
Marina andò a controllare nell’area in cui si trovavano i letti d’osservazione e non vedendola stava per chiamarla al cellulare quando la scorse con un paziente dietro ad una delle tende. La raggiunse e ritrovando il sorriso le disse. “Hai intenzione di lavorare ventiquattrore su ventiquattro?”
“Oh… ciao. No è solo che… che Villesi mi ha chiesto di occuparmi di questo paziente.” Rispose Ester indirizzando lo sguardo sull’uomo di mezza età seduto su una sedia a rotelle.
Marina e l’uomo si scambiarono un sorriso di saluto poi, Marina tornò a guardarla e le chiese. “E… e non può pensarci qualcun’altro? Il tuo turno è finito da un po’!” le fece notare lei tornando a farsi seria.
Ester si strinse nelle spalle.
Marina allora, vedendo passare di lì un’altra infermiera la chiamò. “Marta?”
“Si dottoressa Ranieri?” rispose la giovane fermandosi a guardarla.
“Sei occupata con qualche paziente?” le chiese Marina.
“No… non proprio, perché?” le chiese lei sorpresa.
“Il fatto è… che Ester ha finito il suo turno già da un po’ e… e dobbiamo proprio andare.” Le disse indirizzando lo sguardo su Ester che nel frattempo era arrossita per l’imbarazzo e poi sull’uomo accanto a lei.
“Ci penso io!” si affrettò a risponderle Marta raggiungendoli dietro la tenda.
“Grazie Marta.” Le disse Ester sempre più imbarazzata.
“Tranquilla Ester. Cosa devo fare?” le chiese lei rassicurandola con un sorriso.
“Questa è la sua cartella.” Le disse Ester passandole la cartella che aveva in mano. “Devi portarlo a radiologia per una presunta frattura al piede destro e quando hai i risultati degli esami, falli avere al dottor Villesi.”
“Va bene Ester.” Rispose Marta e con la cartella del paziente sotto l’ascella afferrò le maniglie della sedia a rotelle e si allontanò con lui.
“Perfetto!” esclamò Marina ritrovando il sorriso. “Vai a prepararti… io intanto, ti aspetto al banco dell’accettazione con Alex e tuo padre.”
Ester annuì e ricambiando il suo sorriso si allontanò per raggiungere la stanza degli infermieri.
Marina stava lasciando l’area dei letti quando vide arrivare Villesi.
“Dov’è Ester?!” le chiese sorpreso di trovarla lì.
“E’ andata a cambiarsi.” Gli rispose Marina come se niente fosse.
“Le avevo detto…”
“Ester ha finito il suo turno da quasi mezz’ora!” lo interruppe lei.
“Io però…”
“Senti Villesi, perché non la smetti con questo tuo comportamento da cane bastonato e lasci che Ester faccia il suo lavoro senza che tu le stia sempre con il fiato sul collo, eh?!”
“E tu chi sei, la Giovanna d’Arco delle infermiere?” replicò lui sarcastico.
“Cerca di crescere Villesi!” gli disse lei scotendo leggermente la testa.
“Farò rapporto ad Ester per aver lasciato il suo posto di lavoro!”
“Sai che ti dico Villesi… che ne ho davvero abbastanza di te e di questa tua aria di superiorità! Vedi di abbassare un po’ la cresta o ti farò pentire di essere venuto a fare il tuo tirocinio in questo posto!”
“Che cos’è questa… una minaccia?!”
“Prendila come vuoi Villesi ma… ti suggerisco di accettare il fatto che sei stato respinto da una donna e poi, fa un favore a te stesso e a tutti quelli che ti stanno intorno, ficcati quel dannato orgoglio ferito dove non batte il sole e cerca di essere un po’ più professionale se vuoi davvero diventare un dottore!”
“Se pensi di spaventarmi ti sbagli di grosso!”
“E’ meglio Villesi… che non ti dica cosa penso di te!” rispose Marina e prima che lui avesse il tempo di risponderle se ne andò per tornare al banco dell’accettazione.
Capitolo 37
Qualche giorno più tardi, Villesi venne convocato dal professor Danieli nel suo ufficio.
“Prego Villesi, si accomodi pure.” Gli disse Danieli indicandogli la sedia che si trovava davanti alla sua scrivania.
“Grazie professor Danieli.” Rispose Villesi andando a sedersi nella sedia che gli aveva indicato.
Danieli si schiarì la voce e guardandolo dritto negli occhi esordì. “Visto che entrambi siamo molto occupati arriverò subito al dunque dottor Villesi. Ho ricevuto diverse lamentele nei suoi confronti da parte di alcuni membri dello staff…”
“Qualsiasi cosa le abbia detto l’infermiera Bruno o la Ranieri sono solo calunnie!” replicò Villesi interrompendolo.
Danieli lo guardò sorpreso e confuso allo stesso tempo poi, scotendo leggermente la testa continuò. “Veramente dottor Villesi, le lamentele di cui le volevo parlare non vengono né dall’infermiera Bruno e tanto meno dalla dottoressa Ranieri.” Gli confessò lui accigliato e continuò. “Altri membri dello staff si sono lamentati di lei e non tanto per il lavoro quanto per un inappropriato atteggiamento nei loro confronti.”
Villesi distolse lo sguardo visibilmente a disagio.
“Quello che lei fa al di fuori del pronto soccorso…” continuò Danieli. “Sono affari suoi ma… ma quando mette piede in questo posto, all’ora le sue azioni diventano una mia responsabilità e una volta qui esigo da lei, come da chiunque altro lavori al Morandini, la massima professionalità e soprattutto, rispetto nei confronti dei propri colleghi e del resto del personale che la assiste nel suo lavoro!”
Villesi annuì paonazzo non riuscendo a guardarlo negli occhi.
“Le persone che vengono a farsi curare al pronto soccorso, hanno già i loro problemi senza bisogno che ci aggiungiamo anche i nostri!” Aggiunse Danieli.
Villesi annuì.
“Le ricordo Villesi, che lei è qui come semplice interno e che la sua posizione in questo pronto soccorso è alquanto precaria quindi, se vuole continuare a fare il suo tirocinio da noi, le consiglio di cambiare il suo atteggiamento. Mi ha capito?”
Villesi tornò a guardarlo e annuì.
“La fuori dottor Villesi, ci sono tanti giovani dottori che farebbero carte false per venire a lavorare qui da noi, lei è solo uno dei pochi fortunati che è riuscito ad essere accettato da noi ma… ma se continua con il suo atteggiamento mi vedrò costretto a rimpiazzarla con qualcun altro.”
Villesi annuì. Le mascelle contratte. Il volto rosso di rabbia.
“Spero di essere stato chiaro dottor Villesi!”
“Sì!” rispose lui facendo fatica a sostenere il suo sguardo. La rabbia intanto che gli ribolliva nelle vene come lava incandescente.
“Bene dottor Villesi… adesso… se vuole, può anche tornare al suo lavoro.”
“Si.” mormorò lui alzandosi dalla sedia.
“E… dottor Villesi?” lo richiamò Danieli.
“Si?” rispose lui tornando a guardarlo.
“Si ricordi… che la prossima volta, non mi limiterò a riprenderla ma passerò direttamente all’azione chiedendole di lasciare il pronto soccorso. Mi ha capito?!”
“Si!” rispose lui e dopo averlo salutato lasciò l’ufficio sbattendo la porta dietro di se.
Danieli scosse leggermente la testa contrariato. Lo sguardo fisso sulla porta. “Mi sa tanto ragazzo… che non hai proprio capito niente.” Mormorò perplesso.
Ester era appena entrata nel magazzino dei medicinali e stava preparando il carrello quando sentì entrare qualcuno all’interno della piccola stanza. Dando le spalle alla porta mormorò. “Rocco… ti ho detto che non c’è bisogno di te… posso cavarmela benissimo da sola.” Gli disse accennando un sorriso poi non ricevette alcuna risposta da lui, si voltò e con sua grande sorpresa si trovò davanti a Villesi. Appoggiato con le spalle sulla porta e uno strano ghigno sulle labbra. “Che ci fa qui?!” gli chiese lei sorpresa di vederlo lì.
“Che cosa hai detto a Danieli?!” gli chiese lui fulminandola con lo sguardo.
“Di cosa sta parlando?” gli chiese Ester sempre più confusa.
“Stai forse cercando di farmi sbattere fuori dal pronto soccorso?!” gli urlò lui paonazzo.
Ester scosse la testa confusa dalle sue parole.
Villesi allora, si avvicinò a lei.
Ester indietreggiò di qualche passo. Lo spazio però era così limitato in quella stanza che ben presto si ritrovò con le spalle contro uno degli scaffali. “Che cosa vuole Villesi?!” provò a chiedergli lei. Il cuore intanto, aveva preso a batterle nel petto all’impazzata e con in mente un solo pensiero. Uscire al più presto da quel buco di stanza.
“Ma come Ester… una volta non ero il tuo Andrea?” le disse Villesi squadrandola dalla testa ai piedi.
Ester deglutì nervosamente. “Devo… devo tornare al banco dell’accettazione.” Provò a dirgli lei cercano di raggiungere la porta ma prima che lei avesse il tempo di raggiungere la porta, Villesi la spinse di lato. “Mi faccia passare!” gli urlò lei portandosi una mano sulla spalla dolorante dopo averla sbattuta su uno degli scaffali.
“E dove vorresti andare Ester? Qui hai tutto quello di cui hai bisogno!” rispose Villesi e afferrandola per i polsi le bloccò le mani sopra la testa.
“Mi lasci stare!” urlò Ester cercando di liberarsi dalla sua presa senza però riuscirci. Il terrore intanto, che si faceva strada in ogni cellula del suo corpo.
Villesi le strinse i polsi con più forza e con il sorriso sulle labbra le disse a denti stretti. “Mi piacciono le donne che si fanno pregare.”
“Mi lasci Villesi!” le urlò Ester cercando di liberarsi dalla sua presa.
Villesi si avvicinò con il volto al suo e appoggiando con forza le labbra sulle sue provò a baciarla.
Ester però gli morse il labbro inferiore.
“Ahi!” urlò Villesi per il dolore e lasciando la presa dai suoi polsi, le diede uno schiaffo così forte che Ester perse l’equilibrio e cadde a terra.
Ester sempre più spaventata, cercò di farsi coraggio e ripresasi dalla sorpresa ma soprattutto dal dolore alla guancia, si mosse carponi sul pavimento per raggiungere la porta.
“Puttana!” le urlò Villesi sconvolto lo sguardo fisso sulla mano insanguinata.
Ester approfittando di quel momento, si affrettò a raggiungere la porta e prima che lui potesse fermarla si alzò in piedi, afferrò la maniglia e aperta la porta si precipitò fuori dalla stanza in cerca di aiuto. Aveva appena raggiunto il corridoio quando andò a sbattere contro qualcuno. Spaventata si voltò per vedere chi era.
“Ester?!” esclamò Rocco sorpreso.
“Oh… Rocco… Rocco… Villesi… Villesi è impazzito! Ha… ha cercato di…”
“Vieni qua puttana!” le urlò Villesi da dentro il magazzino.
Rocco allora, prese Ester e dopo averla fatta spostare dietro di se, allargò le spalle e rimase in attesa di vederlo uscire.
Villesi si trascinò fuori dalla stanza con la mano insanguinata premuta sul labbro. Nel vedere Rocco, si bloccò per la sorpresa quando però si fu ripreso gli disse. “Ester… Ester mi ha appena aggredito!”
Rocco si avvicinò a lui e stringendo le dita della mano destra, prese un respiro profondo e gli assestò un pugno dritto nell’occhio.
Villesi gemette per il dolore prima di cadere rovinosamente a terra.
“Se ti provi a toccarla un’altra volta, giuro che faccio di te macinato per gli hamburger! Ho un cognato che giustappunto è macellaio ed è sempre a corto di carne fresca!” gli disse Rocco fissandolo dritto negli occhi.
“Bastardi! Io… io vi denuncio a tutti!” urlo loro Villesi. Una mano sull’occhio e l’altra sul labbro.
“Tu provaci Villesi poi però, comincia a guardarti alle spalle!” rispose Rocco fulminandolo con lo sguardo e avvicinandosi nuovamente a lui accennò un sorriso e allungando una mano verso di lui gli disse. “Vuoi… vuoi che dia un paio di punti a quel labbro?”
“Non ti provare a toccarmi!” gli urlò Villesi spaventato allontanando le sue mani da se.
“Come vuoi tu Villesi. Ti consiglio però, di andare in un altro pronto soccorso perché qui non credo che troverai qualcuno disposto ad occuparsi di quel brutto taglio che ti sei fatto sul labbro.” Gli disse Rocco e tornando a guardare Ester le disse. “Vieni… andiamo via… qui l’aria si è fatta un po’ troppo pesante per i miei gusti.”
Ester annuì e ritrovando il sorriso lo seguì, rassicurata dalla sua presenza.
Un paio d’ore più tardi, Villesi varcava la soglia del Morandini con un occhio nero, un paio di punti sul labbro ed una borsa a tracolla con dentro tutti i suoi effetti personali, sotto lo sguardo compiaciuto di Teresa, Rocco ed Ester. Marina li raggiunse proprio in quel momento con Alex che dormiva nel marsupio. Il sorriso sulle labbra nel vedere Villesi lasciare per sempre il pronto soccorso.
“Una zecca in meno, disse Fido soddisfatto con il suo osso in bocca!” esclamò Rocco sorridendo.
Teresa, Ester e Marina lo guardarono da prima confuse poi scoppiarono a ridere divertite da quella sua battuta ma soprattutto, felici della dipartita di Villesi.
Marina tornò a guardare Ester e accennando un sorriso le disse. “Luce dei miei occhi… che ne dici se adesso ce ne andiamo?”
Ester sorrise. “Si mia cara. Direi… che per oggi questo posto mi ha riservato anche troppe sorprese.” Rispose portandosi una mano sulla guancia ancora arrossata.
Marina la baciò teneramente sulle labbra e tornando a guardare Rocco e Teresa disse loro. “Bene ragazzi, noi ce ne andiamo.” e circondandole la vita con un braccio si allontanò con lei ed Alex.
“Grazie ancora Rocco!” gli disse Ester seguendo Marina.
“Sempre a disposizione!” rispose lui allargando le spalle con orgoglio.
“Sei stato davvero coraggioso!” gli disse Teresa.
“Gli uomini che mettono le mani addosso alle donne, non li sopporto proprio!” si limitò a rispondere lui serrando le mascelle al solo pensiero di cosa poteva fare Villesi ad Ester se lui non fosse intervenuto.
Una volta raggiunto il parcheggio, Marina sistemò Alex nel sedile posteriore e dopo averlo assicurato al seggiolino andò a sedersi sul sedile di guida ma invece di inserire la chiave nel quadro, prese la sua borsa. Tirò fuori una cartella e gliela appoggiò sulle gambe.
“Che cos’è?” le chiese Ester sorpresa.
“Il mio testamento.” Replicò Marina seria.
“Stai male?!” le chiese Ester preoccupata.
Marina scosse la testa. “No. Tranquilla. Mai stata meglio.” La rassicurò lei accennando un sorriso.
“E… e allora?” le chiese Ester sempre più confusa agitando la cartella davanti a lei.
“Amore… non bisogna mica essere in fin di vita, per decidere di fare un testamento.”
Ester annuì anche sé, per niente tranquillizzata da quelle sue parole.
“Il fatto è… che dopo la nascita di Alex ho cominciato a preoccuparmi per voi e per il vostro futuro nel caso in cui mi fosse successo qualcosa soprattutto, viste le vigenti leggi italiane e così, ho contattato il mio avvocato e gli ho chiesto di stilare questo testamento. Nel caso dovesse succedermi qualcosa, tutto quello che è già mio… l’appartamento, l’auto ed i soldi in banca e tutto quello di cui avrò diritto nel caso in cui morissero i miei genitori, spetterà di diritto a te e ad Alex.” Le spiegò Marina accennando un sorriso.
“Ti prego Marina, non dirlo nemmeno per scherzo!” esclamò Ester con gli occhi lucidi.
“Come diceva una volta una pubblicità, preferisco prevenire che curare.” Replicò Marina accarezzandole il volto e persa nei suoi occhi accennò un sorriso e aggiunse. “Comunque… per il momento, sia tu che Alex dovrete sopportarmi perché io ho intenzione di stare con voi ancora per molto, molto tempo.”
Ester sorrise tra le lacrime e prendendole il volto tra le mani, appoggiò le labbra tremanti sulle sue e la baciò teneramente. Ben presto però, i sui baci si fecero più decisi. Animati dal fuoco della passione e dal desiderio di averla.
Improvvisamente, Alex richiamò la loro attenzione borbottando qualcosa di incomprensibile.
Marina ed Ester smisero di baciarsi e voltandosi a guardarlo, sorrisero divertite.
“Hai ragione Alex… non è questo il posto per certe cose.” Gli disse Marina e sorridendo allungò una mano verso di lui per accarezzarlo.
“E’ meglio… è meglio che ce ne andiamo.” Le fece eco Ester sorridendo imbarazzata.
Marina allora, prese la chiave dell’auto. La inserì nel quadro e avviato il motore ingranò la marcia e si allontanò dal parcheggio diretta verso casa.
Capitolo 38
Qualche settimana più tardi.
L’appartamento si trovava avvolto nel silenzio. Le luci riflesse dai lampioni in strada filtravano attraverso le finestre creando un gioco di luci e ombre sulle pareti delle stanze. Marina e Ester dormivano profondamente, una tra le braccia dell’altra quando il silenzio venne interrotto dallo squillo del telefono.
Infastidita, Marina borbottò qualcosa di incomprensibile. Si staccò dall’abbraccio di Ester e allungando una mano verso il comodino lo tastò alla ricerca del telefono. Quando la sua mano si posò sul cordless, lo afferrò e portandoselo all’orecchio rispose. “Pronto?”
Dalla stanza accanto, si levarono le urla di Alex che aveva preso a piangere a squarcia gola.
“Aspetta papà…” Mormorò Marina sedendosi sul letto cercando nel frattempo di svegliarsi. Diede un occhiata alla radio sveglia. Le due di notte. Alex intanto, continuava a piangere nella sua stanza per niente intenzionato a tornare a dormire.
“Vado io da lui…” Le disse Ester svegliandosi a sua volta e alzandosi dal letto, afferrò la maglietta da terra. La scosse e dopo averla indossata lasciò la stanza ancora mezza addormentata.
Marina accese la lampada sul comodino. “Dimmi papà.” Continuò lei.
“Accidenti!” imprecò Ester dal corridoio dopo aver sbattuto il piede su un camioncino dei pompieri di Alex.
Marina accennò un sorriso poi tornando a suo padre, ascoltò quello che aveva da dirle. Improvvisamente il suo volto si fece pallido e cupo.
Ester fece ritorno nella stanza con Alex tra le braccia e nel vedere l’espressione seria sul volto di Marina non le ci volle molto a capire, che quella telefonata non portava alcuna buona notizia.
Marina aprì il cassetto del comodino. Prese un foglio ed una penna e cominciò a scrivere qualcosa.
Ester tornò sotto le lenzuola con Alex. Lo fece stendere sul letto tra lei e Marina e con le orecchie tese, lo cullò per farlo riaddormentare.
“Ho capito papà, dal martedì al sabato… telefonate consentite dalle 13 alle 16… si… 02 438521. Devo chiedere di qualcuno in particolare. Va bene. L’indirizzo?” chiese Marina. “Si. Piazza Filangieri 2, Milano. Ti faccio sapere qualcosa appena l’avrò vista.” gli disse Marina prima d’interrompere la comunicazione.
“Tutto al posto?” le chiese Ester mentre Marina riponeva il cordless sulla sua base.
Marina scosse la testa. “No. Affatto! Lucrezia è stata arrestata!” Rispose fissandola.
“Come… è stata arrestata?!” esclamò Ester incredula.
Marina annuì. “Si. Sembra… per spaccio di droga.”
Ester la guardò allibita. “E… e adesso dov’è?” le chiese cercando di riprendersi dallo shock.
“Nell’Istituto Casa Circondariale di Milano, San Vittore.” Rispose Marina leggendo il foglio che aveva in mano.
“E… e i tuoi dove sono?”
“Arriveranno domani in città.” Rispose Marina lo sguardo perso nel vuoto mentre il suo cervello cercava ancora di elaborare la notizia.
“Quando conti di andare da lei?” le chiese Ester.
Marina scosse la testa e tornando a guardarla rispose. “Domani mattina devo telefonare al carcere per farmi dare un appuntamento.”
Ester rimase a guardarla senza parole con Alex che nel frattempo si era addormentato tra le sue braccia. Ignaro del dramma che le aveva appena colpite.
“Sarà meglio tornare a dormire.” Le disse Marina lo sguardo fisso su Alex poi, spense la luce sul comodino, si strinse a Alex e Ester e provò a riprendere sonno ma senza riuscirci. Infatti, per tutta la notte il suo sguardo rimase a fissare il gioco di luci ed ombre sul soffitto ed il pensiero fisso su Lucrezia, rinchiusa in un carcere a pochi chilometri da lì ma allo stesso tempo così lontana da lei.
Capitolo 39
Il giorno dopo Marina ottenne un permesso per andare a visitare Lucrezia a San Vittore.
Una volta all’interno del carcere, le venne chiesto di lasciare tutti i suoi effetti personali ad una delle guardie di turno. Venne poi registrato il suo nome su un apposito registro accanto a quello della persona che era venuta a trovare e terminati i controlli di rito un’altra guardia l’affiancò per accompagnarla nella sala dei colloqui. Marina la seguì in silenzio attraverso dei lunghi corridoi separati tra loro da inferiate di metallo e proprio quando pensava di non arrivare più alla tanto agognata meta, la guardia si fermò davanti ad una porta di metallo che aprì con una delle chiavi che aveva nel mazzo e la fece entrare in una stanza.
Marina trovò l’arredamento di quel posto alquanto spartano. Una quindicina di tavolini con delle sedie intorno bloccati sul pavimento con delle viti e bulloni. Niente quadri alle pareti solo delle ampie finestre con le sbarre all’esterno a ricordare agli ospiti dove si trovavano nel caso se lo fossero dimenticato. Nella stanza c’erano alcune detenute in compagnia dei loro familiari ed un paio di bambini, che si guardavano intorno confusi, spaesati, proprio come si sentiva Marina in quel momento.
La guardia che l’aveva accompagnata le indicò un tavolino in attesa dell’arrivo di sua sorella. Marina la ringraziò e dopo averla salutata andò a sedersi dove le era stato indicato. Mentre aspettava tornò a fare una panoramica del posto e solo allora si rese conto, che alcune detenute si erano fissate a guardarla con una certa insistenza. Che la guardassero per semplice curiosità e a scanso d’equivoci, Marina preferì distogliere lo sguardo da loro.
Intanto, un paio di guardie carcerarie la osservavano a loro volta dalle due estremità della stanza. Una si trovava a guardia della porta dalla quale lei era appena entrata mentre l’altra a guardia della porta che si trovava davanti a lei e che intuì, doveva essere la porta dalla quale venivano fatte entrare le detenute. Marina deglutì nervosamente. Sempre più a disagio. Quel posto le faceva venire la pelle d’oca, figurarsi Lucrezia come doveva sentirsi, costretta a stare lì ventiquattrore su ventiquattro, abituata com’era ad avere di tutto e di più. La cosa che le era rimasta più impressa di quel posto però, era stato sentire quel continuò rumore metallico delle catene a cui erano stati assicurati i mazzi di chiavi delle guardie e le chiavi che stridevano nelle toppe dei vari cancelli che aveva dovuto superare prima di arrivare li. Si stava chiedendo come quelle donne riuscissero a fare un lavoro del genere quando sentì aprire la porta davanti a lei.
Istintivamente Marina si alzò dalla sedia. La guardia che si trovava davanti alla porta però, le fece cenno di tornare a sedersi. Marina le rivolse un occhiata contrariata prima di tornare a sedersi.
Un’altra guardia carceraria, fece entrare Lucrezia nella stanza. Marina stava per alzarsi nuovamente per andarle incontro quando la guardia di poco prima, la fulminò con lo sguardo. Marina serrò le mascelle indispettita e facendosi violenza tornò a sedersi sulla sedia.
Intanto, Lucrezia si muoveva a piccoli passi verso di lei. Lo sguardo fisso sul pavimento.
Marina la osservò con un nodo alla gola.
Lucrezia andò a sedersi sulla sedia all’altro capo del tavolino. Alzò lo sguardo su di lei e mormorò. “Ciao.”
Marina si sentì avvampare in un moto di rabbia nel vederle il volto pieno di lividi e contusioni. “Che ti è successo?!” le chiese afferrandola per il mento per controllare l’entità delle ferite.
“Mi sembra evidente!” rispose Lucrezia guardandosi intorno circospetta.
“E’… è stata la polizia?” le chiese Marina incredula. Il sangue che le bolliva nelle vene.
Lucrezia scosse la testa. “No.” rispose e avvicinandosi a lei le sussurrò. “Questo… è il benvenuto che mi hanno riservato alcune ragazze che si trovano qui.” Le confessò gli occhi che si facevano sempre più lucidi.
Marina si guardò intorno e quando il suo sguardo si fermò sulla guardia che si trovava ferma davanti alla porta le chiese. “E… e dove accidenti erano le guardie mentre quelle ti picchiavano?!”
Lucrezia si strinse nelle spalle.
“Ti hanno anche…?” provò a chiederle a denti stretti non riuscendo però a finire la frase.
“No. Non ancora ma… ma prevedo che molto presto mi faranno il servizio completo se non riesco ad uscire di qui al più presto!” Rispose Lucrezia guardandosi intorno terrorizzata. “Marina… devi assolutamente farmi uscire da questo posto!” la supplicò lei tornando a guardarla con le lacrime agli occhi.
“E’ quello che stiamo cercando di fare ma… ma sei stata fermata per spaccio di droga!”
“E che diamine! Avevo solo un paio di bustine di coca!” protestò Lucrezia.
“Evidentemente… erano abbastanza per arrestarti o adesso non ti troveresti qui!” le disse Marina per tutta risposta, fulminandola con lo sguardo.
“Era una semplice festa tra amici e si sa che in questi casi, se non ti porti qualcosa sei fuori dal giro, no?!”
“E’… è meglio Lucrezia… che tieni per te queste considerazioni personali! Non credo che al giudice farebbe piacere sentirti parlare così?!” rispose Marina sempre più contrariata.
Lucrezia non rispose.
“Dalle analisi che ti hanno fatto.” continuò Marina. “Sembra che ne facevi anche uso?!”
“Ehi… qualcuno doveva pur provarla prima di…” rispose Lucrezia sarcastica bloccandosi alla vista della sua espressione accigliata.
“Stai zitta Lucrezia o… o giuro che te le do anch’io di santa ragione!” le disse Marina a denti stretti. “E sai che ti dico… che vista la tua attitudine, forse dovresti rimanere qui dentro! Hai commesso un reato ed è giusto che tu paghi per quello che hai fatto!”
Lucrezia tornò a farsi seria.
“Sai… cosa ha detto l’avvocato di papà?” continuò Marina.
Lucrezia scosse la testa.
“Ha detto che… che potrebbero darti dai tre ai sei anni di carcere! E… e visto il tuo atteggiamento, prevedo già che te li daranno tutti e sei!”
Lucrezia la guardò terrorizzata. Le lacrime intanto che erano tornate a rigarle il volto. “Sei anni?!” esclamò sconvolta. “Io… io qui non ci resisterò sei giorni, figurarsi poi sei anni!”
Marina però continuò imperterrita. “Beh… però… se sopravvivi… uscirai giusto in tempo per vedere Alex andare a scuola.”
Lucrezia deglutì nervosamente. “Mi… mi dispiace Marina. Ti prometto che… che non lo faccio più ma… ma ti prego, aiutami ad uscire da qui!” la supplicò Lucrezia singhiozzando.
Marina rimase a fissarla per un po’ quando però, le lesse negli occhi che era davvero pentita di quello che aveva fatto, allungò una mano e appoggiandola sul dorso della sua le disse. “Lucrezia?”
Lucrezia annuì. Gli occhi rossi e pieni di lacrime.
“Per poterti aiutare… dovrai dimostrare al giudice che sei veramente pentita e che non farai mai più una cosa del genere.”
“Si!” rispose Lucrezia tirando su con il naso.
“Dovrai anche… disintossicarti.”
Lucrezia annuì. “E’… è da poco che la uso ma se riesci a farmi uscire di qui, sono pronta a disintossicarmi. Te lo prometto!”
“Non sono un avvocato Lucrezia quindi non posso dirti con esattezza quanto questo influenzerà la tua condanna definitiva ma… ma è probabile che dovrai comunque passare del tempo qui dentro.”
“No Marina… ti prego! Non voglio stare qui!” la supplicò Lucrezia stringendole la mano.
“Lucrezia?” le disse Marina fissandola negli occhi.
Lucrezia la guardò terrorizzata.
“Prendi un respiro profondo e cerca di calmarti!” le disse Marina.
Lucrezia fece come le aveva detto ma dovette prendere tre respiri profondi prima di riuscire a ritrovare un minimo di controllo.
Vedendo che si era calmata Marina continuò. “Cercheremo di tirarti fuori al più presto ma… è bene che tieni a mente anche questa possibilità, hai capito?!”
Lucrezia annuì con le lacrime agli occhi.
“Questo pomeriggio dobbiamo incontrarci con l’avvocato di papà e lui ci dirà se c’è un qualche modo per farti uscire da questo posto ma… nel frattempo però.”
“Si?”
“Fino a quando sarai qui, cerca di mantenere un basso profilo e soprattutto… tieni la bocca chiusa!”
Lucrezia la guardò confusa.
Marina scosse leggermente la testa e continuò. “Non sarebbe la prima volta che quello che ti esce da quella bocca, ti mette nei casini!”
Lucrezia la fulminò con lo sguardo.
Marina però continuò come se niente fosse. “Cerca anche… di non stare da sola e… e evita il gruppo di ragazze che ti ha picchiata.”
“E’… è quello che sto facendo ma mi tengono sempre sotto controllo.” le sussurrò Lucrezia. “E… e le guardie non stanno sempre a controllare quello che facciamo.” aggiunse guardandosi intorno circospetta.
“E… e allora… prova a fare amicizia con qualche altra detenuta. Qualcuna che abbia un certo potere sulle altre.” Provò a suggerirle Marina stringendosi nelle spalle sempre più preoccupata per lei.
“E quanto credi che mi costerà questo favore, eh? No Marina! Non ho alcuna intenzione di pagare con prestazioni sessuali, i favori di queste lesbi…” prima però di finire la frase si bloccò e arrossendo imbarazzata si affrettò a dirle. “Scusa. Io… io non…”
“Che ti avevo detto!” le disse Marina e preso un respiro profondo si calmò e aggiunse. “Io… io non conosco queste donne ma… ma secondo me e conoscendoti sono convinta che più che prestazioni sessuali da te stiano cercando di tapparti la bocca quindi, evita di fare battute o apprezzamenti sarcastici come al tuo solito e comprati la loro amicizia con altri mezzi che non siano il sesso. Sono certa che… che se sei riuscita a raggirare mamma e papà per tutti questi anni, riuscirai anche a trovare il modo di raggirare queste donne!”
Lucrezia la fulminò con lo sguardo poi però annuì. “Ci proverò ma… ma voi intanto, cercate di farmi uscire di qui!”
Marina annuì poi le chiese. “Hai bisogno di qual’cosa?”
“Si! Di ritrovare la mia libertà!” rispose Lucrezia guardandola dritta negli occhi.
Marina e Lucrezia rimasero ancora un po’ a parlare tra loro.
Lucrezia le chiese di Alex e di Ester. Marina le raccontò le ultime novità sul piano familiare e quando il tempo a loro disposizione terminò, si salutarono con un abbraccio.
Capitolo 40
Quello stesso pomeriggio, Marina ed i suoi genitori si ritrovarono nello studio legale dell’avvocato Guidoni per discutere il caso di Lucrezia.
“Ho parlato questa mattina con l’avvocato dell’accusa e visto che questo è il primo reato per Lucrezia è disposto a chiedere solo un anno e tre mesi di detenzione.” Disse loro con una certa soddisfazione.
“Un anno e tre mesi?!” esclamò Silvia Ranieri schioccata.
L’avvocato annuì sorpreso dalla sua inaspettata reazione.
“Ma… ma non è mai stata arrestata prima!” protestò Lorenzo Ranieri scioccato tanto quanto la moglie. “Questo è il suo primo reato e… e non è che abbia spacciato chili di eroina ma… solo poche dosi di cocaina!”
“Lo so signor Ranieri purtroppo però, l’avvocato mi ha fatto capire che le sue mani sono legate e che l’unica concessione che può fare è ridurle la pena fino ad un anno al massimo e sempre se Lucrezia acconsente di seguire un programma di disintossicazione che però… da quello che mi ha detto sua figlia.” disse loro tornando a guardare Marina. “Sembra sia disposta a seguire, non è vero?”
Marina annuì.
“Un anno però, è sempre troppo!” replicò Lorenzo Ranieri non riuscendo proprio a digerire quella notizia.
Silvia Ranieri e Marina annuirono d’accordo con lui.
L’avvocato Guidoni si lasciò andare ad un sospiro e scotendo la testa fece capire loro che meglio di così non poteva fare.
Marina ed i suoi genitori si guardarono sconsolati. L’idea che Lucrezia spendesse un anno della sua vita rinchiusa in un carcere li aveva lasciati senza parole e più preoccupati che mai per il suo futuro. Quali conseguenze avrebbe lasciato in Lucrezia quel periodo di detenzione? E se poi nella disperazione si fosse lasciata andare al degrado o peggio ancora, alla spirale di atti criminosi più seri e gravi di quello per cui era stata arrestata?
Marina tornò a guardare l’avvocato Guidoni e schiaritasi la voce gli disse. “Mentre venivo qui… stavo pensando ad una cosa.”
“Cosa?”
“Beh… visto che è chiaro a tutti che quello che ha fatto Lucrezia è stata soprattutto una bravata e dal momento che non è una criminale incallita e tantomeno un pericolo per la società mi chiedevo se… se non fosse possibile farle scontare l’anno di detenzione fuori dal carcere non so… facendole fare qualche attività socialmente utile?”
“Vuol dire… come avviene nel sistema americano?” le chiese lui sorpreso ma allo stesso tempo stuzzicato da quel suo suggerimento.
I suoi genitori la guardarono altrettanto sorpresi.
Marina annuì. “Si. Io per esempio, sarei disposta a prendermi la responsabilità di Lucrezia una volta uscita dal carcere. Posso seguirla durante il periodo della disintossicazione e accertarmi che non faccia mai più uso di stupefacenti e in questo modo… invece di tenerla rinchiusa per un anno in un carcere a non fare niente a spese dei contribuenti potrebbe usare il suo tempo facendo qualcosa di utile per la società e allo stesso tempo, proseguire con la sua vita. Tra l’altro, conoscendo mia sorella sono certa che… che dopo questa esperienza sarà molto più, ben disposta a darsi da fare per crearsi un futuro migliore mentre… lasciarla in carcere per un anno non sarebbe di utilità per nessuno. Nel suo caso specifico poi, sarebbe solo uno spreco di tempo e risorse di cui lo stato italiano potrebbe benissimo fare a meno visto poi, il periodo di crisi in cui ci troviamo per non parlare degli sprechi che stanno mettendo il paese in ginocchio.” Finì di dirgli Marina con enfasi.
L’avvocato Guidoni si fermò a riflettere sulla sua proposta.
“Potrebbe iscriversi ad un corso…” aggiunse Silvia Ranieri gli occhi che le brillavano eccitati.
“Oppure… potrebbe trovare un lavoro.” Le fece eco il marito annuendo.
“Si!” esclamò Silvia Ranieri d’accordo con lui. “Qualunque cosa… sarà sempre meglio del carcere!”
L’avvocato Guidoni annuì. “Potrei provare a proporre la cosa all’avvocato dell’accusa evidenziandogli i lati positivi della proposta.” Mormorò dando voce ai suoi pensieri. “In effetti… tenere Lucrezia in carcere per un anno non sarebbe di utilità a nessuno ma… inserendola in un programma di lavoro socialmente utile, pagherebbe il suo debito con la giustizia in maniera costruttiva per se e per la comunità.” Disse loro sempre più infervorato.
“Crede che sia possibile?” gli chiese Marina guardarlo un po’ sorpresa ma allo stesso tempo divertita da lui. Le sembrava, un bambino in un negozio di dolci.
Lui annuì. “In Italia non è la normale procedura ma… ma si, si potrebbe tentare. Ci lamentiamo così tanto del sovraffollamento delle carceri e… e questo potrebbe essere un ottimo modo per cominciare a risolvere il problema soprattutto, per quanto riguarda detenuti accusati di reati minori come quello di sua sorella e di cui sappiamo già che si è pentita.”
Marina ed i suoi genitori si guardarono rincuorati pur non avendo la certezza che in quel modo sarebbero riusciti a far uscire Lucrezia dal carcere ma se non altro, adesso avevano una speranza in più di poterla tirare fuori.
L’avvocato Guidoni scatto a sedere sulla sedia e accennando un sorriso eccitato disse loro. “Domani mattina contatterò l’avvocato dell’accusa per presentagli questa proposta e se tutto va bene… entro la tarda mattinata vi farò sapere com’è andata!”
Marina ed i suoi genitori annuirono ritrovando il sorriso. Galvanizzati tanto quanto lui da quella nuova possibilità.
Marina ed i suoi genitori, rimasero ancora un po’ nell’ufficio dell’avocato Guidoni per definire i particolari della proposta e dopo averlo ringraziato lasciarono il suo ufficio.
Lorenzo e Silvia invitarono Marina ed il resto della famiglia a cenare fuori Marina però, non sentendosela di festeggiare una vittoria non ancora conquistata propose loro una tranquilla serata a casa con Ester ed Alex. I genitori furono più che felici di accettare il suo invito.
Marina e sua madre si occuparono di preparare la cena e di apparecchiare la tavola in terrazza mentre Lorenzo Ranieri giocava con Alex in salotto. Ester invece, rientrò a casa dal lavoro giusto in tempo per farsi una doccia, cambiarsi e unirsi a loro e mentre cenavano Marina ed i suoi genitori, le fecero un resoconto delle ultime novità sul caso di Lucrezia.
Capitolo 41
Una decina di giorni più tardi, Marina andò a prendere Lucrezia all’uscita dal San Vittore.
Il giudice a cui era stato assegnato il suo caso infatti, aveva accolto favorevolmente la proposta dei due avvocati dell’accusa e della difesa decidendo di mettere alla prova la giovane condannata a condizione che si disintossicasse e non commettesse più lo stesso reato. In caso contrario, se Lucrezia fosse stata fermata nuovamente in possesso di stupefacenti, sia per uso personale o spaccio, avrebbe dovuto scontare il resto della pena in carcere.
Il volto di Marina si illuminò nel vederla oltrepassare la soglia del carcere. Le andò incontro e dopo averla baciata su una guancia le disse. “Finalmente!”
Lucrezia accennò un sorriso imbarazzato. “Grazie.” Rispose lei arrossendo imbarazzata.
“Lascia che ti dia una mano.” Le disse Marina prendendole il borsone di mano.
Lucrezia lasciò la presa dal borsone poi alzò lo sguardo sopra di se e si fermò ad ammirare l’azzurro del cielo. “Non mi sembra vero, che siate riusciti a farmi uscire!” esclamò tornando a guardarla.
Marina annuì. “Si ma adesso… dipende da te fare in modo di rimanere fuori.” Le disse lei tornando a farsi seria.
“Lo so.” Rispose Lucrezia annuendo. “Tranquilla Marina… non ho alcuna intenzione di fare lo stesso errore.” La rassicurò lei guardandola negli occhi.
“Lo spero tanto. Soprattutto per te.”
Lucrezia si lasciò andare ad un sospiro poi accennando un sorriso le disse. “Stavo pensando… ti ricordi di quando eravamo piccole e giocavamo a Monopoli?”
Marina annuì guardandola un pò confusa.
“Beh… mi sembra di aver pescato la carta che diceva, con questa carta puoi uscire di prigione. Te la ricordi?”
Marina annuì poi però aggiunse. “Si ma se non ricordo male, c’era anche un’altra carta che diceva, vai dritta in prigione senza passare dal via!”
Lucrezia annuì. “Già! Dio come odiavo quella carta!” le confessò lei accennando un sorriso.
“Lo so…” mormorò Marina e ritrovando il sorriso aggiunse. “E la mamma… per non farti alzare dal tavolino e abbandonare il gioco, ti passava di nascosto i soldi che ti sarebbero spettati se fossi passata dal via.”
“E… e tu come fai a saperlo?” le chiese Lucrezia guardandola sorpresa.
“Veramente… lo sapevamo tutti, anche papà.” Le confessò Marina sorridendo sempre divertita.
“E… e perché non avete mai detto niente?”
“E rischiare così, di farti interrompere il gioco, proprio quando io o papà, stavamo vincendo?!”
Lucrezia scosse la testa incredula.
“Vieni… andiamo alla macchina.” Le disse Marina facendole strada.
“La mamma ha detto che dovrò stare da te… sai mica per quanto tempo?” le chiese Lucrezia seguendola.
Marina si strinse nelle spalle. “Pensavo… fino a quando non decidiamo insieme, che puoi tornare a vivere da sola nel tuo appartamento.” Rispose lei tornando a guardarla.
“Mi sembra giusto.” replicò Lucrezia accennando un sorriso. “E… e allora… ti faccio un regalo!” le disse il volto illuminato in un ampio sorriso.
Marina la guardò confusa.
“Questa sera… mi offro volontaria per fare da baby sitter ad Alex mentre tu… tu porti Ester fuori per una cena romantica. Solo voi due. Che ne dici?”
“Mm…” mormorò Marina stuzzicata dalla sua proposta poi però, tornando a farsi sera le disse. “Purtroppo… questa sera sono di turno al pronto soccorso fino a domani mattina ma… se la proposta si estende fino a domani sera, sarei molto felice di accettarla.”
Lucrezia sorrise. “Certo che si estende fino a domani sera e anche al giorno dopo e a quello dopo ancora visto che dovrò stare da voi per un bel po’ di tempo.” Rispose lei sorridendo sempre più divertita.
Marina allungò la mano verso di lei e sorridendo le disse. “Affare fatto!”
Lucrezia le strinse la mano e sorrise altrettanto divertita.
“Bene.” Mormorò Marina e tornando a farsi seria continuò. “Adesso però, dobbiamo parlare di cose meno piacevoli.”
“Spara!”
“Per quanto riguarda i controlli settimanali delle urine, ti ho messo in lista al Morandini. A casa ho la lista delle date e degli orari in cui dovrai presentarti per i prelievi.”
“Va bene.”
“L’avvocato invece, mi ha dato l’indirizzo del centro nel quale dovrai presentarti tutti i giorni.”
“Che centro è?” le chiese Lucrezia.
“Da quello che ho capito, si occupa di donne maltrattate.”
“Oh…” mormorò Lucrezia sorpresa.
“Il nome della tua referente non lo ricordo ma… è scritto nel foglio insieme all’indirizzo.”
Lucrezia annuì.
“Hai anche pensato… a cosa vuoi fare oltre a questo?” le chiese Marina tornando a guardarla con una certa apprensione.
“Vuoi dire… per me stessa?”
Marina annuì.
“Beh… mentre ero in carcere, ho avuto molto tempo per pensare e… e ho anche dato un occhiata ai depliant dei corsi che cerano a disposizione e così, stavo pensando d’iscrivermi ad un corso di pittura.”
“In effetti sei sempre stata molto portata per il disegno e la pittura ma… ma sei certa che ti darà da mangiare?”
“No Marina non credo ed è per questo che ho deciso anche di iscrivermi ad un corso di graphic design.” Rispose Lucrezia. “Con il computer me la cavo abbastanza bene ed il lavoro è pagato abbastanza bene per non parlare poi della grande richiesta che c’è di graphic designer.”
“Non ti sembra di mettere troppa carne al fuoco?” le chiese Marina un po’ perplessa.
“No Marina.” rispose Lucrezia scotendo la testa. “Ho già perso anche troppo tempo della mia vita collezionando fallimenti su fallimenti e sinceramente, sono stanca della vecchia Lucrezia! Ho voglia di ricreare una nuova me stessa e comunque, voglio provarci tanto… peggio di così non mi può andare, no?!” le disse voltandosi per guardare le mura del carcere.
Marina si voltò a sua volta e annuì pensando tra se che il futuro era un incognita per tutti ma soprattutto per sua sorella. L’unica cosa però di cui Marina era certa in quel momento, era che lei le sarebbe sempre stata vicina per aiutarla a rialzarsi ogni qualvolta fosse caduta.
Lucrezia tornò a guardarla con gli occhi lucidi poi le chiese. “Credi che ce la farò?”
Marina la guardò con gli occhi altrettanto lucidi e lasciandosi andare ad un sospiro le disse. “Non lo so. So solo che… che voglio che tu sia felice.” Si limitò a risponderle lei.
Lucrezia accennò un sorriso e con le lacrime agli occhi le gettò le braccia intorno al collo.
Marina allora, lasciò cadere il borsone a terra e la strinse forte a se.
“Grazie.” Le sussurrò Lucrezia all’orecchio.
Marina tornò a guardarla e prendendole il volto tra le mani la baciò dolcemente sulla fronte.
Lucrezia sorrise poi le disse. “Sarà meglio andare… prima che qualcuno pensi che siamo amanti.”
Marina ricambiò il suo sorriso e rispose. “Che non sia mai detto! Te lo immagini papà?!” scherzò lei sorridendo sempre più divertita.
Il tempo di sistemare il borsone di Lucrezia sui sedili posteriori dell’auto e si allontanarono dirette verso casa.
Capitolo 42
Qualche tempo più tardi.
La giornata al pronto soccorso era stata particolarmente stressante sia per Marina che per Ester. Le ambulanze non avevano fatto che portare feriti uno dietro l’altro per non parlare poi delle persone che si erano presentate da sole con varie patologie più e meno gravi. Pur essendo molto impegnata con il loro lavoro però, Marina non poté fare a meno di notare che Ester era particolarmente pensierosa, come se qualcosa la preoccupasse e così quando la situazione al pronto soccorso si fece un po’ più tranquilla, Marina la invitò a mangiare un tramezzino nel suo studio. Apparecchiò la scrivania alla meglio peggio con un paio di bicchierini di plastica, una bottiglietta d’acqua, un paio di tramezzini ed alcune salviette e attese il suo arrivo.
“Wow! Che giornata!” esclamò Ester entrando nello studio.
“Se vuoi… dopo pranzo posso farti un massaggio.” Le propose Marina accennando un sorriso.
Ester andò a sedersi sulla sedia davanti a le e ammiccando un sorriso stuzzicata da quella sua proposta rispose. “Perché no?! Se il lavoro ce lo permette… non mi dispiacerebbe.”
Marina annuì. Le verso un po’ d’acqua nel bicchiere. Ne versò un po’ anche nel suo e richiusa la bottiglia l’appoggiò sul tavolino. Prese i due tramezzini e mostrandoglieli le chiese. “Tonno e maionese o uova, insalata e maionese.”
“Tonno.” Rispose Ester.
Marina le passò il tramezzino al tonno e tornando a sedersi, aprì la confezione del suo tramezzino e con lo sguardo fisso su Ester cominciò a mangiarlo.
Ester mandò giù un paio di bocconi del suo tramezzino poi notando il suo sguardo fisso su di se le chiese. “Che c’è?”
Marina si strinse nelle spalle. “Non lo so… dimmelo tu?” le chiese lei seria.
Ester si strinse nelle spalle. “Non so proprio di cosa tu stia parlando.” Rispose guardandola sempre più confusa.
“Ho notato…” continuò Marina. “Che ultimamente sei… come dire… un po’ pensierosa… con la testa da tutt’altra parte.”
“Ah… quello? No… non è niente.” Si limitò a risponderle Ester distogliendo lo sguardo da lei visibilmente imbarazzata.
“Ti va di parlarne?” insistette Marina.
“E’… è una sciocchezza.” mormorò lei scotendo leggermente la testa sempre più imbarazzata.
“E’… è per via di Lucrezia?” provò a chiederle Marina.
Ester scosse la testa. “Oh… no… non ha niente a che vedere con lei.”
“E allora… di che si tratta?”
Ester si lasciò andare ad un sospiro e alzando lo sguardo su di lei arrossì imbarazzata. “Il fatto è che… cioè… mi sono ritrovata a pensare che mi piacerebbe avere un figlio.”
Marina rimase a guardarla a bocca aperta per la sorpresa.
“Te l’ho detto che era una sciocchezza!” si affrettò a dirle Ester arrossendo sempre più imbarazzata.
Marina appoggiò il tramezzino sulla scrivania. Si alzò dalla sedia e con il sorriso sulle labbra la raggiunse e fermandosi davanti a lei si inginocchiò e prendendole le mani le disse. “No Ester… non è una sciocchezza.” Mormorò lei e le chiese. “E’… è da molto che ci stai pensando?”
“Un po’.” Le confessò Ester stringendosi nelle spalle imbarazzata.
“E perché non volevi dirmelo?”
“Non ero certa che… che anche tu volessi un altro bambino e così, ho preferito tenere la cosa per me.”
“Ester?”
“Mm?” mormorò lei tornando a guardarla negli occhi.
“Sarei davvero molto felice di avere un altro bambino con te!” le disse Marina persa nei suoi occhi.
“Davvero? Non lo dici solo… solo per farmi contenta?”
Marina scosse la testa e sorridendo rispose. “No Ester. Se tu ti senti pronta a provare le gioie della maternità, non posso che esserne felice.” Le confessò Marina elettrizzata all’idea di avere un altro bambino.
Ester annuì poi però tornò a farsi seria e le disse. “Devo confessarti però che ho un po’ di paura.”
“Non ce né motivo Ester. Hai davanti a te, un’esperta di materia quindi non hai niente da temere.” Scherzò lei sorridendo divertita. “Posso assicurarti che avere un bambino è la cosa più bella che si possa provare nella vita e a parte qualche dolore durante il parto, per il resto è un esperienza da provare.”
Ester annuì rincuorata dalle sue parole.
Marina si allungò verso di lei e appoggiando le labbra sulle sue la baciò con trasporto.
“Dove vorresti andare per l’inseminazione?” le chiese Marina tornando a guardarla sempre più eccitata.
Ester si strinse nelle spalle. “Veramente… ancora non ci ho pensato?”
“E se… se andassimo in Spagna? Potremmo prendere dei giorni di ferie ed unire l’utile al dilettevole, che ne dici?” le propose Marina.
“Dove in Spagna?”
“Che ne dici di Barcellona?”
“Non ci sono mai stata.” Rispose Ester stringendosi nelle spalle.
“Perfetto! Sono certa che ti piacerà.”
“E allora… che Barcellona sia!” esclamò Ester sorridendo eccitata e prendendole il volto tra le mani la baciò.
Capitolo 43
Una settimana più tardi. Dietro al banco dell’accettazione. Teresa ed Ester stavano parlando tra loro.
“Allora? Quando pensate di partire?” le chiese Teresa.
“Dopodomani.” Rispose Ester soprapensiero.
“E portate con voi anche Alex?”
“Si. Sarà il suo primo viaggio fuori dall’Italia.” Rispose Ester accennando un sorriso.
“A quest’età però, non credo che si ricorderà molto della Spagna.”
“E’ probabile.” Mormorò Ester.
“E… e avete già trovato la clinica per l’inseminazione?”
“Si. Abbiamo già fissato l’appuntamento per mercoledì.”
“Speriamo che questa sia meglio di quella inglese.” Le disse Teresa.
Ester la guardò confusa.
“Beh… dopo il casino che hanno combinato con Alex.”
Ester però la guardò sempre più confusa.
“Voglio dire… saranno anche innovativi e moderni questi inglesi ma… potevano anche darvi un donatore che si avvicinasse un po’ di più ad un europeo, no? Metti poi che sbagliavano di nuovo e questa volta vi davano lo sperma di un cinese. Te lo immagini?” Le disse Teresa scotendo la testa contrariata. “Queste cose possono andare bene per una pubblicità della Benetton ma non nella vita reale, non credi?”
Ester arrossì imbarazzata non sapendo che rispondere.
“Sai… io non ci ho mai creduto alle voci che giravano al pronto soccorso che dicevano che avevate richiesto un donatore di colore.” Aggiunse Teresa non rendendosi conto però dell’imbarazzo di Ester.
“Devo… devo andare!” le disse Ester sempre più a disagio.
“Dove?” le chiese Teresa sorpresa.
“Ho… ho dimenticato di controllare un paziente.” Mentì Ester uscendo da dietro il banco dell’accettazione.
“Ester?” la richiamò Teresa.
“Si?” rispose lei tornare a guardarla.
“Pensi di vedere la Ranieri?” le chiese.
“Non lo so perché?”
“E’ arrivata questa per lei.” rispose Teresa mostrandole una lettera.
“Che cos’è?” le chiese Ester tornando da lei.
“E che ne so. Io mica m’impiccio?!”
Ester accennò un sorriso poi, prese la busta e se la mise in tasca.
“Viene dal ministero della salute.” aggiunse Teresa ammiccando un sorriso.
E meno male che non t’impicciavi, pensò Ester tra se scotendo leggermente la testa.
“Che sia un’offerta di lavoro?” provò a chiederle Teresa sempre più incuriosita.
“Non credo.” Rispose Ester. “Marina non mi ha detto niente a riguardo.” Mormorò poi però, tornando a farsi seria recuperò la busta dalla tasca e si fermò a fissarla perplessa.
“Beh… non mi sorprenderebbe se una pediatra brava come la Ranieri, ricevesse delle offerte di lavoro da altri ospedali della città.” Continuò Teresa, lo sguardo fisso sulla busta come un aquila pronta a gettarsi in picchiata sulla preda.
Ester tornò a guardarla sorpresa poi rimise la busta nella tasca e dopo averla salutata se ne andò. Il pensiero che Marina avesse ricevuto una nuova offerta di lavoro mise Ester in un tale stato d’apprensione che decise di portarle subito la lettera. Una volta arrivata davanti al suo studio però, vide che stava parlando con una ragazzina sui tredici anni mentre la madre o quella che lei pensava fosse la madre, si trovava seduta su una sedia fuori dalla stanza.
Ester la salutò poi le chiese. “Tutto bene?”
“Si. Grazie.” Rispose la donna.
In quel momento, due poliziotti in divisa si fermarono davanti a loro.
“Stiamo cercando lo studio della dottoressa Ranieri.” chiese uno di loro a Ester.
Ester e la donna si guardarono sorprese poi Ester tornò a guardare il giovane agente e rispose. “E’ questo.” Gli disse indicandogli la porta davanti a loro.
Il poliziotto la ringraziò e seguito dal collega raggiunse la porta e bussò.
“Avanti!” rispose Marina.
Ester e la donna si scambiarono un’altra occhiata sempre più preoccupate.
I due agenti di polizia entrarono nello studio di Marina.
Salutati i due agenti, Marina fece capolino sulla porta dello studio e sorpresa di trovarla lì le disse. “Ciao… avevi bisogno di me?” le chiese.
Ester scosse la testa. “No. Non è niente di urgente.” Rispose riponendo la lettera nella tasca.
“Se mi dai un minuto sono da te.” Le disse Marina accennando un sorriso.
Ester annuì.
“Signora Giovannini?”
“Si dottoressa?”
“Venga… ho bisogno di parlare con lei.” le disse Marina indicandole il suo studio.
La donna la guardò preoccupata e dopo aver salutato Ester la seguì all’interno.
Ester rimase a guardare da fuori quello che succedeva all’interno della stanza. Vide Marina presentare i due agenti di polizia alla donna e dire loro qualcosa, il suo sguardo intanto era fisso sulla giovane ragazza seduta sulla sedia. Improvvisamente, la donna scoppiò a piangere. Marina le passò la confezione di fazzoletti di carta.
Nel frattempo, uno dei due agenti trascriveva su un piccolo block notes tutto quello che Marina e la giovane ragazza gli dicevano mentre il collega, le ascoltava sempre più accigliato. Lo sguardo che passava da una all’altra.
Terminato il loro incontro, Marina accompagnò tutti fuori dallo studio e dopo averli salutati tornò a guardare Ester e le disse. “Vieni.”
“Che è successo?” le chiese Ester seguendola nello studio.
Marina andò a sedersi dietro alla sua scrivania e tornando a guardarla rispose. “Ho trovato diversi ematomi sul corpo di Irene, la ragazza che era qui?” Le disse lei.
“E’ stata la madre a farglieli?” le chiese Ester.
“E’ quello che ho pensato inizialmente poi però, ho chiesto alla donna di lasciarmi da sola con sua figlia e allora… mi ha raccontato che da qualche mese, alcuni compagni di classe l’hanno presa di mira con atti di bullismo. Fisici e psicologici.”
“Povera ragazza.” Mormorò Ester. “E’ assurdo che dei coetanei possano essere tanto crudeli, come se a quell’età una giovane non avesse già abbastanza problemi per conto suo!” le disse indignata. “E… e ora, che cosa succederà?” le chiese tornando a guardarla.
“La madre, ha deciso di denunciare i responsabili. Ci penserà la polizia a trovarli e ad occuparsi di loro.”
“Speriamo che gli facciano una bella lavata di testa.”
Marina annuì e cambiando argomento le chiese. “Ma dimmi… è successo qualcosa?”
Ester la guardò da prima confusa poi però ricordandosi della lettera che aveva in tasca la prese e passandogliela le disse. “Teresa mi ha dato questa per te.”
Marina prese la busta e dopo averla aperta si fermò a leggere la lettera che l’accompagnava.
Ester rimase a guardarla in silenzio. Il cuore intanto, aveva preso a batterle nel petto a ritmi incalzanti.
Marina finì di leggere il contenuto della lettera e dopo averla riposta all’interno della busta l’appoggiò sulla scrivania.
Ester aspettò con il fiato sospeso che lei le dicesse qualcosa quando però, Marina rimase in silenzio le chiese. “Buone notizie?”
Marina scosse leggermente la testa. “Un invito a Roma per un convegno di pediatri.”
“Oh…” mormorò Ester ritrovando il sorriso. “E… e pensi di andarci?”
Marina si strinse nelle spalle. “Ci sono un paio di relatori che mi piacerebbe andare ad ascoltare ma… è subito dopo il nostro viaggio a Barcellona e… e non so se Danieli mi concederà altri due giorni di ferie per andare anche lì.”
“Beh… tu prova a chiederglieli, chissà che non te li dia?”
“In effetti…” mormorò Marina ritrovando il sorriso. “Non mi costa niente provare a chiederglieli.”
“Bene. Io il mio dovere l’ho fatto!” le disse Ester alzandosi dalla sedia con il sorriso sulle labbra.
“Te ne vai di già?!” le chiese Marina sorpresa.
“Si mia cara… il dovere mi chiama!” rispose Ester e raggiungendola dietro la scrivania la baciò sulle labbra e le disse. “Ci vediamo dopo.”
Marina si lasciò andare ad un sospiro poi le disse. “Va bene ma… non farmi aspettare troppo!”
“Vedi di spengere quei bollenti spiriti mia cara.” Rispose Ester sorridendo divertita e allontanandosi aggiunse. “Mancano ancora cinque ore prima della fine del turno.”
“Non me lo ricordare!” esclamò Marina tornando a farsi seria.
Ester raggiunse la porta e dopo averla salutata con il sorriso sulle labbra se ne andò.
Capitolo 44
Preparate le loro valigie Marina, Ester ed Alex partirono per Barcellona.
Una volta arrivate al loro hotel, contattarono la clinica dell’inseminazione artificiale per confermare il loro appuntamento. In attesa del giorno fissato per la loro procedura, Marina e Ester si concessero un breve periodo di vacanza come delle normali turiste e visto che per Marina non era la prima volta che visitava Barcellona, fu più che felice di fare loro da cicerone. La mattina li accompagnava in giro per la città mostrando loro le bellezze del posto. I pomeriggi invece, li trascorrevano poltrendo e riposandosi in una spiaggia che si trovava a poca distanza dal loro hotel. La sera invece, dopo aver cenato in qualche ristorante tipico si concedevano delle tranquille passeggiate tra le vie del centro, affollate di turisti come loro provenienti da ogni parte del mondo. Ester s’innamorò fin da subito della città arrivando a consumare decine di rullini fotografici per immortalare i luoghi che visitavano di volta in volta. Marina le fece anche conoscere la cucina spagnola. I piatti italiani infatti, erano stati banditi dal loro menù per tutto il tempo del loro soggiorno a Barcellona. Ester però, si era talmente innamorata della cucina spagnola che non ebbe modo di sentire la mancanza di quella italiana e quando arrivò il giorno dell’inseminazione artificiale, eccitate come non mai, si recarono alla clinica dove Ester ricevette lo sperma del donatore anonimo che avevano scelto tra i tanti a loro disposizione. La procedura fu rapida ed indolore e nel giro di qualche giorno, avrebbero saputo se Ester era rimasta incinta oppure no. Marina, Ester ed Alex si concessero qualche altro giorno da turisti prima di fare ritorno in Italia.
Qualche giorno dopo il loro rientro in Italia. In un momento di particolare calma al pronto soccorso, Ester ne approfittò per mostrare a Teresa le fotografie del loro viaggio a Barcellona.
“Io sono stata a Madrid e mi è piaciuta molto ma anche Barcellona non sembra poi così male.” Le disse Teresa ammirando le fotografie che lei le passava.
“E’ una città da sogno Teresa.” Rispose Ester gli occhi che le brillavano eccitati. “Perché non chiedi ad Alfredo di portatici sono certa, che piacerebbe ad entrambi.”
“Ma se nemmeno mi accompagna a fare la spesa al supermercato, figurati se mi porta fino a Barcellona?!”
“E allora… vacci tu in vacanza con i bambini?”
“Mm… sai che non mi dispiacerebbe ma… i prezzi come sono?”
“Puoi trovare delle pensioni decenti a poco prezzo e una volta lì, dipende da dove vai comunque, in linea di massima a me non è sembrata una città molto cara. Tra l’altro non devi nemmeno preoccuparti del cambio visto che anche lì hanno l’euro.”
“Ester.. Ester… mi stai facendo venire una gran voglia di fare le valige e partire! Guarda poi… con che bella abbronzatura sei tornata.” Le disse avvicinando il pallido braccio al suo.
Ester sorrise.
“A proposito… si sa se è andato tutto bene? Voglio dire se sei…?” le chiese Teresa tornando a farsi seria.
“Incinta?”
Teresa annuì.
“Si. Sono incinta.” Rispose Ester illuminandosi in un ampio sorriso, portandosi istintivamente la mano sul ventre.
“Sono così felice per te!” le disse Teresa abbracciandola. “Chissà come deve essere felice tuo padre?”
“Oh… si, da quando gliel’ho detto non sta più nella pelle.”
“E… e cosa speri che sia?”
“Una femmina ma… non dirlo a mio padre. Lui infatti, vorrebbe un altro maschietto.”
“E che diamine… un altro?! Non starà mica pensando di formare una nuova squadra di calcio?!”
Ester sorrise divertita.
“E la Ranieri… dov’è? Mi aspettavo di vederla qui con te?” le chiese Teresa tornando a farsi seria.
“E’ a Roma per una conferenza di due giorni sulla pediatria.”
“Oh… Roma… altra bellissima città!” esclamò Teresa lasciandosi andare ad un sospiro.
Ester annuì d’accordo con lei poi cambiando argomento le chiese. “Non sai mica… quanto tempo manca ancora alla moglie di Rocco?”
“Un mese circa.” Rispose Teresa. “Pensa… che hanno anche già scelto il nome.”
“Davvero?”
“Si. Anastasia!”
“Mm… mi piace.” Mormorò Ester annuendo.
“E tu… hai già scelto il nome?”
“Non ti sembra un po’ presto Teresa? Non sappiamo nemmeno, se sarà un maschio o una femmina?” rispose Ester sorridendo divertita.
“E’ solo che… che la pazienza non è mai stata il mio forte.” Le disse lei ricambiando il suo sorriso.
Intanto a Roma, finita la prima parte della conferenza Marina stava avviandosi verso l’uscita dell’auditorium per andare a prendere una boccata d’aria quando si sentì chiamare.
“Marina?!”
Marina si voltò sorpresa per vedere chi era.
“Ciao!” la salutò Vera andandole incontro. “Mi sembrava di averti riconosciuta ma… non ero certa che fossi tu.”
“Ciao Vera. Non sapevo che anche tu fossi qui.” La salutò Marina sempre più sorpresa.
“Si. Sei sola?” le chiese Vera.
“Si. Ester è rimasta a Milano con il bambino.”
“Ah… già… ho saputo. Congratulazioni.” Le disse Vera tornando a farsi seria.
“Grazie.”
“Sono molto felice per te. Hai sempre voluto avere dei bambini e a quanto pare sei riuscita a coronare questo tuo sogno.” le disse Vera accennando un sorriso.
“Già.” Si limitò a risponderle Marina.
“Interessante la conferenza non è vero?”
“Si. Adoro Salvadori. Ogni volta che parla, pendo letteralmente dalle sue labbra.”
“E’ proprio un grande ma dimmi… pensi di rimanere per entrambi i giorni della conferenza?”
“Si.”
“Anch’io!” le disse Vera illuminandosi in un ampio sorriso. “E… e in quale albergo sei?”
“Il Martini.”
“No? Anche tu? Anch’io!” le disse Vera eccitata.
“Oh…” mormorò Marina per niente felice della notizia.
“Che ne dici di cenare insieme… una volta finita la conferenza? Conosco un piccolo ristorante molto carino vicino a fontana di Trevi.”
Marina allora, si fermò a riflettere sulla sua proposta.
“Tranquilla… è solo una cena almeno che tu non voglia farla diventare qualcos’altro?” le disse Vera ammiccando un sorriso e divertita dalla sua espressione preoccupata aggiunse. “E dai Marina… è solo una cena! Non sarai mica diventata anoressica tutt’insieme, no? Anche tu mangerai di tanto in tanto?”
“Si… certo.” Rispose lei arrossendo imbarazzata.
“E allora… vieni e basta! Così mi racconterai le ultime novità. E’ una vita che non ci vediamo!”
“Va bene.” Rispose Marina lasciandosi andare ad un sospiro pensando tra se, che non c’era niente di male a cenare con lei.
In quel momento, una giovane ragazza le raggiunse per informarle che la conferenza sarebbe ripresa da lì a dieci minuti. Marina e Vera la ringraziarono e unendosi agli altri si avviarono verso l’auditorium.
Capitolo 45
A Roma quella sera stessa mentre cenavano in un ristorantino del centro Marina venne a sapere da Vera che dall’ultima volta che si erano viste al Morandini lei aveva avuto un paio di relazioni con altre donne ma che solo ultimamente aveva trovato una dentista con la quale stava provando ad instaurare una relazione più seria e duratura. Marina fu molto felice per lei nonché sollevata nel saperla impegnata con qualcuno.
Dopo cena lasciarono il ristorante e si concessero una passeggiata tra le vie del centro storico e Marina ne approfittò per parlarle del viaggio a Barcellona, dell’inseminazione di Ester e della gioia che provava al pensiero di avere un altro figlio. Le raccontò anche di Lucrezia e del periodo di particolare crisi in cui si era ritrovata quando era stata arrestata e di come si stava riprendendo grazie al lavoro che svolgeva con le donne del centro a cui era stata assegnata e dei corsi di pittura e graphic design che frequentava e grazie ai quali aveva trovato il modo di esprimersi in maniera costruttiva. Le parlò poi del ritrovato rapporto con suo padre e della gioia che provava ogni volta che lo vedeva interagire con Alex e Ester.
Intorno a mezzanotte, stanche del viaggio e della giornata appena trascorsa, fermarono un taxi che le riportò al loro hotel. Vera l’accompagnò alla porta della sua stanza.
“Grazie Vera per la piacevole serata.” Le disse Marina. La chiave della stanza in mano.
Vera le sorrise poi guardandola dritta negli occhi si protese verso di lei e la baciò sulle labbra.
“No Vera!” le disse Marina allontanandola da se.
“Tranquilla Marina… non lo saprà nessuno. Solo per questa notte.” Le disse appoggiandole la mano sul seno.
Marina le prese il polso e allontanandole la mano dal seno rispose. “Lo sapremmo noi!”
“Hai ragione Marina ma se ci pensi bene… il nostro non sarebbe nemmeno un vero tradimento visto che siamo già state insieme.” Insistette Vera e protendendosi nuovamente verso di lei la baciò sul collo.
“No Vera!” le disse Marina allontanandola nuovamente da se e irritata da quel suo inaspettato comportamento le diede le spalle. Inserì la chiave nella porta e tornando a guardarla le disse. “Buona notte!”
E prima che Vera avesse il tempo di replicare, Marina entrò nella sua stanza, chiudendosi la porta alle spalle.
“Cacasotto!” le urlò Vera battendo con forza la mano sulla porta poi prese un respiro profondo per calmarsi e frustrata se ne andò per fare ritorno nella sua stanza.
La mattina seguente, Marina stava ancora dormendo profondamente quando sentì squillare il telefono. Infastidita allungò la mano verso il comodino e seguendo il suono degli squilli raggiunse la cornetta. L’afferrò e dopo essersela porta all’orecchio rispose. “Pronto?”
“Buon giorno.” La salutò Ester.
“Buon giorno.” Rispose Marina cercando di svegliarsi.
“Ti ho forse svegliata?”
“No… no… stavo giusto alzandomi.” Mentì Marina accennando un sorriso e girandosi nel letto si lasciò andare ad uno sbadiglio.
“Ho pensato di chiamarti prima di andare a lavoro.” Continuò Ester.
“Hai fatto bene.”
“Com’è la conferenza?”
“Ieri ha parlato Salvadori.”
“Il tipo che ti piace tanto…”
“Si. Proprio lui.”
“Ti sei fatta lasciare un autografo?” scherzò Ester.
“No. C’erano troppe fan in torno a lui e così ho preferito lasciarlo in pace.” Rispose Marina reggendole il gioco poi cambiando argomento le chiese. “E da voi… come vanno le cose?”
“Alex ti manda tanti baci.”
“Digli che la mamma non vede l’ora di tornare e stringerlo forte a se.”
“Hai sentito Alex cosa ha detto la mamma? Kawaii! Scendi subito da quella mensola!”
Marina sorrise divertita.
“Uno di questi giorni quella peste ci farà cadere tutti i libri in testa!”
“Mandalo in terrazza.” le suggerì Marina sorridendo sempre più divertita.
“E’ inutile… rientra dal cat flap.”
“Fa così perché è geloso di Alex…” provò a dirle Marina.
In quel momento qualcuno bussò alla porta della sua stanza.
“Ester?”
“Si?”
“Aspetta! C’è qualcuno alla porta.” Le disse Marina e appoggiando la cornetta sul letto si alzò e andò a vedere chi era. Quando aprì la porta si ritrovò davanti Vera con uno smagliante sorriso sulle labbra e in mano una piccola busta bianca con il logo di un bar. Marina rimase a guardarla a bocca aperta per la sorpresa.
“Ciao.” La salutò Vera. “Ho pensato… di portarti un paio di cornetti per dimostrarti che non ce l’ho con te!”
“Ah! Tu non ce l’hai con me?! Beh… mi fa molto piacere.” Rispose Marina scotendo la testa incredula accennando però un sorriso.
Vera annuì. “Posso entrare?” le chiese.
“No!” rispose Marina. “Preferisco se facciamo colazione di sotto!”
“Va bene.” Le disse Vera. “Ti aspetto giù?”
“Si.” rispose Marina e richiudendo la porta della stanza fece ritorno al letto. Recuperò la cornetta e le disse. “Ester?”
“Si. Chi era?”
“Vera.”
“Vera?! Vuoi dire che anche lei è lì a Roma?!”
“Si.”
“Nel tuo stesso albergo?!”
“Si.”
“Nella tua stessa stanza?!”
“No.”
Silenzio.
“Ester?”
Silenzio.
“Ester? Guarda che… che non è come pensi…” provò a dirle Marina.
“Adesso che fai… mi leggi anche nel pensiero?!”
“No ma… posso immaginare cosa tu stia pensando in questo momento ma ti assicuro che non c’è stato niente tra noi. Ha provato a baciarmi ma io… io l’ho respinta.”
“E che cosa vorresti da me… una medaglia?!”
“No… certo che no… volevo solo che lo sapessi nel caso ti stessi facendo strane idee? Tutto qui.”
“E se anche fosse?! Pensi forse che non ne avrei tutti i diritti vista la situazione?!”
“No Ester perché io ti amo e non ti tradirei mai con nessuna e meno che mai con Vera!”
“Ah! Con Vera no ma con un’altra perché no?!”
“Ester non intendevo…”
“E allora che cosa intendevi?!”
“Senti Ester… lascia perdere non mi sembra il caso di discutere di questa cosa per telefono.” Provò a dirle Marina.
“Sono d’accordo con te!” le disse Ester. “Salutami Vera e dille che… che spero tanto che caschiate entrambe nel Tevere e affoghiate!” le urlò chiudendole il telefono in faccia.
Marina rimase a fissare perplessa la cornetta del telefono che aveva ancora in mano.
“Perfetto!” esclamò non appena si fu ripresa. “Meglio di così non poteva iniziare questa giornata!” si disse e riposta la cornetta sull’apparecchio telefonico si alzò dal letto e indispettita andò a farsi una doccia.
Capitolo 46
Marina provò a chiamare Ester per tutta la mattina senza però riuscire a parlare con lei. Conoscendola la cosa non la sorprese più di tanto. Marina passò il resto della giornata non riuscì a pensare ad altro che a fare ritorno a Milano. Vera che nel frattempo aveva notato il suo inaspettato malumore provò a chiederle una qualche spiegazione che però Marina si guardò bene dal darle poi, impaziente di fare ritorno a casa, abbandonò la conferenza poco prima degli ultimo due interventi e salutata Vera frettolosamente fece ritorno all’hotel per recuperate le sue cose e lasciò Roma. Durante il viaggio di ritorno, Marina provò nuovamente a contattare Ester ma ogni volta entrava in funzione la segreteria telefonica. Il tempo di lasciarle l’ennesimo messaggio e riattaccava indignata.
Al suo rientro a Milano, Marina si precipitò nell’appartamento ma con sua grande delusione, trovò solo Kawaii ad accoglierla.
“Ciao.” Lo salutò lei mentre Kawaii le faceva le fuse intorno alle gambe.
Marina si piegò per fargli un paio di carezze poi si rialzò e andò a controllare in tutte le stanze dell’appartamento sapendo già di non trovarvi nessuno. Fece ritorno in cucina e dopo aver dato da mangiare a Kawaii recuperò il cellulare dalla borsa e chiamò Giuseppe.
“Pronto?” rispose lui.
“Ciao Giuseppe.”
“Oh… ciao Marina… sei… sei ancora a Roma?”
“No sono appena tornata in città. Sono da te?”
Silenzio.
“Giuseppe?!”
“Si ma… ma non dirle che te l’ho detto.”
Marina accennò un sorriso poi scotendo leggermente la testa gli disse. “Tranquillo… rimarrà una cosa tra te e me. Sto arrivando! Eh… Giuseppe?!”
“Si?”
“Non è che nel frattempo potresti prepararmi un caffè? E’ stata una lunga giornata e avrò bisogno di qualcosa di forte prima di affrontare Ester.”
“Vado a fartelo subito.”
“Grazie Giuseppe. Dammi il tempo d’uscire di casa e sono da te.”
“Si Marina ma… è meglio se guidi con prudenza, tanto noi di qui non ci muoviamo.”
“Lo farò!” rispose Marina toccata dalle sue parole.
Il tempo di salutare Kawaii e prendere la borsa e lasciò l’appartamento.
Diversi chilometri più tardi.
Giuseppe andò ad aprirle la porta.
“Grazie.” Gli disse Marina baciandolo sulla guancia. “Alex?” gli chiese entrando nell’appartamento.
“E’ di là in salotto. Stavamo guardando la tv quando si è addormentato.”
“Allora… è meglio che non lo svegli. Voglio prima parlare con Ester.”
“Vieni. Il caffè è pronto.” Le disse lui facendole strada per raggiungere il cucinino.
“Che ti ha detto?” gli chiese Marina seguendolo.
“Solo di non pronunciare il tuo nome.”
Marina alzò gli occhi al cielo e accennando un sorriso scosse leggermente la testa.
“Si può sapere che cos’è successo?” le chiese lui.
“C’è stato solo… uno stupido malinteso.” rispose Marina andando a sedersi su una delle sedie del tinello.
Giuseppe andò a prendere la macchinetta del caffè da sopra i fornelli e l’appoggiò sul tavolino.
“Mi fai compagnia?” gli chiese lei.
Giuseppe annuì e prendendo dalla credenza due tazzine con il sotto piatto andò ad appoggiarle accanto alla macchina del caffè. Recuperò la zuccheriera. Due cucchiaini e mentre Marina versava il caffè nelle tazze andò a sedersi davanti a lei.
“Com’è stata la conferenza?” le chiese lui accennando un sorriso, intuendo che lei non gli avrebbe detto niente di più riguardo al motivo del loro litigio e comunque, qualsiasi cosa fosse successa tra loro, la cosa più importante per lui era che Marina si trovava li per sistemare le cose.
“Interessante.” Si limitò a rispondere Marina sorseggiando il suo caffè.
“E Roma?”
“Bella come sempre.” Tagliò corto lei e finito di bere il caffè si alzò dalla sedia e gli chiese. “Dov’è?”
“Nella sua stanza.” rispose lui.
Marina si protese verso di lui. Lo baciò su una guancia per ringraziarlo e se ne andò.
Una volta davanti alla stanza di Ester Marina bussò alla porta.
Silenzio.
“Ester? Sono io.”
Silenzio.
Bussò nuovamente.
Silenzio.
“Sto entrando.” Le disse Marina e appoggiando la mano sulla maniglia aprì la porta.
Una volta dentro la stanza, vide Ester che le dava le spalle sdraiata sul suo piccolo letto.
Marina si chiuse la porta alle spalle e rimase un po’ a guardarla poi, accennando un sorriso le disse. “Ogni volta che vedo questo letto… non posso fare a meno di pensare alla prima volta che ci abbiamo fatto l’amore e che per poco tu non mi hai fatto cadere a terra.”
“Veramente…” mormorò Ester continuando a darle le spalle. “Sei tu che stavi cadendo. Io ti ho solo recuperata prima che tu cadessi sul pavimento.”
Marina sorrise. “Beh… comunque sia… continuo a chiedermi perché non te ne sia mai comprato uno un po’ più grande?” le disse avvicinandosi a lei a piccoli passi.
“Perché mio padre me lo ha sempre impedito.” Mormorò Ester continuando a darle le spalle.
Marina andò a sedersi sul letto accanto a lei e sempre più confusa le disse. “Tuo padre?!”
Ester annuì. “Ha sempre avuto il terrore che ci portassi qualcuno per farci l’amore.”
“Davvero?!” esclamò Marina sorpresa. “Beh… allora dovresti dirgli che con noi non è che abbia funzionato molto.” Le fece notare sorridendo sempre più divertita.
“Credo… credo che lo abbia capito ma… ma se così non fosse, preferisco continuare a lasciargli credere che il suo metodo ha funzionato.” Le disse Ester poi voltandosi si fermò a guardarla negli occhi e le chiese. “Perché sei qui?”
“Sono venuta per riportarti a casa.” Rispose Marina persa nei suoi occhi.
“E se io non volessi tornare?”
“Ti amo Ester e voglio che tu torni a casa con me.”
Ester non rispose.
“Come puoi anche solo pensare che io ti tradisca? Ormai… dovresti conoscermi abbastanza bene da sapere che io non sono il tipo che fa di queste cose.”
“Sei andata a Roma con Vera?” le chiese Ester.
“No. L’ho incontrata per caso alla conferenza. Io non l’avevo nemmeno vista. E’ stata lei a venire da me.”
“E… e com’è che vi siete ritrovate proprio nello stesso hotel?”
“Ogni volta che vado a Roma mi fermo sempre al Martini e… e non so, forse gliene ho parlato quando stavamo insieme.” Rispose Marina stringendosi nelle spalle.
“Che cosa c’è stato tra voi?”
“Siamo andate a cena insieme e abbiamo parlato. Lei mi ha raccontato alcune cose di se e io… io gli ho parlato di noi e della mia famiglia poi siamo tornate in hotel e lei ha provato a baciarmi. Io però, le ho fatto capire che non ero interessata.”
“E poi?”
“E poi… ognuna è andata a dormire nella propria stanza.”
“E questa mattina… che voleva da te?”
“Invitarmi a fare colazione con lei.”
“E tu?”
“Gli ho dato appuntamento di sotto. Mi sono fatta una doccia e l’ho raggiunta nella sala da pranzo dell’hotel dove abbiamo fatto colazione insieme ad una ventina di altri clienti. La maggior parte dei quali, ultra sessantenni.” Le disse Marina accennando un sorriso.
“E poi?”
“Poi siamo andate all’auditorium per la conferenza.”
“Tutto qui?”
“Tutto qui.” Rispose Marina annuendo.
“Ci sono stati altri tentativi di baci?”
“No anche perché Vera ha capito, che non era proprio aria.”
Ester rimase a guardarla.
Marina si sdraiò sul letto accanto a lei. Le cinse la vita con un braccio.
“Sono stata così male…” mormorò Ester.
“Anch’io.”
“Credevo che tu…”
“Lo so e mi dispiace molto.”
“E… e quando Vera ti ha baciata cosa hai provato? Volevi fare l’amore con lei?” le chiese Ester guardandola dritta negli occhi.
Marina scosse la testa. “No. In quel momento non riuscivo a pensare ad altri se non a te. Volevo tanto che tu fossi lì con me. E si, volevo fare l’amore, ma con te.”
“Davvero?” le disse Ester accennando un sorriso.
“Si.” rispose Marina e protendendosi verso di lei appoggiò le labbra alle sue e la baciò.
Ester rispose al suo bacio con altrettanto trasporto. Desiderandola più che mai.
“Che ne dici… se per questa notte dormiamo qui?” le chiese Marina tornando a guardarla con il sorriso sulle labbra.
“E Alex?”
“Ci penserà tuo padre a lui.” rispose Marina per tranquillizzarla.
Ester annuì e sorridendo tornò a baciarla.
Capitolo 47
I mesi passarono tranquilli. La gravidanza di Ester procedeva al meglio e anche questa volta, sia lei che Marina avevano rifiutato di farsi dire il sesso del nascituro.
Un tardo pomeriggio, Teresa si trovava dietro al banco dell’accettazione quando vide arrivare un ambulanza. Malosti e la Ranieri erano già stati avvisati del loro arrivo ma mentre lui era già lì ad accogliere l’ambulanza lei ancora non si vedeva.
“Che cosa abbiamo?!” chiese Malosti andando incontro a Franco ed Eva.
“Bambina sui dieci, undici anni! Investita da un pirata della strada mentre attraversava le strisce pedonali!” rispose Eva.
“Trauma cranico. Probabile frattura del braccio destro e della gamba. Fratture costali con probabile emorragia del cavo pleurico. Frequenza respiratoria 1 a 9. Nessuna risposta verbale. Nessuna apertura degli occhi o risposte motorie. E’ rimasta per tutto il tempo in stato d’incoscienza.” Aggiunse Franco.
“Portiamola subito in sala operatoria uno!” gli urlò Malosti lo sguardo fisso sulla bambina.
Franco ed Eva stavano spingendo la lettiga all’interno del pronto soccorso quando lo sguardo di Teresa si posò sulla bambina e scioccata esclamò. “Vanessa?!”
“La conosci?!” le chiese Malosti sorpreso.
Teresa annuì. “Si. E’… è Vanessa. Un amica di Ester e della Ranieri!” rispose lei ancora sotto shock.
“A proposito della Ranieri. Dove accidenti è?!”
“Eccomi!” rispose Marina raggiungendoli trafelata. “Che cosa abbiamo?” chiese loro.
“Dottoressa?” le disse Teresa deglutendo nervosamente.
“Che c’è Teresa?” le chiese Marina guardandola confusa.
“La bambina è… è Vanessa.” Gli disse indicandole la lettiga.
Marina si affrettò a raggiungere la lettiga e non appena riconobbe Vanessa alzò lo sguardo su Franco e preoccupata gli chiese. “Che le è successo?”
“E’… è stata investita da un pirata della strada.” Rispose Franco a disagio.
“La stiamo portando in sala operatoria!” si affrettò a dirle Malosti e aggiunse. “Se vuoi posso chiamare qualcun altro per…?”
“No. Ti assisto io!” rispose Marina scotendo la testa e tornando a guardare Franco gli chiese. “Dov’è lo zaino?”
“Eccolo!” rispose Eva mostrandole lo zaino rosa.
“Dallo a Teresa! Teresa cerca il numero dei suoi genitori nel diario della scuola. Dovrebbe essere alla prima pagina!”
“Si dottoressa!” rispose Teresa afferrando lo zaino che Eva gli stava passando.
“Possiamo andare?!” le chiese Malosti.
Marina annuì e aiutandoli a spingere la lettiga li seguì all’interno del pronto soccorso.
Teresa intanto, recuperato il diario di Vanessa dallo zaino contattò i suoi genitori per informarli dell’accaduto e rimase in attesa di vederli entrare nel pronto soccorso.
Un quarto d’ora più tardi due giovani sui trent’anni si precipitarono all’interno del pronto soccorso e raggiunto il banco dell’accettazione la giovane donna le disse. “Hanno portato qui nostra figlia…”
“Vanessa?” le chiese Teresa notando una certa somiglianza tra Vanessa e il giovane accanto alla donna.
La donna annuì.
“E’ di là… in sala operatoria. Vi chiamo qualcuno per accompagnarvi da lei.” le disse Teresa e vedendo passare Rocco lo chiamò. “Rocco? Hai da fere?” gli chiese.
“Un po’ ma… dimmi?” rispose raggiungendola.
“Questi sono i genitori di Vanessa.” Gli disse Teresa indicandogli i due giovani.
“Salve. Mi dispiace tanto per quello che è successo a Vanessa.” Si affrettò a dirgli Rocco.
I due annuirono con la disperazione dipinta sul volto.
“Rocco? Non è che potresti accompagnarli in sala operatoria 1?!” gli chiese Teresa.
“Sala operatoria?!” esclamò la giovane sempre più preoccupata.
Teresa annuì incapace però di reggere il suo sguardo.
“Venite! Vi porto da lei!” disse loro Rocco.
I due giovani ringraziarono Teresa e dopo averla salutata seguirono Rocco all’interno del pronto soccorso.
“Chi la sta operando?” gli chiese il giovane.
“La dottoressa Ranieri ed il dottor Malosti.” Rispose Rocco.
“Oh… Marina.” Gemette la giovane rincuorata nel saperla con sua figlia.
“Eccoci! Questa è la sala di operatoria. Aspettate qui, li avverto del vostro arrivo.” Disse Rocco mostrando loro una fila di sedie che si trovavano lì fuori, prima di sparire all’interno della sala.
I due giovani però, rimasero in piedi a fissare la porta in attesa di notizie sulle condizioni della figlia.
Di li a poco, Rocco uscì dalla sala operatoria. L’espressione del volto cupa come non mai.
“Come sta?” gli chiese la giovane donna.
“La dottoressa Ranieri mi ha detto di riferirvi… che Vanessa è molto grave ma… ma che stanno facendo tutto il possibile per lei.” rispose Rocco.
“Oh mio Dio!” gemette la giovane stringendosi al marito. Le lacrime che le scendevano dagli occhi come fiumi in piena.
“Quanto grave?” gli chiese il giovane con gli occhi lucidi.
“Grave.” Si limitò a rispondergli Rocco facendogli capire di prepararsi anche per il peggio.
Il giovane si strinse alla moglie.
Rocco non riuscendo più a sostenere i loro sguardi si schiarì la voce e gli disse. “Io… io devo tornare al mio lavoro. Voi… se volete potete stare qui.”
I due giovani annuirono. Uno tra le braccia dell’altra.
“Vanessa è una bambina forte… sono certo che ce la farà!” Gli disse Rocco gli occhi che si facevano sempre più lucidi. “Pregherò per lei.” finì di dirgli prima di allontanarsi da loro.
Capitolo 48
Un paio d’ore più tardi Marina uscì dalla sala operatoria.
I genitori di Vanessa le andarono incontro.
“Ciao Paolo… Francesca.” Li salutò lei.
“Come sta?” le chiese Francesca.
Marina si lasciò andare ad un sospiro. “Siamo riusciti a bloccare l’emorragia interna purtroppo però, abbiamo dovuto intubarla.”
“Che vuol dire… avete dovuto intubarla?” le chiese Paolo confuso.
“Ha subito un trauma cranico e al momento… Vanessa è in coma.” Rispose Marina guardando prima uno e poi l’altra.
“Oh mio Dio! In coma?!” urlò Francesca in tutta la sua disperazione.
“Sì.” Le confermò Marina. “Le abbiamo ridotto l’ematoma che le comprimeva il cervello ma dobbiamo aspettare per vedere se questo l’aiuterà ad uscire dal coma. Le prossime ore sono le più critiche quindi vi prego, cercate di mantenervi positivi… fatelo per Vanessa.” Disse loro gli occhi però, che si facevano sempre più lucidi.
“In coma…” mormorò Francesca tra le braccia di Paolo. Le lacrime che le rigavano il volto.
Paolo annuì. Lo sguardo fisso su Marina.
In quel momento, sentirono aprire le porte della sala operatoria.
Un paio di infermiere uscirono dalla sala portandosi dietro il letto sul quale si trovava Vanessa.
Paolo e Francesca si precipitarono a vedere la figlia.
“Dove la state portando?” chiese loro Francesca accarezzando dolcemente il volto di Vanessa con le mani che le tremavano.
Marina andò da lei e appoggiandole una mano sulla spalla rispose. “Di sopra. In terapia intensiva.”
“Possiamo andare con lei?” le chiese Francesca in tono supplichevole.
Marina annuì. “Si.” le disse e lanciando un occhiata alle due infermiere fece capire loro di lasciarli andare con loro.
Le due ragazze annuirono.
“Grazie Marina.” Le disse Francesca.
Marina l’abbracciò poi tornando a guardarla le disse. “Ci vediamo di sopra.”
Paolo e Francesca annuirono e dopo averla salutata seguirono le due infermiere lungo il corridoio.
Più tardi Marina si trovava al banco dell’accettazione con Teresa. Stava finendo di riempire la cartella di Vanessa quando Teresa le disse a denti stretti. “Eccolo!”
Marina alzò lo sguardo su di lei per guardarla confusa. Lo sguardo di Teresa però, era fisso su un punto dietro alle sue spalle. Marina allora, si voltò e seguendo la direzione del suo sguardo vide che Teresa si stava riferendo ad un giovane che in quel momento stava lasciando il pronto soccorso accompagnato da due agenti di polizia.
“Lo hanno portato qui per fargli delle analisi.” Continuò Teresa lo sguardo ancora fisso sul giovane e che in quel momento le dava le spalle. “Ti investono sulle strisce come se fossi un birillo del bowling e alla fine… non si fanno nemmeno un giorno di prigione!” continuò lei scotendo la testa sempre più amareggiata.
Marina però, che aveva smesso di ascoltarla da un po’ si allontanò dal banco dell’accettazione e a passo affrettato andò a raggiungerli prima che loro lasciassero il pronto soccorso.
Teresa la seguì con lo sguardo.
Marina intanto, raggiunto il gruppetto alzò entrambe le mani e con forza spinse il giovane per spalle il quale, preso alla sprovvista per poco non cadde in avanti. I due poliziotti che erano con lui infatti, fecero in tempo ad afferrarlo e trattenerlo per evitargli di cadere a terra.
Teresa spalancò gli occhi incredula.
Non appena si furono ripresi dalla sorpresa, il giovane e i due agenti di polizia si voltarono a guardarla. Marina fissò lo sguardo su quello del giovane e prima che lui avesse il tempo di aprire bocca lei gli diede un sonoro schiaffo sulla guancia.
Il giovane gemette portandosi istintivamente la mano sulla guancia arrossata.
Teresa preoccupata per la Ranieri e vedendo arrivare Rocco ed un suo collega disse loro. “Rocco? Riccardo? Andate subito dalla Ranieri!”
Rocco ed il collega, la guardarono da prima confusi quando però, si voltarono e videro la Ranieri con il pirata della strada ed i due agenti di polizia, si affrettarono a raggiungerla.
“Questo… per averla investita!” disse Marina al giovane fissandolo negli occhi.
I due agenti di polizia si guardarono sempre più confusi.
Il giovane aveva appena abbassato la mano dalla guancia quando Marina gli diede un altro schiaffò. “E questo… per non esserti fermato a vedere se era ancora viva o morta!” gli disse.
Il giovane gemette per il dolore portandosi nuovamente la mano sulla guancia. Lo sguardo inebetito per la sorpresa.
Rocco e Riccardo intanto, dopo aver raggiunto la Ranieri si fermarono dietro di lei. Lo sguardo fisso sul giovane. Pronti a bloccarlo se solo lui avesse provato a metterle le mani addosso.
“E’ forse impazzita?!” le urlò uno dei due agenti di polizia.
“Non si permetta più di fare una cosa del genere!” Gli fece eco il collega.
Marina si limitò a fulminare il giovane con un occhiata truce. Le mascelle contratte in un moto di rabbia poi, preso un respiro profondo e dando loro le spalle, si allontanò senza aggiungere altro.
“Chi… chi era quella?” chiese il giovane seguendola con lo sguardo. La mano ancora sulla guancia arrossata e dolorante.
“La dottoressa Ranieri! Un’amica della bambina che lei ha investito!” gli rispose Rocco fulminandolo a sua volta con lo sguardo.
“Vuole… vuole denunciarla?” chiese al giovane uno dei due agenti.
Rocco lo fulminò l’agente con un occhiata.
Il giovane guardò l’agente confuso e scotendo leggermente la testa rispose. “No. No. E’ tutto al posto.” Gli disse tornando a fissare il corridoio del pronto soccorso dal quale quella donna era sparita.
Intanto Teresa dopo aver temuto il peggio per la Ranieri, tirò un sospiro di sollievo.
Rocco e Riccardo presero un respiro profondo e dando loro le spalle si allontanarono per raggiungere Teresa dietro al banco dell’accettazione.
Capitolo 49
Il giorno dopo Marina si trovava nel suo studio quando qualcuno bussò alla porta.
“Avanti!” rispose lei alzando distrattamente lo sguardo dalle sue carte per vedere chi era. Il tempo di riconoscere il pirata della strada che aveva investito Vanessa e la sua espressione si fece subito dura, accigliata.
“Spero di non disturbare…” mormorò il giovane in imbarazzo fermo sulla soglia.
“Che cosa vuole? E’ venuto qui con i suoi due amici per arrestarmi?!” gli chiese Marina secca.
“No.” rispose lui sempre più imbarazzato. “Ero venuto per sapere come sta la bambina ma… ma nessuno ha voluto dirmi niente e così ho pensato di…”
“La bambina… si chiama Vanessa!” gli disse Marina interrompendolo.
“Oh… Vanessa e… e come sta?”
“Grazie a lei… è ancora in coma!”
“In coma?!”
Marina annuì.
“Mi dispiace io… io…” mormorò lui abbassando lo sguardo sempre più imbarazzato.
“Lo spero bene!”
“Ma… ma si riprenderà?” le chiese il giovane tornando a guardarla.
Marina scosse leggermente la testa e lasciandosi andare ad un sospiro rispose. “Non lo sappiamo ancora. In questo momento… l’unica cosa che possiamo fare è aspettare e sperare che si risvegli.”
“C’è… c’è qualcosa che posso fare?” le chiese il giovane avvicinandosi alla sua scrivania a piccoli passi.
“Direi… che ha già fatto abbastanza, non crede?!”
Il giovane annuì sempre più imbarazzato.
Rimasero per alcuni secondi in silenzio poi Marina si schiarì la voce e gli chiese. “Come si chiama?”
Il giovane tornò a guardarla e rispose. “Gabriele. Gabriele Righetti.”
“Visto che è qui Gabriele, posso sapere una cosa?” Continuò lei.
“Cosa?”
“Quando ha investito Vanessa era sotto l’effetto di droghe o alcol?”
Il giovane scosse la testa. “No. Stavo parlando al cellulare con un amico quando mi è cascato sul tappetino dell’auto. Mi sono piegato un attimo per raccoglierlo e quando ho alzato lo sguardo mi… mi sono ritrovato la bambina davanti. Ho provato a frenare ma andavo troppo veloce e così…” provò a spiegarle dovendosi però interrompere. Sudando freddo al solo ricordo di quello che era successo.
“E perché non si è fermato?” gli chiese lei imperterrita.
“Ho avuto paura! Lo so che non è una giustificazione valida ma… ma sono andato in panico e così… sono scappato!”
“Per fortuna che era giorno e che qualcuno ha identificato la sua auto…” mormorò Marina fissandolo dritto negli occhi.
Il giovane rimase a guardarla di sasso ma non rispose limitandosi ad annuire.
Marina si lasciò andare ad un altro sospiro. “E adesso… che cosa vuole?” gli chiese lei.
“Non lo so.” Rispose lui scotendo leggermente la testa. “Sento… sento il bisogno di fare qualcosa ma… ma sinceramente non so che cosa? Da quando c’è stato l’incidente… ho un peso qui nel petto che… che m’impedisce di respirare.” Le confesso lui portandosi una mano sul petto.
“Saranno i sensi di colpa!” replicò Marina. “E’ una buona cosa questa. Vuol dire che ha ancora una coscienza.” aggiunse lei addolcendo la sua espressione.
Il giovane la guardò a bocca aperta e annuì arrossendo sempre più imbarazzato.
Rimasero un po’ in silenzio poi Marina e gli disse. “Forse… c’è qualcosa che potrebbe fare?”
“Davvero?” rispose lui illuminandosi.
Marina annuì. “Dovrò parlarne prima con i genitori di Vanessa ma… se per loro va bene stavo pensando… che potrebbe andare a farle visita e passare del tempo con lei.”
“Con la bambina?” le chiese lui sorpreso.
“Si. Il fatto che sia in coma, non significa che è morta e ora più che mai, ha bisogno di stimoli esterni per riprendersi.”
“E… e cosa dovrei fare una volta con lei?”
“Parlarle.”
“Parlarle?”
Marina annuì. “Quando lei era piccolo… non parlava mai con un amico immaginario, un orsacchiotto o un soldatino?”
Il giovane arrossì imbarazzato e annuendo rispose. “Si. In effetti… un orsacchiotto ma… ma avevo pochi anni.” Le disse lui quasi a giustificarsi.
“Beh… allora… faccia finta di parlare con questo suo orsacchiotto.”
“Con la bambina?”
Marina annuì e accennando un sorriso aggiunse. “Con Vanessa!”
Il giovane si fermò a riflettere sulla sua proposta poi tornando a guardarla, ricambiò il suo sorriso e rispose. “Va bene. Provare non costa niente, no?”
“D’accordo! Allora ne parlerò con i genitori di Vanessa e se per loro non ci sono problemi, la contatterò per darle il via libera.”
Il giovane annuì poi arrossendo imbarazzato le disse. “Dottoressa?”
“Si?”
“Se vuole… può darmi del tu e chiamarmi semplicemente Gabriele.”
“In questo caso, semplicemente Gabriele, tu puoi chiamarmi dottoressa Ranieri.” Gli disse lei allungando la mano verso di lui per le presentazioni. Un lieve sorriso le increspava le labbra.
“Piacere di conoscerla dottoressa Ranieri.” Rispose lui stringendole la mano.
“Piacere…” mormorò Marina ricambiando la sua stretta di mano.
Il giovane estrasse dalla tasca della giacca un bigliettino e glielo diede. “Qui ci sono tutti i miei numeri. Cellulare. Casa. Lavoro. Aspetterò una sua chiamata.”
“Si.” rispose Marina prendendo il suo biglietto da visita e dopo avergli dato una rapida occhiata tornò a guardarlo aggiunse. “Ti chiamerò appena saprò qualcosa.”
“Grazie dottoressa.” Rispose lui poi, tornando a farsi serio le disse. “E… e con i mastini al banco dell’accettazione?”
Marina lo guardò da prima confusa poi intuendo che si riferisse a Teresa, Rocco ed il resto del personale, tornò a sorridere e gli disse. “Tranquillo, ci penso io a richiamarli all’ordine.”
Gabriele annuì e sorridendo le disse. “Grazie e… e spero a presto.”
“Si Gabriele.” Si limitò a rispondergli Marina.
Gabriele annuì e raggiunta la porta se ne andò.
Marina invece, tornò ad occuparsi delle cartelle che si trovavano sulla scrivania.
Capitolo 50
Il giorno dopo Ester entrò nella stanza di Vanessa. Marina ed Alex erano già lì.
“Come sta?” le chiese raggiungendo il letto.
Marina scosse la testa. “Come ieri.” Rispose e lasciando Alex libero di gattonare sul pavimento della stanza andò a prendere il borsone che si era portata da casa quella mattina prima di iniziare il turno di lavoro.
Ester si piegò su Vanessa e dopo averle accarezzato la testa la baciò dolcemente sulla fronte.
“Quando finisci il turno?” le chiese Marina tirando fuori dal borsone alcune fotografie.
“Tra un ora.” Rispose Ester e voltandosi a guardarla le chiese. “Cosa sono quelle?”
“Delle fotografie. Ho letto da qualche parte di pazienti che… che mentre erano in stato di incoscienza hanno detto di essere usciti dal loro corpo e di aver visto i loro cari o i dottori che si trovavano nella loro stanza.”
Ester le lanciò un occhiata scettica.
Marina alzò leggermente le spalle. “Lo so… anche a me hanno sempre fatto ridere queste cose ma… visto che non sappiamo con certezza se queste non sia state delle semplici allucinazioni o la realtà, ho pensato di portare alcune cose di Vanessa per arredare questa stanza così fredda e anonima… nel caso che ci vedesse davvero da qualche parte lassù.” Le disse alzando lo sguardo sul soffitto della stanza.
Ester accennò un sorriso e le chiese. “E Paolo e Francesca sono d’accordo con te?”
“Diciamo che… che per loro qualsiasi cosa aiuti Vanessa ad uscire dal coma, va bene.” Rispose Marina e con alcune fotografie di Vanessa e del nastro adesivo raggiunse la parete dove si trovava il letto e cominciò ad attaccarcele una ad una.
Ester si voltò a guardare Vanessa con una fitta al cuore e lasciandosi andare ad un sospiro raggiunse il borsone e facendovi scivolare le mani all’interno mormorò. “Vediamo un po’ che cosa le hai portato.”
Marina si voltò a guardarla sorpresa prima di lasciarsi andare ad un sorriso.
“Il poster delle Winx!” esclamò Ester. “E’ uno dei suoi preferiti.” Le disse mostrandoglielo eccitata poi prese del nastro adesivo, raggiunse la parete di fronte al letto di Vanessa e ce lo attaccò.
Stava osservando il poster per controllare che fosse dritto quando Marina le disse. “Tra non molto arriveranno anche le ragazze con altre cose per Vanessa.”
“Vorrei tanto stare qui con voi ma devo proprio tornare a lavoro.” Le disse Ester tornando a farsi seria.
“Non ti preoccupare, ci penseremo noi a renderle la stanza più accogliente e familiare.” Rispose Marina rincuorandola con un sorriso.
Alex gattonando raggiunse le gambe di Ester.
Ester si piegò sulle ginocchia e aiutandolo ad alzarsi in piedi gli disse. “Che c’è… tesoro della mamma?”
Alex protese le mani verso di lei per farsi prendere in collo.
Ester lo abbraccio poi però gli disse. “La mamma non può, non ora ma se mi aspetti vengo a prenderti più tardi e andiamo a casa a farci un bel bagnetto e a mangiare, va bene?”
Alex le strinse le braccia intorno al collo.
Marina rimase a guardarli con il sorriso sulle labbra poi raggiunse il borsone. Prese una delle bambole di Vanessa e piegandosi sulle ginocchia tornò a guardare Alex ed Ester e sorridendo gli disse. “Alex? Guarda cosa ho per te?”
Alex la guardò da prima confuso quando però le vide la bambola in mano, si staccò dall’abbraccio di Ester e gattonando andò verso di lei.
“Ti piace, eh?” gli disse Marina sorridendo divertita, agitando la bambola davanti a lui.
Alex ricambiò il suo sorriso e eccitato si mosse carponi verso di lei gorgogliando cose incomprensibili e quando l’ebbe raggiunta, appoggiando le mani sulle sue gambe si alzò in piedi, afferrò la bambola e se la portò alla bocca.
Ester si lasciò andare ad un sospiro poi con il sorriso sulle labbra andò da loro. Baciò Alex sulla testa e tornando a guardare Marina le disse. “Ci vediamo tra poco.”
Marina annuì e dopo averla baciata sulle labbra la seguì con lo sguardo mentre lei se ne andava.
Ester era appena uscita dalla stanza quando vide arrivare le ragazze.
“Ciao Ester.” La salutò Priscilla.
“Ciao ragazze.” Rispose Ester salutandole una ad una con un bacio.
“Marina?” le chiese Domitilla.
“E’ con Vanessa.” Rispose Ester.
“Sei ancora di turno?” le chiese Drusilla notandola con ancora indosso la sua divisa mentre lei si trascinava dietro una valigia con le rotelle.
Ester annuì. “Si.” le disse e indirizzando lo sguardo verso la valigia le chiese. “E quella cos’è?”
“Alcune cose di Vanessa.”
Ester sorrise. “Avete forse intenzione di portarle tutta la stanza qui?” scherzò sorridendo sempre più divertita.
“No. Solo alcune cose.” Le disse Drusilla.
Ester annuì. “Beh… io vado. Ci vediamo più tardi.”
Dopo averla salutata, le ragazze raggiunsero Marina nella stanza di Vanessa.
“Alla buon ora!” disse loro Marina voltandosi a guardarle felice di rivederle.
“Ti sei già messa a lavoro, eh?” mormorò Priscilla salutandola con un bacio, notando il murales che aveva creato con alcune fotografie di Vanessa. Vanessa con i suoi genitori. Vanessa con loro. Vanessa con alcuni amici e compagni di scuola.
“Chi a tempo non aspetti tempo!” rispose Marina ammirando soddisfatta il suo lavoro.
“Quando avremo finito… questa stanza sarà irriconoscibile!” esclamò Domitilla raggiungendola per salutarla.
“Eh si… le abbiamo portato così tante cose.” Le fece eco Drusilla mostrandole divertita la valigia che si era portata dietro.
“Se Vanessa è da qualche parte… sono certa che si starà facendo delle belle e grasse risate.” Aggiunse Domitilla divertita.
“Marina?” le disse Priscilla lo sguardo inorridito su Alex con la bambola di Vanessa in bocca.
“Si?” rispose lei tornando a guardarla.
“Ma tuo figlio… deve proprio mettersi tutto in bocca?!” continuò lei indicandole Alex.
Marina annuì e sorridendo rispose. “Già. Sembra che in questa fase, portarsi le cose alla bocca è il loro modo per conoscere il mondo e poi, anche se gli dici di che una cosa fa schifo, fino a quando non se la porta alla bocca non ci crede.”
“E per te va bene?” le chiese Priscilla sempre più inorridita alla vista di Alex che sbavava sulla bambola.
“Beh… fino a quando non si mette in bocca una barra di plutonio per me va bene e poi, se avessi visto come crescono i bambini in Irlanda non ti scandalizzeresti così tanto. Immagina bambini così piccoli indossare pantaloni corti mentre giocano in strada con un freddo da congelare anche i pinguini del Polo oppure rotolarsi nel fango come se niente fosse eppure, crescono belli e forti. Come dicono loro, quel che non ammazza rinforza.” Le disse Marina sorridendo sempre più divertita dalla sua espressione disgustata.
“Mah! Speriamo solo… che arrivi almeno al suo diciottesimo compleanno.” Si limitò a risponderle Priscilla scotendo la testa per niente d’accordo con lei.
“Ehi! Dove lo metto questo?” chiese loro Domitilla con in mano un bel vaso di margherite bianche.
Marina però tornò a farsi seria.
“Tranquilla… sono finte come le mie tette!” si affrettò a dirle Domitilla sorridendo divertita mostrandole il vaso di fiori nel caso avesse dei dubbi a riguardo.
Marina allora, tirò un sospiro di sollievo e tornando a sorridere le disse. “Appoggiale li sul tavolino. Sarà felice di vederle, sono i suoi fiori preferiti.”
“Lo so… è per questo che gliele ho portate.” Mormorò Domitilla andando ad appoggiare il vaso di fiori sul tavolino che lei le aveva indicato.
“Io invece… gli ho portato i suoi libri preferiti.” Le disse Drusilla tirando fuori dalla valigia alcuni libri di fiabe.
“E un po’ di musica che non guasta mai.” Aggiunse Priscilla tirando fuori dalla valigia un piccolo stereo con alcuni cd.
“Che musica gli hai portato?” le chiese Marina.
“Il nostro repertorio… che lei adora e poi alcune sigle di cartoni animati e delle fiabe su cd.” Rispose Priscilla.
“Bene. Sistemate tutto in giro per la stanza.” Disse loro Marina.
“Accidenti quanti bigliettini!” esclamò Domitilla prendendo in mano uno dei tanti bigliettini d’auguri che si trovavano sul tavolino.
“Si. Ieri pomeriggio sono venuti a trovarla alcuni suoi compagni di scuola e dei vicini di casa.” Le disse Marina annuendo.
Capitolo 51
E così, sotto la supervisione di Alex, Marina e le ragazze trasformarono la stanza di Vanessa così tanto, che se non fosse stato per il letto nel quale giaceva ancora in stato d’incoscienza, sarebbe potuta benissimo sembrare, la normale stanza da letto di una qualunque bambina di undici anni.
Marina stava attaccando alla parete le ultime due fotografie quando una le scivolò di mano. Alex che in quel momento si trovava proprio sotto di lei, colpito dalla fotografia l’afferrò e dopo averla osservata da una parte e dall’altra se la portò alla bocca.
“Tesoro? Dalla alla mamma.” Gli disse Marina allungando la mano verso di lui.
Alex la guardò da prima confuso poi guardò la foto che aveva in mano e tornando a guardarla sorrise.
“Si Alex. Dalla alla mamma così l’attacca alla parete con le altre.” Gli disse Marina la mano ancora protesa verso di lui.
Alex però sorrise e gattonando si allontanò da lei portandosi via la foto.
“Alex ti prego. Dai la foto alla mamma.” Insistette Marina.
Alex si fermò e tornando a guardarla sorrise con la bava alla bocca.
“Me la dai?” gli chiese lei tranquillizzandolo con un sorriso.
Alex ricambiò il suo sorrise e sempre più divertito si allontanò da lei con la foto in mano.
“Ah… vuoi giocare a guardia e ladri, è?”
Alex sorrise sempre più divertito.
“E va bene.” Gli disse Marina inginocchiandosi a sua volta sul pavimento della stanza e gattonando si diresse verso di lui. “Ora ti prendo…”
Alex gattonò verso il letto di Vanessa.
“Tanto non mi scappi.” Gli disse Marina seguendolo per la stanza.
Alex allora, si affrettò a raggiungere il letto e ci si nascose sotto.
Le ragazze intanto, divertite dal loro gioco si fermarono a guardarli con il sorriso sulle labbra.
“Alex vieni fuori da la sotto.” Gli disse Marina allungando una mano sotto il letto per afferrarlo.
Alex però, si spostò verso i piedi del letto e quando si sentì abbastanza al sicuro si fermò e tornando a guardarla con la bava alla bocca sorrise divertito.
“Se ti prendo…” mormorò Marina sorridendo divertita cercando nel frattempo di raggiungerlo con una mano.
In quel momento, qualcuno bussò alla porta della stanza.
Marina e le ragazze si voltarono per vedere chi era.
Gabriele fece il suo ingresso nella stanza. Il suo sguardo confuso passò da Marina inginocchiata sul pavimento della stanza alle ragazze le quali gli fece una rapida radiologia dalle testa ai piedi. Tornando a guardare Marina, Gabriele arrossì imbarazzato e le chiese. “Sono… sono arrivato in un momento sbagliato?”
“No. No. Vieni pure.” Si affrettò a dirgli Marina e rivolgendo lo sguardo alle ragazze disse loro. “Lui è Gabriele.”
Le ragazze si fermarono a fissarlo in cagnesco.
“Il pirata?!” esclamò Priscilla.
“Che ha investito Vanessa?!” le fece eco Domitilla fulminandolo con lo sguardo.
“E che poi è scappato?!” finì di dirgli Drusilla.
Marina alzò lo sguardo al soffitto e annuendo rispose. “Si. Proprio lui.”
Gabriele distolse lo sguardo da loro, arrossendo sempre più imbarazzato.
“Ragazze!” le riprese Marina facendo capire loro di dare un taglio a quel loro atteggiamento ostile nei suoi confronti.
“Io però, la mano non gliela stringo!” replicò Drusilla impettita incrociando le braccia sul petto.
“E non dargliela!” rispose Marina scotendo leggermente la testa e tornando a guardare Gabriele gli disse. “La mora è Priscilla. La bionda è Domitilla e la rossa… Drusilla.”
Gabriele tornò a guardarle e annuendo indirizzò loro un accenno di sorriso imbarazzato.
Marina tornò ad Alex e allungando la mano sotto il letto gli disse. “Tesoro? Se esci da li sotto ti faccio conoscere Gabriele. Vuoi conoscere un nuovo amico della mamma?”
Alex la guardò confusa.
“La foto la puoi tenere se ti piace così tanto ma vieni via da la sotto.” Continuò Marina la mano protesa verso di lui.
Gabriele si voltò a guardarla confuso non capendo con chi lei stesse parlando.
“Si tesoro. Bravo. Vieni dalla mamma.” Gli disse Marina.
Alex gattonò verso di lei e una volta fuori da sotto il letto lei lo afferrò e alzandosi in piedi lo prese in collo e gli disse. “Bravo tesoro.” e baciandolo sulla testa aggiunse. “Naturalmente… la foto è rovinata. Grazie tante Alex.” mormorò lanciando un occhiata sulla fotografia stropicciata che lui teneva in mano.
Gabriele si fermò a guardarli sempre più sorpreso.
Marina scosse leggermente la testa contrariata con Alex poi accennando un sorriso andò da Gabriele e fermandosi davanti a lui gli disse. “Questo è Alex. Mio figlio.”
Gabriele accennò un sorriso imbarazzato e allungando la mano verso Alex gli disse. “Ciao Alex. Io sono Gabriele.”
Alex sorrise e dopo avergli mostrato la foto che aveva in mano protese le mani verso di lui.
“Vuole che lo prendi in collo…” gli disse Marina.
“Io?!” esclamò Gabriele confuso.
Marina annuì.
Gabriele la guardò imbarazzo poi allungò le mani verso Alex e dopo averlo afferrato sotto le ascelle lo prese in collo. Alex sorrise allungando le mani sul suo volto.
Le ragazze rimasero a guardarli scotendo la testa sempre più contrariate.
Gabriele sentendosi un po’ più a suo agio fece una panoramica del posto e tornando a guardarla le disse. “E’ davvero molto bella questa stanza. Non sembra nemmeno di essere in un ospedale.”
Marina annuì. “C’è voluto un po’ ma alla fine ce l’abbiamo fatta, vero ragazze?” disse loro sorridendo soddisfatta.
Gabriele tornò a guardarle con il sorriso sulle labbra quando però si ritrovò davanti a tre paia di occhi che lo fissavano in cagnesco arrossì imbarazzato.
Intanto Ester, terminato il suo turno si era già cambiata e le stava raggiungendo nella stanza di Vanessa. Nel vederla arrivare, Marina tornò da Gabriele si riprese Alex dicendogli. “Vieni tesoro. La mamma ha appena finito di lavorare.” e dopo aver ringraziato Gabriele raggiunse la porta della stanza e uscì per andarle incontro.
Sempre più confuso, Gabriele la seguì con lo sguardo, fin fuori dalla stanza. La vide passare Alex ad una ragazza e dopo aver baciato il bambino sulla testa la vide baciare la ragazza sulle labbra.
Priscilla si fermò accanto a lui e con lo sguardo fisso su Marina e Ester gli disse. “Non dirmi… che oltre a un pirata della strada sei anche un guardone?!”
Gabriele si voltò a guardarla imbarazzato. “Io… io no.” balbettò paonazzo e tornando a guardare la Ranieri e la ragazza con cui stava parlando le chiese. “Chi è quella?”
“Ester. La compagna di Marina.” Gli rispose Priscilla lo sguardo ancora fisso su di loro.
Gabriele arrossì sempre più imbarazzato poi le chiese. “E… e Alex di chi è figlio?”
Priscilla si voltò a guardarlo e scotendo la testa incredula rispose. “Di entrambe!”
Gabriele la guardò sorpreso.
“Se hai finito con tutte queste tue domande… ci sarebbe Vanessa di cui occuparsi. Infondo non sei qui per lei?!” gli disse Priscilla fissandolo negli occhi.
“Si. Certo. Cosa… cosa vuole che faccia?” le chiese lui sempre più imbarazzato.
Priscilla allora, raggiunse il tavolino che si trovava sotto la finestra. Prese un agenda e tornando da lui gliela diede dicendogli. “Puoi cominciare… leggendogli questa!”
Gabriele prese l’agenda e sfogliandola confuso le chiese. “Che cos’è?”
“Una storia che ho scritto per Vanessa. La principessa dei Navigli. I disegni invece li ha fatti la sorella di Marina.” Rispose Priscilla indicandogli le pagine con sopra i disegni ad acquarello.
“Oh… quindi… lei… lei scrive storie per bambini?” le chiese Gabriele tornando a guardarla sorpreso.
“No. Scrivo storie solo per Vanessa quando… quando non sono impegnata con gli spettacoli di cabaret.”
“Oh… cabaret.” Mormorò lui sempre più incuriosito. “Quindi… lei canta?”
“Si. A dire il vero tutte noi cantiamo.” rispose Priscilla rivolgendo lo sguardo sulle altre ragazze che nel frattempo erano tornate ad arredare la stanza con dei peluche di Vanessa.
Gabriele le guardò e annuì ritrovando il sorriso.
“Bene… adesso… se non ti dispiace, vai da Vanessa.” Gli disse Priscilla tornando a farsi seria.
Gabriele annuì e raggiunta Vanessa, accostò una sedia al suo letto e dopo essersi seduto si fermò a guardarla in silenzio poi aprì l’agenda che aveva in mano e iniziò a leggerle la storia della Principessa dei Navigli.
Priscilla si fermò a fissarlo per un po’ poi scotendosi dai suoi pensieri tornò con la mente al presente e raggiunte le ragazze diede loro una mano per finire di arredare la stanza di Vanessa.
Capitolo 52
Qualche giorno più tardi Gabriele si trovava seduto accanto al letto di Vanessa e le stava parlando quando sentì qualcuno aprire la porta della stanza e così, sorpreso si voltò per vedere chi era.
Lucrezia fece capolino dalla porta e altrettanto sorpresa di trovarlo lì si affrettò a dirgli. “Scusami. Credevo che fosse sola.”
Gabriele si alzò dalla sedia e rimase in piedi a fissarla in silenzio.
Lucrezia accennò un sorriso imbarazzato. Lo sguardo fisso sui suoi occhi azzurri.
“Vieni pure.” Le disse Gabriele tornando al presente e arrossendo imbarazzato le chiese. “Sei… sei una sua amica?”
Lucrezia entrò nella stanza portandosi dietro un enorme cartella di plastica. “Si. Ciao… mi chiamo Lucrezia.” Rispose lei andandogli incontro. “La sorella di Marina…”
“Oh… la dottoressa Ranieri?”
Lucrezia annuì. “Si. Come sta?” gli chiese indirizzando lo sguardo su Vanessa.
Gabriele si strinse nelle spalle.
Lucrezia andò da Vanessa e dopo averle accarezzato il volto la baciò sulla testa e accennando un sorriso le sussurrò. “Ciao Vanessa. Sono io. Lucrezia Borgia? Sarai contenta di sapere che gli ematomi stanno scomparendo dal tuo volto.”
Gabriele rimase a guardarle con un lieve sorriso sulle labbra.
“La principessa dei Navigli sta tornando ad essere bellissima come sempre.” Aggiunse Lucrezia e tornando a guardarlo gli disse. “Non credo di averti mai visto. Sei forse un amico di Paolo e Francesca?” gli chiese persa nei suoi occhi azzurri.
Gabriele la guardò imbarazzato. “Veramente… io sono Gabriele.” Rispose lui stringendosi nelle spalle.
Lucrezia lo guardò sorpresa. “Oh… il pirata della strada.”
Gabriele annuì contraendo la mascella.
Notando il suo disagio, Lucrezia tornò a guardare Vanessa e le disse. “Sono riuscita a finire il tuo ritratto. Spero che ti piaccia.” Le disse e appoggiando a terra l’enorme cartella l’aprì e tirò fuori un grande foglio con il suo ritratto dipinto con colori pastello. “Ti dispiace tenermelo un attimo?” gli chiese porgendogli il foglio.
Gabriele afferrò il ritratto di Vanessa e incuriosito si fermò a guardarlo.
Lucrezia appoggiò la borsa a tracolla sul letto. L’aprì e recuperato il nastro adesivo tornò da lui. Lo ringraziò e preso il foglio dalle sue mani si guardò intorno alla ricerca di uno spazio vuoto sul quale attaccarlo.
“Secondo me… dovresti metterlo qui.” Le suggerì Gabriele indicandole la parete di fronte al letto di Vanessa.
“Accanto alle Winx?”
“Si.” le confermò Gabriele annuendo.
“Va bene.” Rispose lei. “Visto che sei qui potresti darmi una mano?”
“Cosa vuoi che faccia?”
“Tienimi il foglio fermo mentre io lo attacco.” Rispose Lucrezia passandogli il ritratto di Vanessa.
Gabriele prese il foglio e andò ad appoggiarlo alla parete. “Così va bene?” le chiese tornando a guardarla.
“Un po’ più in alto.”
Gabriele alzò il foglio di qualche centimetro. “E adesso?”
“Si. Così va bene.” rispose lei e raggiungendolo tagliò con i denti alcuni pezzi di nastro adesivo e li attacco ai quattro angoli del foglio. Terminato il lavoro si allontanò per controllare che fosse dritto.
“Allora?” le chiese Gabriele.
Lucrezia annuì soddisfatta. “Perfetto!” rispose lei ritrovando il sorriso.
Gabriele lasciò il foglio e dopo averla raggiunta si fermò accanto a lei ad ammirare il ritratto di Vanessa. “Sei davvero molto brava.” Le disse lui tornando a guardarla.
Lucrezia si voltò a guardarlo. Il suo sguardo si perse per alcuni secondi nel suo e arrossendo imbarazzata mormorò. “Grazie.”
Gabriele arrossì a sua volta. “E’ la verità.” Le disse accennando un sorriso.
“Marina mi ha detto… che stai studiando per diventare architetto.”
“Si.” rispose lui annuendo. “Ancora un anno e poi avrò finito i miei studi.”
“Quindi anche tu devi essere molto bravo a disegnare?”
“Si anche se i miei disegni, sono soprattutto tecnici.” Rispose lui lo sguardo perso sul ritratto di Vanessa affascinato dalla vivacità dei colori che aveva usato. “I miei disegni non hanno niente a che vedere con capolavori come il tuo.”
“Quando sono andata con Marina a Barcellona, sono rimasta molto affascinata dai lavori di Gaudì.”
“Oh… lo conosci?” le chiese lui sorpreso.
“Beh… non di persona visto che è morto nel 1926.” scherzò lei sorridendo divertita. “I suoi lavori però mi sono rimasti nel cuore. Geniale e brillante in tutto quello che ha creato. Un capolavoro dopo l’altro.” Aggiunse tornando a farsi seria. “Quella mescolanza di stili gotico catalano, barocco, liberty internazionale, arabo e mudejar per non parlare poi dell’uso che ha fatto di nuovi materiali di costruzione ed il suo interesse per le forme naturali in funzione decorativa e strutturale. Un genio!”
“Cos’è che ti è piaciuto di più di lui?” le chiese Gabriele annuendo d’accordo con lei.
“Casa Vincens e Casa Guell sono tra le mie preferite ma anche il Parco Guell, Casa Battlò, Casa Milà e poi la Sagrada Familia. Stupenda!”
“E’ stato carino da parte di tua sorella portarti a Barcellona.”
“Si.” rispose lei annuendo. “Tra l’altro, quella è stata anche la prima volta che ho lasciato l’Italia per visitare un altro paese europeo e per di più senza che ci fossero i miei genitori. Eravamo solo noi due. E’ stata una delle esperienze più belle della mia vita.” Gli disse sorridendo. “L’anno seguente invece mi ha portata in Irlanda.”
“Oh… davvero?”
Lucrezia annuì. “Si. Ogni estate mi portava sempre da qualche parte. Londra. Amsterdam. Parigi poi… non so come abbiamo cominciato a seguire ognuna la propria strada. Io di qua e lei di là.” Gli confessò allungando una mano verso la sua sinistra e l’altra verso la sua destra.
“Mi dispiace…” mormorò Gabriele tornando a farsi serio.
Lucrezia si strinse nelle spalle. “Sono cose che capitano ma… per fortuna, ultimamente ci stiamo riavvicinando una all’altra.” Aggiunse ritrovando il sorriso.
“Mi fa piacere per entrambe. Io non so cosa farei senza mia sorella o mio fratello. Litighiamo spesso come tutti i fratelli del resto ma troviamo sempre il modo di fare pace. Non riusciamo proprio a tenerci il muso più di tanto.” Le confessò lui sorridendo.
Gabriele e Lucrezia rimasero per un po’ nella stanza di Vanessa a parlare tra loro. In sottofondo, la musica delle Nipoti delle Sorelle Bandiera a fargli compagnia.
Capitolo 53
Intanto, i giorni passavano senza che Vanessa desse segni di ripresa. Nel frattempo, la tensione montava rampante tra coloro che le volevano bene e che ogni giorno andavano a trovarla nella speranza di trovarla sveglia.
Un pomeriggio come tanti Marina, Gabriele, Priscilla, Domitilla e Drusilla si trovavano nella stanza di Vanessa.
Gabriele prese Marina da parte e le disse. “Dottoressa Ranieri non potrebbe dire loro di chiamarmi per nome? Sono stanco di essere chiamato il pirata della strada ogni volta che vengo menzionato!”
Marina lo guardò da prima sorpresa poi gli disse. “Scusa ma… perché non glielo dici tu? Guarda che non mordono mica?”
Gabriele si voltò a guardarle. Deglutì nervosamente nel vederle parlare tra loro. E così tornò a guardarla e arrossendo imbarazzato rispose. “No. Io non ce la faccio.” Le confessò sempre più a disagio.
Marina allora si voltò verso le ragazze e disse loro. “Ragazze?!”
Priscilla, Domitilla e Drusilla si voltarono a guardarla.
“Gabriele vorrebbe che la smetteste di chiamarlo il pirata della strada!” disse loro Marina guardandole una ad una negli occhi.
Gabriele arrossì sempre più imbarazzato.
“E perché mai? Non è forse questo quello che è?!” rispose Priscilla andando loro incontro.
“Già! Se non fosse per lui, adesso noi non saremmo qui!” aggiunse Domitilla fermandosi accanto a Priscilla.
“E poi… scusa ma… come vorrebbe che lo chiamassimo?” si unì a loro Drusilla.
Gabriele serrò le mascelle. Il sangue intanto che gli saliva prepotentemente alla testa. “Gabriele!” urlò lui a denti stretti.
“Gabriele?” mormorò Drusilla accennando un sorriso.
“Si! Questo è il mio nome ed è così che pretendo di essere chiamato!”
“Oh… ma davvero?” gli disse Priscilla accennando un sorriso ironico.
“Si! Sono stanco di essere il pirata della strada! Mi dispiace per quello che è successo ma… ma non sono solo un pirata della strada!”
“Ah… no? E allora che cosa sei?!” replicò Domitilla.
“Se vi foste degnate di conoscermi meglio, a quest’ora sapreste che ho molti interessi e che investire Vanessa è stato un incidente! La cosa più brutta e traumatizzante che potesse succedermi e… e voi, ogni volta non perdete l’occasione di ricordarmelo!”
“Oh… poverino.” Lo prese in giro Drusilla.
“Smettila!” gli urlò Gabriele.
Nel giro di pochi secondi, le loro urla riempirono la stanza. Le ragazze che lo accusavano per quello che aveva fatto a Vanessa. Gabriele che cercava di difendersi come meglio poteva e Marina, seduta sulla sedia accanto al letto di Vanessa che li osservava in silenzio alzando di tanto in tanto lo sguardo sul soffitto e scotendo la testa con il sorriso sulle labbra.
Improvvisamente.
“Si può sapere perché stanno litigando?” le chiese Vanessa con un filo di voce.
Marina si voltò a guardarla sorpresa.
Vanessa la salutò con un sorriso.
Marina rimase a guardarla con gli occhi lucidi. Incapace di emettere alcun suono.
“Vedessi che faccia che hai.” La prese in giro Vanessa sorridendo sempre più divertita.
“Ti… ti sei svegliata?!” esclamò Marina con le lacrime che le rigavano il volto.
Vanessa annuì.
Gabrielle e le ragazze sentendo Marina parlare, smisero di urlare tra loro e si voltarono a guardarla confusi.
“Vanessa?!” esclamò Drusilla affrettandosi a raggiungerla.
Gabriele, Priscilla e Domitilla la seguirono altrettanto sorpresi. I loro volti però, improvvisamente illuminati da un ampio sorriso.
Vanessa annuì. “Ciao Drusilla.” Le disse lei sorridendo.
Drusilla la baciò sulla testa e tornando a guardarla le disse. “Ci hai fatto prendere un tale spavento!”
“Mi dispiace.” Mormorò Vanessa.
“Come… come stai?” le chiese Priscilla con gli occhi lucidi.
“Mi fa un po’ male la testa ma… ma sono felice di vedervi.”
“A chi lo dici?!” aggiunse Domitilla baciandola a sua volta con le lacrime agli occhi.
“E… e lui chi è?” chiese loro Vanessa fissando confusa il giovane fermo accanto a loro.
“Lui… lui è… è Gabriele!” rispose Priscilla tornando a guardandolo.
Gabriele rimase a fissarla sorpreso poi però, annuì e tornando a guardare Vanessa sorrise e le disse. “Ben tornata tra noi.”
“Grazie Gabriele.” Rispose Vanessa e tornando a guardare Priscilla le chiese. “E’ il tu nuovo fidanzato?”
Priscilla e Gabriele tornarono a guardarsi visibilmente imbarazzati.
Marina, Drusilla e Domitilla scoppiarono a ridere divertite.
Vanessa allora, le guardò confusa.
Marina si schiarì la voce e mentre Gabriele e Priscilla arrossivano sempre più imbarazzati rispose. “No Vanessa. Gabriele non è il suo fidanzato almeno… non per il momento.”
“Peccato. Sembrano così carini insieme.” Rispose Vanessa e tornando a farsi seria le chiese. “Dove sono la mamma ed il papà?”
“Tua madre è andata a cambiarsi e a farsi una doccia. Tuo padre invece, è dovuto andare a lavoro. Sappi però, che sono sempre stati qui con te. Mattina, pomeriggio e sera!”
“Vorrei vederli.” Mormorò Vanessa con gli occhi lucidi.
Marina annuì. “Esco un attimo per chiamarli. Saranno così felici di sapere che ti sei svegliata e che stai bene.” Le disse alzandosi dalla sedia.
Vanessa annuì.
Marina la baciò sulla fronte e recuperato il cellulare dalla borsa uscì dalla stanza per chiamare i suoi genitori.
“Che bella stanza!” esclamò Vanessa sorridendo, facendo una panoramica del posto.
“Ti piace davvero?” le chiese Drusilla.
“Si.” rispose Vanessa. “Siete state voi?” le chiese tornando a guardarla.
Priscilla, Domitilla e Drusilla annuirono.
“Veramente… è stato un lavoro di gruppo. Ognuno di noi a contribuito con qualcosa. Marina, Ester, Alex, Gabriele, Lucrezia e… e vedi tutti quei bigliettini e quei regali?” le disse Drusilla indicandole il tavolino sotto la finestra.
Vanessa annuì.
“Quelli te li hanno portati tutti i tuoi amici e compagni di scuola.”
“Sono tutti per me?” le chiese Vanessa sorpresa.
“Si.” le confermò Drusilla.
“Wow! E non è nemmeno il mio compleanno!” esclamò Vanessa gli occhi che le brillavano eccitati.
Gabriele e le ragazze raggiunsero il tavolino dove presero tutti i bigliettini d’auguri ed i regali che aveva ricevuto dal giorno del suo incidente e andarono ad appoggiarli sul suo letto per mostrarglieli uno ad uno.
Capitolo 54
Vanessa rimase per diversi giorni nel reparto di terapia intensiva del Morandini quando però, fu chiaro dagli esami che non era più in pericolo di vita, venne trasferita nel reparto di pediatria insieme ad altri bambini.
Un pomeriggio particolarmente tranquillo al pronto soccorso, Ester ne approfittò per andare a trovare Marina nel suo studio quando aprì la porta però, la trovò seduta alla sua scrivania con la testa tra le mani ed un espressione sgomentata sul volto.
“Che cos’hai?” le chiese Ester accigliata.
Marina alzò lo sguardo su di lei e con gli occhi lucidi scosse la testa sempre più abbattuta.
Ester allora, si affrettò a raggiungerla dietro la scrivania. La strinse a se e preoccupata le chiese. “E’ successo qualcosa a Vanessa?!”
Marina scosse la testa. “No. Vanessa sta bene.”
“E allora che c’è?” le chiese Ester e prendendole il volto tra le mani, si fermò a guardarla negli occhi.
Marina nascose il volto sul suo ventre e singhiozzando le disse. “Ho… ho appena ricevuto la telefonata dal commissario Micheli.”
“Chi? Quello che si è occupato del tuo caso quando sei… sei stata scippata?” rispose Ester a disagio.
Marina annuì.
“Che voleva da te?” le chiese Ester confusa.
Marina tornò a guardarla e con le lacrime che le rigavano il volto le disse. “E’… è stato arrestato.”
“Chi?” le chiese Ester scotendo la testa sempre più confusa.
“Il tipo.”
“Vuoi dire quello… quello che…”
Marina annuì. “Si. E’ stato fermato per spaccio di droga ma era già ricercato per furto, scippo e a quanto pare… per aver violentato un’altra donna.”
Ester rimase a guardarla a bocca aperta. Incapace di parlare.
Marina stringendosi sempre più a lei tornò a nascondere il volto sul suo ventre prominente.
Ester prese un respiro profondo e facendosi coraggio le chiese. “Che… che cosa voleva da te?”
“Vuole… vuole che lo denunci per lo stupro utilizzando i campioni di sperma che hanno prelevato quando mi hanno portata qui.”
“Scusa ma… ma questa non è una buona notizia?” le chiese Ester un po’ confusa. “Voglio dire… non sei felice di sapere che… che anche grazie a te, quel bastardo verrà rinchiuso in una prigione per un bel po’ d’anni?”
“Certo ma… ma ho anche paura.”
“Paura? E di che cosa, scusa?” le chiese Ester perplessa.
Marina alzò il volto e tornando a guardarla le disse. “E… e se poi viene a sapere di Alex?”
Ester rimase a fissarla senza parole.
“Oh… Ester… Ester… non so proprio che cosa fare.” Mormorò Marina disperata.
“Come non sai cosa fare?! Marina non puoi permettere a quell’uomo di tornare libero dopo quello che ti ha fatto!” esclamò Ester con forza.
Marina tornò a guardarla accigliata. “Tu… tu la fai facile Ester ma… ma io devo pensare anche ad Alex!” le rispose Marina frustrata.
“E… e non denunciando quell’uomo pensi che sia il modo migliore di proteggerlo?!”
“Adesso non ti ci mettere anche tu!” le disse Marina staccandosi dal suo abbraccio. “Se quello scopre che Alex è suo figlio chissà che cosa è capace di fare?!”
“E secondo te… come può mai venirlo a saperlo, è? Nessuno tranne noi, la Gandini ed i nostri genitori sanno che cosa ti è successo e tanto meno, come è nato Alex! Per quanto ne sanno tutti gli altri, Alex è il prodotto di un inseminazione artificiale a cui ti sei sottoposta in una clinica di Londra e questo è tutto!”
“Non lo so Ester. Io… io ho così tanta paura.” Mormorò Marina tornando a guardarla con gli occhi lucidi.
“Posso immaginarlo ma… ti prego Marina, non permettere che la paura ti porti a commettere un errore così grande. Come pensi che ti sentirai da qui ad un mese, un anno, dieci anni sapendo che hai permesso a quell’uomo di tornare a fare del male ad un’altra donna quando invece potevi impedirlo, è?”
Marina rimase a guardarla senza parole.
“Troveremo il modo di proteggere Alex…” continuò Ester.
“E come?”
“Non lo so? Penseremo a qualcosa…” rispose Ester stringendosi nella spalle.
Marina scosse leggermente la testa e schiaritasi la voce le disse. “Ho bisogno di un po’ di tempo per pensarci.”
“Prenditi pure tutto il tempo di cui hai bisogno ma non dimenticare una cosa.”
“Cosa?”
“Che non sei sola Marina. Io sono qui con te così come le nostre famiglie.” Le disse Ester e prendendole il volto tra le mani si fermò a guardarla negli occhi per alcuni secondi e protendendosi verso di lei, la baciò sugli occhi ancora umidi.
Capitolo 55
Un paio di giorni più tardi.
Marina si stava rilassando nella vasca da bagno dopo una lunga giornata di lavoro quando sentì bussare alla porta. Aprì gli occhi e voltandosi verso la porta rispose. “Entra pure.”
Ester fece capolino con il sorriso sulle labbra. “Si è appena addormentato.” Le disse riferendosi ad Alex.
“Prometto… di non dargli mai più la nutella prima di andare a letto. Non lo avevo mai visto così schizzato. Sembrava quasi… che si fosse fatto di cocaina.” Scherzò lei ricambiando il suo sorriso.
“Nutella e bevande gassate sono le droghe dei bambini, non lo sapevi?” le disse Ester raggiungendola. “Com’è l’acqua?”
“Perfetta! Calda al punto giusto. Proprio come piace a me. Vieni.” Rispose Marina allungando la mano verso di lei.
Ester allora, fece scivolare la vestaglia a terra e afferrandole la mano la raggiunse nella vasca.
Marina divaricò le gambe per farle posto e la fece accomodare davanti a lei. Ester si stese con la schiena su di lei e appoggiando la testa sulla sua spalla si lasciò andare ad un sospiro. Marina prese la spugna e gliela passò delicatamente sui seni e giù, fino a raggiungerle il ventre prominente.
“Non vedo l’ora che nasca.” Mormorò Ester con gli occhi socchiusi.
Marina sorrise. “Tranquilla. Ci siamo quasi. Ancora un paio di mesi ed è fatta.” Le disse baciandola sul collo.
“Mi sento… come se avessi mangiato un cocomero intero con tutta la buccia.” Scherzò Ester accarezzandosi la pancia.
“Io… ti trovo bellissima.” Le disse Marina tornando a baciarla sul collo.
“Grazie.” Mormorò Ester poi tornando a farsi seria le disse. “Ho sentito in segreteria, il messaggio del commissario Micheli. Hai forse preso, una qualche decisione?”
“Si.” rispose Marina annuendo.
Ester alzò lo sguardo su di lei. Impaziente di sapere che cosa avesse deciso.
Marina si lasciò andare ad un sospiro. “Mi unirò all’altra donna che ha stuprato per farlo condannare.” Le disse annuendo.
Il volto di Ester si illuminò in un sorriso. “Sono molto orgogliosa di te.” Le confessò prima di baciarla sulle labbra.
Marina annuì e aggiunse. “Spero solo… di non dovermene pentire.” Mormorò scotendo leggermente la testa.
“Conoscendoti… sono certa che questo non succederà mai!”
“Vedremo…” mormorò Marina e lasciandosi andare ad un sospiro la strinse a se.
Il processo si svolse di lì a poco e tra le due accuse di stupro e le altre di spaccio di droga, furto e scippo il giovane venne condannato a vent’anni di carcere che però, come le spiegò il suo avvocato, tra la buona condotta e condoni vari si sarebbe tramutata in una condanna effettiva di non più di dodici, tredici anni di detenzione in un carcere italiano. Una magra consolazione per Marina ma almeno sentiva di avere la coscienza a posto e questo la fece sentire un po’ meglio. Proprio come le aveva detto Ester.
Durante l’udienza in tribunale Marina ebbe modo di vedere il volto del suo stupratore ma a parte quello non volle sapere niente altro di lui. Né chi fosse e tantomeno da dove venisse. Una volta terminato il processo, Marina decise gettarsi tutto alle spalle pur sapendo che quell’episodio sarebbe sempre rimasto con lei, fisso nella sua memoria anche perché, pur volendo dimenticare quel triste episodio della sua vita, Alex le avrebbe sempre ricordato quello che le era successo. Alex. L’unica cosa positiva di tutta quella storia e al quale lei non avrebbe mai fatto mancare il suo amore anche a dispetto di chi era il suo vero padre.
Capitolo 56
Un paio di mesi più tardi.
Marina si trovava nel suo studio quando sentì squillare il telefono. Alzò lo sguardo dalle cartelle che stava aggiornando e afferrata la cornetta rispose. “Pronto?”
“Dottoressa Ranieri mi scusi se la disturbo…”
“Non ti preoccupare Teresa. Di che si tratta?”
“Se non ha dei pazienti… potrebbe raggiungermi al banco dell’accettazione?”
“C’è un emergenza?”
“Si ma non è per quella che la chiamo è meglio… è meglio se viene qui così le spiego tutto di persona.”
“Va bene Teresa. Sto arrivando.” Rispose Marina e riagganciata la cornetta all’apparecchio telefonico e si precipitò fuori dallo studio.
Il tempo di raggiungerla al banco dell’accettazione e le chiese. “Allora Teresa?”
“Poco fa… hanno portato una ragazza ridotta piuttosto male.” Le disse Teresa.
Marina la guardò confusa.
“Franco ed Eva credevano che fosse sua sorella…”
“Lucrezia?!”
“Si.” rispose Teresa e aggiunse. “Ma… ma quando sono andata a vederla, a me non è sembrata lei. Certo… era conciata piuttosto male ma… ma sono certa che non fosse lei!”
“Ne sei certa?!”
Teresa annuì.
“E… e allora perché Franco ed Eva pensavano che fosse Lucrezia?” le chiese Marina sempre più confusa.
“Sono andati a prenderla… nel suo appartamento.”
“Vuoi dire… quello di Lucrezia?!”
Teresa annuì.
“Dove hanno portato la ragazza?” le chiese Marina cominciando a sudare freddo.
“In sala operatoria 1.” Rispose Teresa.
Marina la ringraziò poi con il cuore in gola corse verso la sala operatoria.
Una volta arrivata davanti alla porta della sala operatoria 1 vide Malosti con Ettore, un paio di infermieri ed un anestesista intenti ad operare la giovane donna. Marina raggiunse la stanza adiacente la sala operatoria e dopo aver indossato un camice e preso una mascherina se l’appoggiò sul volto ed entrò nella sala operatoria.
Malosti alzò lo sguardo su di lei. “Dottoressa Ranieri?” le disse sorpreso di vederla lì.
Marina si limitò ad annuire raggiungendo il tavolo operatorio. Diede un occhiata alla paziente. Il volto della giovane era gonfio e pieno di ecchimosi ma non le ci volle molto a capire che non si trattava di Lucrezia.
“Posso esserle utile?” le chiese Malosti fissandola perplesso.
Marina scosse la testa. “No. Credevo che fosse mia sorella ma… ma non è lei.” gli spiegò tirando un sospiro di sollievo.
Malosti indirizzò il suo sguardo sul volto della giovane e tornando a guardarla le chiese. “Sa chi è?”
Marina scosse la testa. “No. Mi dispiace ma non l’ho mai vista prima d’ora. Che cos’ha?”
“Sembra sia stata picchiata di brutto. Ha un emorragia interna, diverse fratture agli arti e ferite da difesa sulle braccia.” Rispose lui scotendo la testa contrariato. Lo sguardo ancora fisso sul volto della giovane.
“Se la caverà?” gli chiese Marina.
“Si. Per sua fortuna… se la si può chiamare fortuna! E’ stata portata qui giusto in tempo.”
Marina annuì. Guardò per un ultima volta il volto della giovane e dopo averlo salutato, lasciò la sala operatoria.
Una volta fuori Marina prese il cellulare e chiamò Lucrezia. Al terzo squillo però entrò in funzione la segreteria telefonica. Terminato il messaggio registrato le disse. “Lucrezia sono Marina! Chiamami appena senti questo messaggio!” e richiuso il cellulare fece ritorno al suo reparto.
Le ore passarono senza che Lucrezia la richiamasse e così, sempre più preoccupata per lei aspettò che fosse finito il suo turno e dopo aver avvertito Ester si precipitò fuori dal Morandini per raggiungere l’appartamento di Lucrezia. Al suo arrivo trovò un agente di polizia fermo fuori dall’appartamento. La porta dell’appartamento era stata lasciata aperta. Marina sentì alcune voci provenire dall’interno dell’appartamento. Prese un respiro profondo per farsi coraggio e raggiunto l’agente di polizia appostato lì fuori gli chiese. “Posso entrare?”
“Chi è lei?” gli chiese il giovane agente accigliato, squadrandola dalla testa ai piedi.
“Mi chiamo Marina Ranieri. Mia sorella abita in questo appartamento.”
Il giovane agente annuì. “Dentro c’è il commissario Micheli e alcuni uomini della scientifica. Se vuole, può parlare con lui del caso.”
“Grazie.” Rispose Marina e preso un altro respiro profondo varcò la soglia dell’appartamento.
Una volta dentro l’appartamento Marina si trovò circondata da schizzi di sangue. Sulle pareti. Sul pavimento. I soprammobili invece, gettati sul pavimento e mobili e libri sparsi un po’ ovunque come se vi fosse appena passato un uragano. A piccoli passi e facendo attenzione a dove metteva i piedi raggiunse il salotto. Vide il commissario Micheli che in quel momento le dava le spalle. Stava controllando alcuni documenti che si trovavano sopra la scrivania di Lucrezia. Nella stanza con lui c’erano anche un paio di uomini della scientifica intenti a raccogliere impronte digitali e reperti utili per la loro indagine.
“Commissario?” lo chiamò Marina per attirare la sua attenzione.
Il commissario si voltò. “Oh… Dottoressa?!” esclamò sorpreso di vederla. “La prego… non mi dica che questa è casa sua?” aggiunse osservandola accigliato.
Marina scosse la testa. “No di mia sorella. E’ qui?” gli chiese guardandosi intorno nella speranza di trovarla li.
“No. L’unica persona che si trovava qui, è stata portata al pronto soccorso.”
“Si. L’ho vista ma… ma è da un po’ che sto cercando mia sorella. I miei genitori hanno provato anche loro a contattarla ma senza successo.”
“Mi dispiace dottoressa… non so che dirle.” Rispose il commissario stringendosi nelle spalle e aggiunse. “Ma… se mi fa avere una sua fotografia posso farla cercare dai miei uomini.”
Marina annuì e facendo attenzione a dove metteva i piedi, raggiunse il mobile che si trovava dietro di lei. Aprì il secondo cassetto e recuperato un album di fotografie ne prese una di Lucrezia che sorrideva. Rimase a fissarla per alcuni secondi poi lasciandosi andare ad un sospiro fece ritorno dal commissario e gli diede la fotografia di Lucrezia. “E’ stata scattata un paio di mesi fa.” Gli disse tornando a guardarlo negli occhi.
Il commissario Micheli prese la fotografia. La osservò attentamente per imprimersi nella mente il volto di sua sorella poi incontrando il suo sguardo le disse. “Diramerò la foto a tutti i distretti di polizia.”
“Grazie.” Mormorò lei annuendo.
Marina rimase ancora un po’ a parlare con il commissario Micheli il quale le raccontò che un vicino di casa, sentendo le urla di una donna ed un uomo che litigavano, aveva chiamato il 113 ma quando lui ed i suoi uomini si erano recati sul posto, avevano trovato solo la giovane svenuta sul pavimento del salotto. Picchiata a sangue e priva di sensi. L’identità dell’aggressore era ancora sconosciuta. L’unica cosa che erano riusciti a scoprire fino a quel momento era il nome della giovane donna. Antonella Lucarelli. Marina però, gli confessò di non avere la minima idea di chi fosse quella donna.
Capitolo 57
Per un paio di giorni Marina ed i suoi genitori provarono a contattare Lucrezia senza però riuscire a parlare con lei. Sembrava proprio che fosse sparita dalla faccia della Terra. Il terzo giorno però, dopo un intenso turno di lavoro al pronto soccorso con il pensiero fisso su sua sorella, Marina stava guidando verso l’appartamento di Giuseppe per andare a prendere Alex quando sentì le note della suoneria del cellulare riecheggiare nell’abitacolo.
Il tempo di controllare il nome sul display e vedendo che si trattava di Lucrezia si mise l’auricolare e rispose. “Si può sapere dove accidenti sei?!”
“Ciao Marina.”
“Ciao un accidenti! Ti rendi conto che sono giorni che ti stiamo cercando? Io, la mamma, papà e anche la polizia!”
“Mi dispiace Marina…”
“Dove sei?!”
“Da un amico…”
“Che amico?”
“Un amico.”
“Voglio vederti!”
“E’ meglio di no Marina… non voglio coinvolgerti in questa brutta storia! Ho… ho troppa pura che mi trovi o che possa farti del male!”
“Di chi stai parlando?”
“Del marito di Antonella.”
“E’… è lui che l’ha ridotta in quello stato?!”
“Si.”
“E tu… tu come stai?”
“A parte un occhio nero… diciamo abbastanza bene.”
“Ha picchiato anche te?!”
“Si ma sono scappata in tempo. Come sta Antonella?”
“Ha ripreso conoscenza ma non ha voluto dire alla polizia chi l’ha picchiata.”
“Ma… ma se la caverà?”
“Si. Adesso è fuori pericolo. Lucrezia dimmi dove sei che vengo a prenderti.”
“Marina io…”
“Lucrezia ti ho detto di dirmi dove accidenti sei?!”
“Te l’ho detto, da un amico…”
“Dove abita questo tuo amico?!” insistette Marina.
“No Marina. Preferisco non coinvolgerlo ulteriormente in tutta questa faccenda.”
“E allora… dammi un appuntamento da qualche altra parte ma ho davvero bisogno di vederti!”
Silenzio.
“Lucrezia!”
“E che diamine Marina… sto pensando a dove incontrarti.”
“Oh…” mormorò Marina imbarazzata.
“Ti ricordi il bar dove siamo andate due mesi fa?”
“Lucrezia? Due mesi fa siamo state in più di un bar… non potresti essere un po’ più precisa?”
“Come si chiamava… ah… si… La Lanterna di Aladino.”
“Il bar degli sconvoltoni?”
“Veramente sono artisti!”
“Comunque sia… dimmi tra quanto tempo puoi incontrarmi lì?”
“Anche subito.”
“Sto arrivando!”
“Mi raccomando Marina… fai attenzione a che nessuno ti segua.”
Marina rimase senza parole poi istintivamente lanciò un occhiata allo specchietto retrovisore per controllare le macchine dietro di lei.
“Marina?”
“Si. Ho capito! Dammi il tempo di raggiungerti.”
“Ti ricordi dove si trova?”
“Si.”
“D’accordo. Ci vediamo lì.”
Terminata la telefonata Marina si tolse l’auricolare e si concentrò sulla guida.
Arrivata sul posto parcheggiò l’auto. Scese. Controllò che nessuno l’avesse seguita e attraversata la strada si diresse verso il bar, La lampada di Aladino.
Era appena entrata quando un cameriere le andò incontro.
“Buon pomeriggio.” La salutò il giovane sfoderando un sorriso a trentadue denti.
“Salve. Sto cercando una persona.” Rispose Marina guardandosi intorno alla ricerca di Lucrezia e quando la vide, seduta ad uno dei tavolini che si trovavano infondo al locale tornò a guardarlo e aggiunse. “L’ho trovata! Grazie…”
“Vuole che le porti qualcosa?” le chiese il giovane.
“Si. Due cappuccini. Grazie.”
Il giovane annuì e dopo averla ringraziata si allontanò per raggiungere il bancone del bar.
Marina invece si affrettò a raggiungere il tavolo di Lucrezia.
“Ciao.” La salutò Lucrezia. L’occhio sinistro gonfio con tonalità violacee.
“Bastardo!” esclamò Marina a denti stretti e prendendola per il mento le fece alzare il volto per controllarle meglio l’occhio.
“Tranquilla non fa molto male… almeno che non lo si tocchi.”
“Si può sapere che accidenti ti è successo?!” le chiese Marina sedendosi davanti a lei.
Il giovane cameriere le raggiunse al tavolo portando loro i due cappuccini.
Marina e Lucrezia lo ringraziarono e quando si fu allontanato Lucrezia cominciò a raccontarle tutto quanto. Le parole le uscivano dalla bocca come fiumi in piena mentre gli occhi si facevano sempre più lucidi e così, Marina venne a sapere che Antonella faceva parte del gruppo di donne del centro dove Lucrezia prestava servizio e che colpita dalla drammaticità della sua storia familiare e mossa a compassione, le aveva proposto di andare a stare da lei fino a quando non avesse trovato un lavoro e un appartamento tutto suo. Il marito però, in qualche modo era riuscito a rintracciarla e a scoprire dove abitava. Lucrezia che non aveva mai visto il marito di Antonella prima della famosa sera dell’aggressione e sentendo suonare il campanello era andata ad aprire la porta. Nel trovarsi davanti ad un giovane di bell’aspetto gli aveva chiesto in cosa potesse aiutarlo quando però, il giovane le aveva chiesto di vedere Antonella, Lucrezia allora, intuendo la sua reale identità aveva cercato di chiudergli la porta in faccia. Il giovane però, bloccata la porta con un piede si era fatto largo nell’appartamento e prima che lei potesse reagire le aveva dato uno schiaffo così forte da farla cadere a terra. Antonella nel sentire le loro voci concitate si era precipitata verso l’ingresso per vedere cosa stesse succedendo. Alla vista di Lucrezia riversa sul pavimento stava andando da lei per aiutarla quando il marito afferrandola per i capelli l’aveva trascinata in salotto. Lucrezia allora, confusa ed in preda al panico, era corsa fuori dall’appartamento.
Marina vedendo Lucrezia piangere come una bambina, si alzò dalla sedia e dopo averla raggiunta la strinse forte a se.
“Mi dispiace per Antonella ma… ma ho avuto troppa paura.” mormorò Lucrezia tra le lacrime. Il volto nascosto sul suo petto.
“Probabilmente… se fossi rimasta lì, ti avrebbe riservato lo stesso trattamento della moglie.” Le disse Marina accarezzandole la testa per tranquillizzarla.
“Lo so ma… ma avrei dovuto fare qualcosa. Potevo… potevo chiamare la polizia e… e invece ho pensato solo a correre il più lontano possibile da quell’inferno.”
Marina annuì d’accordo con lei pensando tra se, che in effetti avrebbe dovuto fare qualcosa per aiutare la sua amica. Vista la situazione però, preferì tenere per se quella sua considerazioni.
“Sono una vigliacca!”
Marina si lasciò andare ad un sospiro poi le disse. “Non è troppo tardi per rimediare.”
“E come?” le chiese Lucrezia tornando a guardarla confusa.
“Come? Denunciandolo!”
“Tu sei pazza! Quell’animale è capace di ammazzarmi di botte se viene a sapere che l’ho denunciato! Tra l’altro sa anche dove vivo. No Marina… mi dispiace ma non se ne parla proprio!”
“Guarda che è solo denunciandolo che puoi eliminarlo dalla tua vita e poi vedrai, una volta in prigione non farà più del male a nessuno. Né a te e tantomeno a questa tua amica.” Insistette Marina.
Lucrezia rimase a fissare il tavolino persa nelle sue riflessioni.
“Non dirmi Lucrezia… che vuoi continuare a nasconderti da lui per il resto della tua vita?”
“No certo che no ma… ma nemmeno ho voglia di morire giovane. Hai visto anche tu quello che ha fatto a Antonella, no?” rispose Lucrezia.
“Si ed è proprio per questo che devi denunciarlo e convincere la tua amica a fare lo stesso! Sono certa… che tra i reperti medici e le vostre testimonianze qualche anno di galera non glieli toglie nessuno!”
“E poi?”
“E poi cosa?” le chiese Marina confusa.
“Quando esce di prigione è capace di venire a cercarci e farci fuori ad entrambe! No Marina, io dalla polizia non ci vado!”
“Senti Lucrezia perché invece di preoccuparti del futuro non pensi al presente! Intanto denuncialo per quello che ti ha fatto e poi si vedrà il da farsi! Possiamo sempre vendere l’appartamento e comprartene uno nuovo in un’altra zona della città.” insistette Marina. “Lo so che non è una cosa facile ma… se vuoi tornare ad avere il controllo della tua vita questa è l’unica cosa da fare!”
“Ho troppa paura.”
“Beh… se può tranquillizzarti, possiamo chiedere a papà di assumere una guardia del corpo.” Le disse Marina accennando un sorriso per stemperare un po’ l’atmosfera.
“Tu scherzi Marina ma se papà viene a sapere di tutta questa storia, è capacissimo di assumere davvero una guardia del corpo che mi segua ventiquattrore su ventiquattro.” Rispose Lucrezia.
Marina tornò a farsi seria e aggiunse. “Conosco il commissario che si occupa del caso. E’ lo stesso che si è occupato del mio scippo. Posso telefonargli e accompagnarti da lui…” provò a dirle.
“Ti prego Marina.” piagnucolò Lucrezia.
“Lo sai anche tu… che questa è l’unica cosa da fare.” Si limitò a dirle Marina imperterrita guardandola dritta negli occhi.
Lucrezia si lasciò andare ad un sospiro. Le lacrime intanto, erano tornate a rigarle il volto.
Capitolo 58
Intanto al Morandini.
Ester arrivata agli ultimi giorni di gestazione ma non volendoli passare a casa aveva chiesto ed ottenuto dal professor Danieli il permesso per lavorare dietro al banco dell’accettazione insieme a Teresa. Il suo lavoro consisteva nel registrare sul computer le cartelle cliniche dei pazienti che venivano ricoverati e rispondere alle telefonate in arrivo.
“Avete saputo qualcosa di Lucrezia?” le chiese Teresa dandole le spalle.
“Da quello che mi ha detto mio padre, sembra che abbia contattato Marina.”
“Speriamo che stia bene. Che storia…”
“Hai visto in che stato era la sua amica?”
Teresa annuì. “Secondo te chi l’ha ridotta in quello stato?”
“Non ne ho idea.” Rispose Ester stringendosi nelle spalle. “Il commissario Micheli sta cercando di farselo dire ma lei continua a rifiutarsi di fare il nome del suo aggressore sembra però, che in passato abbia avuto dei problemi con il marito.”
“Davvero?”
Ester annuì. “Pare… che non sia la prima volta che viene ricoverata in un pronto soccorso per degli strani incidenti a detta sua casalinghi.”
“Figurati… incidenti casalinghi… sarà stato il marito a picchiarla!”
“E’ quello che pensa anche il commissario Micheli ma fino a quando lei non fa il nome del marito, lui non può fare niente.”
“A certi uomini… dovrebbe essere impedito di sposarsi! Ma dico io… con che coraggio si può picchiare in quel modo una donna?! C’è mancato poco… che l’ammazzasse!” esclamò Teresa sempre più indignata.
“Io… io ho avuto una relazione con un tipo simile ma dopo la prima sberla che mi ha dato, ho troncato subito la relazione!”
“E hai fatto bene! Quelli non sono uomini sono solo dei vigliacchi! Ci vorrebbe qualcuno grande e grosso come loro che li prendesse a schiaffi dalla mattina alla sera e poi vedi come cambierebbero registro!”
Ester annuì d’accordo con lei.
“Ma dimmi… avete fatto pace tu e la Ranieri?” le chiese Teresa voltandosi a guardarla.
“Veramente non è che abbiamo proprio litigato.” Rispose Ester arrossendo imbarazzata.
“Ma… ma se le urla si sentivano fino da qui?!”
“Era… era solo preoccupata.”
Teresa la guardò confusa.
“Voleva che prendessi il congedo di maternità e stessi a casa a riposarmi…”
“Beh… non è che avesse tutti i torti.” Le disse Teresa tornando al suo lavoro.
“Lo so ma… ma l’idea di starmene tutto il giorno seduta a casa senza fare niente mi deprimeva così tanto che mi sono detta, se devo starmene seduta a casa posso anche stare seduta qui e fare qualcosa di utile almeno… fino a quando nasce il bambino.”
“In effetti…” mormorò Teresa. “E poi… devo proprio dirtelo, hai fatto davvero un ottimo lavoro qui. Mi sento male al solo pensiero di quando tornerai a lavorare in reparto.” Le confessò Teresa accennando un sorriso.
Ester arrossì imbarazzata.
“Prima che tu arrivassi qui… c’era un tale caos.” Continuò Teresa.
“Grazie.” Mormorò Ester sempre più imbarazzata.
“Sono io che devo ringraziarti.” Le disse Teresa ricambiando il suo sorriso e voltandosi tornò alle sue cartelle.
“Teresa?!” esclamò Ester.
Teresa si voltò a guardarla.
“Mi… mi dispiace.” mormorò Ester in piedi davanti a lei. Le gambe leggermente divaricate ed i piedi, in mezzo ad una pozza d’acqua.
“Che… che… Oh mio Dio Ester?!” esclamò Teresa scioccata fissando anche lei l’acqua che si trovava sul pavimento.
“Vado… vado a prendere qualcosa per…”
“Mah… ma cosa dici?! Ti… ti si sono rotte le acque?!”
“Credo di si…” rispose Ester guardandola confusa.
“Lascia perdere il pavimento a quello ci penserà un addetto delle pulizie!” le disse Teresa sempre più agitata. “Aspetta… ti vado a prendere una sedia a rotelle!” esclamò affrettandosi fuori dal banco dell’accettazione. Vedendo arrivare Rocco gli urlò. “Rocco?!”
Rocco si voltò a guardarla sorpreso.
“Ester!” esclamò lei spingendo la sedia a rotelle. Lo sguardo su Ester ancora in piedi dietro al banco dell’accettazione.
Rocco nel vedere Ester che lo guardava spaventata si affrettò a raggiungerla.
“Come stai?” le chiese porgendole il braccio.
“E’… è stato così improvviso. Stavo parlando con Teresa e poi… poi.”
“Non ti preoccupare.” Le disse Rocco. “E’… è tutto al posto.”
“Vieni Ester. Siediti.” Le disse Teresa.
“Grazie.” Rispose Ester e appoggiandosi ad entrambi si sedette sulla sedia a rotelle.
“Mentre tu l’accompagni di sopra io avverto la dottoressa Carignani!” Gli disse Teresa.
Rocco annuì.
“Teresa?”
“Si Ester?”
“Potresti chiamare anche Marina e mio padre?”
“Tranquilla Ester… li chiamo subito dopo aver avvisato la dottoressa Carignani.”
“Grazie.” Rispose Ester lasciandosi andare ad un sospiro.
Rocco salutò Teresa e spingendo la sedia a rotelle si diresse con Ester verso il reparto di ostetricia.
Marina nel frattempo, una volta pagati i due cappuccini e prima che Lucrezia cambiasse idea la accompagnò alla macchina e raggiunto il distretto di polizia si fecero ricevere dal commissario Micheli.
“Quindi… lei è certa signorina Ranieri che questo è l’uomo che l’ha picchiata?” le chiese il commissario Micheli mostrando a Lucrezia una foto di Giorgio Lucarelli. Il marito di Antonella.
“Si! Non dimenticherò mai la sua faccia finché vivrò!” rispose Lucrezia e aggiunse. “Sembrava un ragazzo come tanti…”
In quel momento vennero interrotti dalla suoneria del cellulare di Marina.
“Scusatemi.” Disse loro Marina affrettandosi a recuperare il cellulare dalla borsa. Nel vedere sul display che la chiamata proveniva dal Morandini si alzò dalla sedia e aggiunse. “Una chiamata dal pronto soccorso.”
Il commissario Micheli annuì facendole capire che poteva rispondere.
Marina allora si allontanò dalla sua scrivania e raggiungendo la porta rispose. “Pronto?”
“Dottoressa Ranieri?”
“Si. Dimmi Teresa.”
“Mi dispiace disturbarla ma… Ester…”
“Che le è successo?!” le chiese Marina interrompendola.
“No. Niente di grave è solo che… che le si sono appena rotte le acque e…”
“Che cosa?! Arrivo subito!” le disse Marina e prima che Teresa avesse il tempo di aggiungere altro richiuse il cellulare e tornò da Lucrezia e dal commissario.
“Tutto al posto?” le chiese Lucrezia notando la sua espressione preoccupata.
“Ester!” esclamò lei scotendo la testa.
“Cosa le è successo?” le chiese Lucrezia altrettanto preoccupata.
“Le si sono rotte le acque!” rispose Marina agitata.
“Oh mio Dio! Devi andare subito da lei!” le disse Lucrezia alzandosi dalla sedia eccitata.
“E… e tu?” le chiese Marina confusa.
“Io ti raggiungo al Morandini appena ho finito con il commissario Micheli.” La tranquillizzò Lucrezia tornando a guardare il commissario con il sorriso sulle labbra.
“Per me va bene.” Rispose lui ricambiando il suo sorriso.
“Ne sei certa?”
“Si Marina. Vai. Non preoccuparti per me.” Insistette Lucrezia stringendola in un abbraccio.
“Va bene ma… come pensi di venire?”
“Prenderò un taxi.”
“I soldi li hai?”
“Si Marina.”
“Ok. Io allora vado?”
“Si Marina. Vai. Vai da Ester.”
Marina annuì e tornando a guardare il commissario gli disse. “Ci vediamo?”
“Si. La contatterò nei prossimi giorni per farle sapere gli sviluppi sul caso intanto, lei vada pure dalla sua compagna e… congratulazioni!”
“Grazie commissario.” Rispose Marina ricambiando il suo sorriso.
Il tempo di salutarli e Marina si precipitò fuori dall’ufficio.
Marina stava guidando in mezzo al traffico quando sentì la suoneria del cellulare. Prese la borsa dal sedile del passeggero e con un occhio sulla strada recuperò il cellulare. Controllò il nome display. Ester.
Inserì l’auricolare e rispose. “Ester?”
“Si.”
“Come stai?”
“Insomma… avevi ragione… fa un male cane! Tu dove sei?”
“In macchina. Sto arrivando!”
“Marina?”
“Si?”
“Se non ti dispiace… preferirei se tu prendessi un taxi.”
“Che cosa?! E perché mai?”
“Mi sentirei più tranquilla.”
“Tranquilla?”
“Lo sai cosa penso della tua guida…”
“Di… di cosa stai parlando?” le chiese Marina sempre più confusa.
“Del fatto che guidi la tua auto neanche fosse una Ferrari sul circuito di Monza. Ecco di cosa sto parlando!” rispose Ester.
Marina accennò un sorriso.
“E se guidi in quel modo quando vai a fare la spesa… figurarsi come starai guidando in questo momento?!” aggiunse Ester.
“Non ti preoccupare… ti prometto che farò molta attenzione.” Le disse Marina alzando un po’ il piede dal pedale del gas per decelerare.
“No Marina!”
“Mah… ma sono già in auto! Non puoi chiedermi di mollarla in mezzo alla strada per prendere un taxi?!” protestò Marina.
“Marina?!”
Marina sbuffò. “E va bene! Prenderò un taxi!”
“Grazie. Ti amo.”
“Io invece… in questo momento nemmeno un po’!”
“Bugiarda!”
Marina accennò un sorriso e aggiunse. “Ti amo.” Le disse guardandosi intorno alla ricerca di un parcheggio.
“Ti richiamo tra un po’.” gemette Ester in preda alle doglie.
“Va bene.” Rispose Marina desiderando più che mai di raggiungerla.
Le ci volle un po’ di tempo prima di riuscire a trovare un parcheggio ma quando finalmente ne trovò uno libero ci si fiondò con l’auto e dopo aver lasciato nel parchimetro tutti gli spiccioli che era riuscita a trovare nella borsa chiuse l’auto e si mise alla ricerca di un taxi.
I minuti passavano rapidi senza che Marina riuscisse a fermare un taxi.
“Maledizione Ester! Perché accidenti ti ho ascoltata?!” esclamò agitando le braccia in aria nel tentativo di fermare un taxi. “Giuro… che se anche tu non ti fermi, al prossimo mi ci butto sotto!”
Il tassista però, quasi l’avesse sentita, inserì la freccia e si fermò davanti a lei.
Marina tirò un sospiro di sollievo. Rincuorata al pensiero di non essere stata costretta a passare alle vie estreme. Salì sul taxi. Diede all’autista l’indirizzo del Morandini e si lasciò andare sul sedile, lo sguardo fisso fuori dal finestrino.
Il tassista attivò il tassametro e rientrando nella corsia di marcia iniziò a farle una telecronaca della sua giornata di lavoro passando poi a parlarle degli strani clienti che gli erano capitati fino a quel momento.
Marina per niente interessata ai suoi discorsi si limitò ad annuire quando però, sentì la suoneria del suo cellulare si scusò con lui e vedendo che si trattava di Ester rispose. “A che punto sei?” le chiese.
“Ancora niente e tu? Hai preso il taxi?”
“Si. In questo momento sono nel taxi. Contenta?”
“Fammi parlare con l’autista!”
“Che cosa?!”
“Marina!”
“Ti prego Ester non chiedermi questo…” la supplicò Marina lanciando un occhiata disperata verso la nuca del tassista.
“Se sei davvero in un taxi… non dovrebbe essere un problema farmi parlare con lui?” insistette Ester.
“Pensi che ti stia mentendo?!” le chiese Marina incredula.
Silenzio.
“E va bene!” esclamò Marina il sangue che le bolliva nelle vene come lava incandescente. “Ti faccio parlare con lui!” le disse e togliendosi l’auricolare si protese verso il tassista e gli disse. “Senta.”
“Si?”
“Potrebbe parlare con la mia compagna e dirle che sono sul suo taxi?” gli chiese Marina arrossendo imbarazzata.
L’uomo si voltò a guardarla confuso.
“Attento!” gli urlò Marina vedendo che stava per colpire il parafango di un auto che si trovava ferma al semaforo davanti a loro.
Il tassista inchiodò l’auto tornando a guardare la strada di fronte a lui.
Marina tirò un sospiro di sollievo. La fronte imperlata di sudore freddo.
“Che cosa vuole che faccia?” le chiese il tassista tornando a guardarla.
“Deve dire alla mia compagna che sono nel suo taxi!” gli ripeté lei.
“E perché mai?”
“Senta… lei glielo dica e basta!” insistette Marina allungandogli l’auricolare.
“Come… come si dovrebbe mettere questo coso?” le chiese l’uomo trafficando con l’auricolare.
Marina scosse la testa contrariata poi si protese verso di lui e dopo avergli sistemato l’auricolare nell’orecchio sbuffò e tornò a sedersi sul sedile. Lo sguardo fisso sullo specchietto dell’auto e sugli occhi del tassista.
“Salve.” Rispose lui.
“E’ verde!” gli fece notare Marina cercando di ritrovare il controllo di se.
Il tassista inserì la marcia e ripartì. “Si. Si. E’ qui con me.”
Marina allora, pensando che lui avesse finito di parlare con Ester, si aspettava di ricevere indietro l’auricolare quando invece lo sentì dire. “Trent’anni! Si. Prima? Prima il meccanico… per circa dieci anni.”
Marina non sapeva più se urlare o scoppiare a ridere.
“Sessantacinque! Grazie. Si. No. No. Mai avuto un incidente!”
La notizia rincuorò anche Marina.
“Oh… il primo? No. Io tre. Beh… veramente mia moglie. Si. L’ho portata io in ospedale. Si tutte e tre le volte.”
Marina si lasciò andare ad un sospiro sapendo di non avere più alcuna speranza di recuperare il suo cellulare e tanto meno di parlare con Ester.
“Due maschi e una femmina!” disse lui ingalluzzito.
“Attento! Il ragazzo in bici!” esclamò Marina indicandogli il giovane che stava tagliando loro la strada in sella alla sua mountain bike.
“Uno di questi giorni… me ne porto uno a casa!” rispose il tassista suonandogli il claxon. “No. No. Niente Ester… solo uno stupido ciclista. Si. Si. Sta bene. No. Non lo abbiamo nemmeno toccato, non è vero Marina?” gli chiese lui voltandosi a guardarla con un sorriso complice sulle labbra.
Marina alzò il sopracciglio desto per niente felice di sentirsi chiamare per nome da quel perfetto estraneo. Ci mancava che Ester lo invitasse anche a cena ed erano al posto, pensò lei tra se scotendo leggermente la testa.
“No. No. Tranquilla Ester… te la porto sana e salva.” Le disse il tassista sorridendo. “Tu però, aspetta un po’ va bene?”
Il tempo che Ester gli desse la risposta e il tassista si tolse l’auricolare e glielo restituì. “L’aspetta!” le disse con il sorriso sulle labbra.
Marina staccò l’auricolare dal cellulare e portandoselo all’orecchio disse. “Ester?”
Ester però aveva già riattaccato.
“Quindi…” continuò il tassista. “Voi due siete una coppia?!” le disse lanciandole un sorriso dallo specchietto dell’auto. Un occhio intanto sulla strada davanti a lui.
Marina annuì.
“Da quanto tempo state insieme?” le chiese.
Il resto del viaggio fu per Marina un incubo ad occhi aperti. Un susseguirsi di domande da parte del tassista alle quali lei non poté fare a meno di rispondere soprattutto non volendo ferire i suoi sentimenti ma appena arrivarono al Morandini, si affrettò a dargli i soldi della corsa e lasciandogli il resto di mancia scese dal taxi.
L’uomo la richiamò.
Marina tornò a guardarlo dal finestrino aperto.
L’uomo sorrise e allungandole un biglietto da visita le disse. “Mi raccomando… mi chiami per farmi sapere se è maschio o femmina!”
Marina prese il biglietto in mano e per alcuni secondi rimase a fissarlo incredula quando però tornò a guardarlo accennò un sorriso e rispose. “Si. Lo farò!”
L’uomo ricambiò il suo sorriso e dopo averla salutata si allontanò con il suo taxi.
Marina rimase a guardare l’auto che si allontanava poi tornando improvvisamente al presente e ricordandosi del motivo per cui si trovava lì, mise il biglietto da visita in tasca e si precipitò all’interno del pronto soccorso.
“Teresa?!” esclamò raggiungendo il banco dell’accettazione.
“E’ di sopra con la dottoressa Carignani!” si affrettò a dirle Teresa.
“Grazie!” rispose Marina affrettandosi a raggiungere l’ascensore.
Marina era appena scesa dall’ascensore quando vide Giuseppe seduto su una sedia fuori dalla sala di ostetricia. Gli andò incontro e dopo averlo salutato con un bacio gli chiese. “A che punto sono?”
“Non lo so. Fino a qualche minuto fa ho sentito Ester urlare. Proprio come quando tu hai avuto Alex ma… ma è da un po’ che non sento più niente e… e nessuno si degna di venire a dirmi se è tutto al posto!” rispose Giuseppe scotendo la testa preoccupato.
“Vado a vedere cosa succede.” Si affrettò a dirgli Marina. Il cuore intanto, aveva preso a batterle nel petto a ritmi incalzanti e dopo averlo salutato entrò nella stanza antistante la sala ostetricia. Prese un camice ed una cuffia e dopo averli indossati entrò nella sala.
“Marina?!” esclamò Ester nel vederla.
Marina sorrise e dopo averla raggiunta le strinse la mano e protendendosi verso di lei la baciò sulle labbra. “Sono qui.” Rispose tornando a guardarla negli occhi.
“Mi sono fatta fare l’epidurale.” Le disse Ester.
“Hai fatto bene.” Rispose Marina accarezzandole il volto. “Come ti senti?”
“Molto meglio.”
Marina sorrise rincuorata.
“Ester?” le disse la Carignani. “Adesso puoi anche spingere.”
Ester annuì e stringendo la mano di Marina fece come le era stato chiesto e tornò a spingere.
“Brava Ester… si… così.” Mormorò la dottoressa Carignani.
“Sta uscendo?” le chiese Marina.
La dottoressa Carignani annuì. “Si. Vedo la testa. Ester spingi ancora un po’…” le disse tornando a guardarla.
Ester annuì e raccogliendo a se tutte le forze che le erano rimaste tornò a spingere.
“Brava… continua così.” Le disse Marina incitandola con il suo sorriso.
Ester spinse e spinse con tutte le sue forze. Il volto arrossato e madido di sudore.
“Ci siamo quasi…” mormorò la dottoressa Carignani. “Ancora un ultimo sforzo ed è fatta.”
Il tempo di riprendere fiato e Ester tornò a spingere.
“E’ una bambina.” Annunciò loro la dottoressa Carignani.
“Ce l’hai fatta!” le disse Marina sorridendo.
“Una bambina… non ci posso credere.” Mormorò Ester con le lacrime agli occhi.
“Dottoressa Ranieri?” le disse la Carignani.
“Si?”
“Vuole avere l’onore di tagliarle il cordone ombelicale?” le chiese.
Marina annuì ed emozionata tornò a guardare Ester. La baciò sulle labbra e allontanandosi da lei raggiunse la dottoressa Carignani che intanto l’attendeva con le forbici appoggiate sul palmo della mano.
Marina si fermò per alcuni secondi a guardare la bambina con il sorriso sulle labbra poi prese le forbici dalla mano della Carignani e seguendo le sue istruzioni tagliò il cordone ombelicale.
Un infermiera stava per prendere la bambina quando Marina le chiese. “Posso?”
La giovane la guardò confusa poi incerta sul da farsi rivolse il suo sguardo sulla dottoressa Carignani che annuì rassicurandola con un sorriso.
Marina allora, prese la bambina tra le braccia e tenendola stretta a se andò ad appoggiarla sul lettino lì accanto. La ripulì per bene e dopo averla avvolta in un telo la portò a Ester.
“Com’è?” le chiese Ester.
“Bellissima! Come la madre.” Rispose Marina e facendo attenzione gliela passò.
Ester strinse la bambina a se e con il sorriso sulle labbra le disse. “Ciao piccolina.”
“Ester?” le disse Marina.
“Si?”
“Stavo pensando… che ne dici di chiamarla come tua madre?” le chiese Marina con gli occhi che le brillavano eccitati.
“Elisabetta?” mormorò Ester guardandola sorpresa.
Marina annuì. Persa nei suoi occhi.
Ester si lasciò andare ad un sospiro poi con gli occhi lucidi rispose. “Si.”
Marina allora, si protese verso di lei e appoggiando le labbra sulle sue la baciò.
Bene, bene e qui termina il mio intervento sulla fan fiction. Grazie a tutti per il tempo che avete speso nel leggere questo mio scritto.



